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  • CICLO IDROLOGICO, URBANIZZAZIONE E CAMBIAMENTO CLIMATICO

    Nel ciclo idrologico globale si possono individuare due componenti diverse ma tra loro interdipendenti: una prima componente C1 relativa allo scambio di acqua tra oceani e terre emerse (evaporazione => condensazione => precipitazione) e una seconda componente C2 relativa allo scambio di acqua immediatamente sopra la superficie delle terre emerse (evaporazione locale => condensazione locale => precipitazione locale). Con riferimento alla componente C2 si può ipotizzare che alcuni effetti dei processi di urbanizzazione (aumento dello scorrimento superficiale, minore infiltrazione, minor evapotraspirazione, deforestazione, ecc…) riducano la circolazione di vapore acqueo sopra la corrispondente superficie con conseguenze non trascurabili sul clima. Del resto almeno due terzi delle precipitazioni che avvengono sulle terre emerse sono regolate dalla circolazione del vapore acqueo sopra la stessa superficie terrestre; eventuali perdite di vapore acqueo non possono che incidere sulla stessa distribuzione delle piogge e sul clima.

    A livello globale, il ciclo idrologico può esser visto come un gigantesco meccanismo di separazione di materia. Con riferimento alla componente C1, ad esempio, il riscaldamento delle regioni tropicali indotto dalla radiazione solare porta alla evaporazione di acqua dalle superfici oceaniche che viene liberata nell’atmosfera; qui viene successivamente rimossa dalla circolazione atmosferica e quindi trasportata, nella parte inferiore dell’atmosfera, verso altre latitudini. Durante questi processi, a causa del raffreddamento dovuto all’espansione, una parte del vapor acqueo condensa formando nubi che determinano precipitazione sulle regioni equatoriali e alle latitudini medie e alte.

    Attualmente tutta l’acqua esistente sulla Terra è distribuita in tre grandi e distinti serbatoi: gli oceani, le superfici terrestri e l’atmosfera. Questa distribuzione dell’acqua varia continuamente nel tempo come un tempo variò durante le varie formazioni e successive fusioni delle calotte polari. Come precisato in altra nota (vedi) tutta l’energia che muove il ciclo idrologico globale proviene sostanzialmente dal Sole. Mentre la radiazione solare procede verso la superficie terrestre, la componente ultravioletta viene in gran parte assorbita dall’ozono nell’alta atmosfera, con conseguente riscaldamento di quest’ultima; altra radiazione viene assorbita dalle molecole di acqua dell’aria; altra radiazione viene riflessa nello spazio dalle nuvole o semplicemente dispersa a quote inferiori. Buona parte della radiazione in arrivo dal Sole riesce comunque a raggiungere la superficie della Terra. Una parte di questa energia è destinata ad attivare l’evaporazione dell’acqua dagli oceani mentre, sul suolo emerso, la temperatura dell’aria, l’umidità e il vento condizionano i processi di evapotraspirazione. Le nuvole, di fatto serbatoi di acqua nell’atmosfera, a loro volta condizionano la radiazione solare che raggiunge la Terra o che parte dalla Terra.

    La quantità di vapor acqueo nell’atmosfera varia molto, sia spazialmente che temporalmente. Il contenuto medio di vapore acqueo, calcolato per l’intera atmosfera, è in realtà piuttosto piccolo rispetto alla massa totale della stessa atmosfera; di conseguenza l’atmosfera rappresenta un serbatoio di acqua relativamente piccolo che contiene solo una parte esigua di tutta l’acqua che partecipa al ciclo idrologico (se tutto il vapor acqueo presente in un dato istante nell’atmosfera dovesse improvvisamente condensare si avrebbe comunque una modesta quantità di precipitazione, vedi la nota Vapore acqueo e urbanizzazione del suolo). Ma se la quantità di acqua nell’atmosfera è piccola  significativo risulta il trasporto di vapor acqueo per effetto delle circolazioni atmosferiche. L’influenza di questo vapore di acqua sul clima e sui fenomeni idrologici della Terra è enorme; esso rappresenta un fattore importantissimo per tutti i processi di irradiazione in quanto è fondamentale nella regolamentazione del bilancio energetico attraverso l’assorbimento, la trasmissione e la ritrasmissione della radiazione.

    Con riferimento alla componente C1 quando in una certa zona del globo si verifica uno squilibrio fra precipitazione ed evaporazione, si attiva un trasporto netto di vapor acqueo verso di essa o partendo da essa. Si è già osservato che le principali grandi fonti di umidità per l’intera atmosfera si trovano al di sopra delle regioni subtropicali in corrispondenza agli oceani, dove l’evaporazione è forte e continua. L’umidità creata è rimossa dal luogo di origine e trasportata, sempre dalla circolazione atmosferica, in regioni dove converge prevalentemente condensando e precipitando come pioggia.

    La componente C2 del ciclo idrologico è invece correlata a fenomeni più circostanziati e locali come, ad esempio, le nubi temporalesche. La componente C2 interessa quantità relativamente minori di umidità. Come è noto, affinchè si sviluppino fenomeni temporaleschi, è necessaria una certa instabilità termica  negli strati prossimi al suolo purchè con presenza significativa di acqua. In questo caso il vapore acqueo è necessario sia per la formazione delle gocce di pioggia e sia per dare ulteriore spinta verso l’alto alle masse di aria. Il vapore d’acqua, grazie al raffreddamento conseguente all’espansione della colonna d’aria, porta le masse di aria a raggiungere le quote di condensazione intorno ai 1000 e più metri. In questa situazione l’acqua presente nei processi di raffreddamento sviluppa calore latente durante la condensazione (energia che permette alla termica di salire molto più rapidamente accelerando ulteriormente i processi di espansione e raffreddamento). La salita si arresta nel momento in cui tutta l’energia si è esaurita ed è convertita in nubi e precipitazioni. La presenza di aria secca in quota e aria calda e umida al suolo può quindi comportare la formazione di celle temporalesche. Quando la dimensione ed il peso di ogni singola goccia di acqua condensata è tale per cui le correnti ascensionali non sono più in grado di sostenerla entro la nube, cade al suolo. Sintomatici sono particolari tipologie di temporali: ad esempio i temporali di calore. I temporali di calore sono prerogativa delle aree di pianura interne e a ridosso dei rilievi; si formano solo nelle più ore calde della giornata con durata media dei fenomeni valutabile in qualche decina di minuti.

    Come  noto da vari decenni è in atto una repentina ed innaturale modificazione del clima terrestre; ciò che in particolare sta variando è la temperatura media al suolo e nelle parti basse dell’atmosfera. In linea generale una variazione di temperatura della superficie e nei 10 km di spessore della troposfera non può che avvenire a compensazione di una o più variazioni del flusso di radiazione termica uscente in sommità in caso di mutato assorbimento a partire dagli strati più bassi ovvero in caso di sbilanciamento tra flusso solare entrante e flusso totale uscente (flussi necessariamente uguali in situazione di equilibrio termodinamico). Questo sbilanciamento può essere motivato da variazioni del flusso solare incidente, da diversa concentrazione dei gas climalteranti, da variazioni nell’albedo della superficie terrestre o della stessa troposfera. Attualmente è stimato un aumento della temperatura media di circa 1,5 °C  rispetto alla situazione climatica preesistente nel diciannovesimo secolo. Aumento collegato, secondo lo stato dell’arte della scienza climatologica, all’attuarsi di concentrazioni diverse nei gas climalteranti (in particolare nell’anidride carbonica).

    Ma ritorniamo al ciclo idrologico: come interagisce il ciclo idrologico con le forzanti radiative e con le variazioni della temperatura globale in atto? Elenchiamo alcune possibili modalità:

    => il vapore acqueo è esso stesso un gas serra e quindi un suo eventuale aumento globale in atmosfera avrebbe di per se una retroazione positiva sulla forzante radiativa in atto. Rinforzerebbe quindi, retroagendo, la stessa causa della sua variazione, e cioè l’aumento di temperatura;

    => le nubi possono riflettere la radiazione solare (albedo) e nel contempo possono assorbire e riemettere energia nell’infrarosso (onde lunghe). Quindi una variazione della copertura nuvolosa si comporterebbe in maniera non necessariamente univoca in rapporto alle forzanti radiative: da una parte rinvio di energia termica radiativa verso l’esterno dell’atmosfera e dall’altra maggior capacità di ritornare energia termica radiativa verso la superficie terrestre;

    => il ciclo idrologico interferisce con atmosfera e oceani e atmosfera e oceani sono masse fluide con elevata capacità termica. Ma l’atmosfera è dotata di una inerzia termica di alcuni giorni in risposta ad una forzante esterna; gli oceani e i mari in conseguenza della massa enorme rispondono invece su scale temporali diverse e comunque più elevate (anche decine di anni). Le forzanti (in primis le variazioni nella concentrazione di CO2) potrebbero portare il riscaldamento ad un punto di equilibrio nei prossimi anni pur essendo le stesse già in atto. In ogni caso queste due grandi masse fluide sono interdipendenti dal punto di vista termodinamico sia su scala giornaliera (attraverso evaporazione, cicloni, ecc…) sia su scala interannuale (El Niño, circolazione termoalina atlantica, ecc…);

    => l’aumento globale della temperatura provoca un aumento del livello del mare attraverso la lenta espansione termica degli oceani e mari e la possibile progressiva fusione delle calotte glaciali terrestri. Il fenomeno della progressiva fusione risulterebbe inoltre correlabile ad una parallela accelerazione dovuta all’effetto di forte diminuzione dell’albedo della superficie terrestre non più coperta da ghiacci a seguito della fusione;

    => le citate forzanti radiative ed il conseguente aumento delle temperature non possono non avere anche un effetto diretto sulla evaporazione dalla superficie terrestre e sulla pressione di vapore in atmosfera. Si tratterebbe in questo caso di un effetto diretto sul passaggio del vapore acqueo in atmosfera e quindi sulla dinamica del bilancio evaporazione/precipitazione.

    Ma l’attuale riscaldamento può essere legato ad altri fenomeni che, anche in tempi passati, hanno causato cambiamenti climatici? Pare ad esempio confermato che le variazioni nella concentrazione di CO2 risultano correlabili con le variazione delle temperature nelle varie epoche geologiche passate (dalle analisi dei carotaggi dei ghiacci polari e dei fondali oceanici). I grandi cambiamenti di temperatura dell’era quaternaria sembrerebbero inoltre correlati a variazioni cicliche dei parametri dell’orbita terrestre con conseguente variazione della radiazione solare incidente (cicli di Milankovich). La Terra sarebbe passato da stati di glaciazioni a stati interglaciali con frequenza periodica anche con variazioni cicliche secondarie dei parametri orbitali. In questa ottica attualmente l’ultima glaciazione risulterebbe mancante con la concentrazione pre-industriale di CO2 di 280 ppm. E’ innegabile ritenere che i livelli attuali di CO2 (tra i 415 e i 420 ppm) non possono che essere causati dall’attività umana a partire dalla introduzione dell’agricoltura moderna e col progredire dell’industrializzazione.

    Del resto da quando esiste l’Uomo sulla Terra sono sempre accertate e accertabili modificazioni di natura antropica all’ambiente naturale. Queste modificazioni hanno coinciso e coincidono con modifiche all’uso del suolo, con la perdita di aree verdi nel processo di crescita in particolare dell’urbanizzazione (particolarmente nelle zone ad alta concentrazione umana). E’ giustificato ritenere che detti processi potrebbero dar luogo a modificazioni climatiche caratterizzabili attraverso la definizione di stati di equilibrio più o meno stabili. I possibili cambiamenti climatici causati dalla crescita dell’attività di modificazione antropica del territorio non potrebbero non incidere sulle temperature, sulle precipitazioni e in genere sulle modalità con cui si sviluppa la fenomenologia meteorologica.

    Alcuni studi relativi all’espandersi dei nuclei urbani nell’ultimo secolo, ed in particolare negli ultimi 50 anni, mostrano per temperature e precipitazioni un aumento della frequenza dei giorni caratterizzati da valori estremi. In genere, almeno finchè i cambiamenti nell’uso del suolo non superano determinate soglie, i parametri climatici rimangono più o meno stabili, ma se questo disturbo raggiunge una significatività apprezzabile e permane, il sistema non può che raggiungere un nuovo stato di equilibrio, con un corrispondente nuovo assetto climatico. I nuclei urbani generalmente crescono più o meno omogeneamente, alterando aspetti quali la morfologia stessa dei luoghi in cui sono inseriti, oltre alle condizioni ambientali e climatiche locali. Ma l’espansione urbana avviene solitamente per fasi (di tipo storico, di tipo economico o di tipo sociale) che determinano in genere le proporzioni di crescita e i diversi tipi di usi imposti al territorio. I cambiamenti climatici osservati nelle aree urbane riflettono generalmente ciascuna di queste fasi, ed è impossibile non notare che in un contesto in cui gli usi del suolo cambiano più lentamente, i parametri climatici possono trovare un nuovo stato di equilibrio che dura fino a quando non si verifica un nuovo significativo cambiamento.

    Queste modificazioni climatiche correlate ai processi di urbanizzazione localmente prendono il nome di isole di calore (Urban Heat Island o UHI). Le UHI sono generalmente caratterizzate:

    => da intensità massima dell’isola di calore in tarda serata e nelle prime ore della notte;

    => da modificazioni negli ingressi laterali (ad esempio le brezze) destinate a modificare ulteriormente le temperature all’interno della stessa UHI;

    => da attivazioni di forzanti climatiche (in genere incidenti su temperature e sulle precipitazioni) coincidenti con quelle in cui si sono verificati i cambiamenti più repentini negli usi del suolo.

    In ogni caso il clima caratterizzante l’ambiente urbano non può che essere il risultato dell’interazione tra le componenti della dinamica atmosferica locale, regionale e/o globale e nello spazio urbano costruito. Il clima urbano deriva principalmente dai seguenti cambiamenti nell’ambiente naturale:

    => rimozione della copertura vegetale,

    => introduzione di nuove forme e morfologie di rilievo,

    => concentrazione di edifici,

    => concentrazione di attrezzature e persone,

    => impermeabilizzazione del suolo,

    => canalizzazione dei deflussi superficiali, 

    => maggior rugosità superficiale,

    => concentrazione e accumulo di particelle e gas nell’atmosfera;

    => produzione antropica di energia.

    All’urbanizzazione di aree originariamente ricoperte da vegetazione naturale consegue generalmente un aumento della temperatura di qualche grado (da 1 a 5 e più °C), con giornate mediamente più calde che possono quindi influenzare le precipitazioni convettive. La variazione nella distribuzione della temperatura è generalmente il cambiamento più significativo conseguente all’urbanizzazione. Questo processo di riscaldamento nella parte bassa dell’atmosfera ha conseguenze sull’umidità presente nell’aria, sulle condizioni di comfort umano, sulla stabilità atmosferica che consente lo sviluppo di nubi profonde e quindi nel verificarsi di eventi di pioggia intensa ovvero nella loro assenza. Oltre al riscaldamento nelle UHI si nota in genere l’accadere di notti mediamente più calde, più ridotta umidità relativa e quindi più ostacoli alla condensazione. L’aria inquinata, in genere più presente e caratterizzante le UHI, contiene più nuclei di condensazione e porta al frazionamento del vapore acqueo condensato tra un numero maggiore di nuclei di condensazione con meno acqua per nucleo e quindi con una maggiore probabilità che le goccioline risultanti più minute rimangano in atmosfera senza precipitare.

    Gli stessi materiali utilizzati nelle attività di urbanizzazione incidono sul bilancio energetico e sul bilancio idrico locale poiché i materiali urbani  hanno normalmente proprietà radiative diverse da quelle riscontrabili nei materiali in ambienti meno antropizzati o allo stato naturale. Ciò tende in genere ad aumentare la frequenza delle giornate con massime molto elevate e a diminuire quelle con massime più miti. Per quanto riguarda le temperature minime nelle UHI in genere si osserva una tendenza positiva all’aumento. Infine con riferimento alle precipitazioni è segnalata normalmente una tendenza prevalente all’aumento della frequenza dei giorni con precipitazioni elevate e le precipitazioni estreme in genere sono indicate più frequenti mentre parrebbero diminuire le giornate con piogge deboli o minori.

    In rapporto alle UHI si può quindi introdurre il concetto di ciclo idrologico urbano che, riassuntivamente, è caratterizzato da:

    => minore infiltrazione di acqua di pioggia nel sottosuolo;

    => maggior deflusso superficiale con piogge di significativa intensità;

    => abbassamento della sottostante falda per mancata ricarica;

    => modificazioni delle caratteristiche delle precipitazioni (in genere più frequenti e violente);

    => cambiamento locale del bilancio di energia e di calore;

    => aria mediamente più inquinata e carica di particelle in sospensione;

    => emissione significativa di gas serra,

    => alterazione della circolazione atmosferica;

    => maggior incidenza di tempeste convettive (con fulmini, tuoni e grandine);

    => aumento della rugosità;

    => aumento della presenza di aerosol;

    => tassi di evaporazioni mediamente maggiori;

    => tassi di evapotraspirazione minori o nulli;

    => ridotta o nulla umidità stoccata nel primo suolo;

    => presenza di anomalie termiche in riferimento alla prima falda;

    => cambiamento non trascurabile del regime idrologico;

    => riduzione della densità del reticolo idrografico ricevente a valle;

    => espansione in larghezza e profondità nei canali riceventi.

    Fatte le necessarie premesse, con riferimento al ciclo idrologico e alle modificazioni indotte dall’uomo al territorio naturale attraverso i processi di urbanizzazione, si vuole ora valutare un possibile rapporto fra aree deserte o desertificate e le aree urbanizzate.

    Con desertificazione si intende normalmente un processo di degradazione, in genere causato da attività umane, destinato a rendere desertico un suolo. Le cause principali, correlabili direttamente all’attività umana, sono generalmente la deforestazione, l’agricoltura intensiva, gli stessi processi di urbanizzazione, l’inquinamento e gli incendi boschivi. Ovviamente non è solo l’Uomo parte attiva in un processo di desertificazione in quanto si possono verificare variazioni di temperatura indotte che naturalmente accadono, siccità prolungate, la stessa erosione del suolo correlata agli eventi meteorologici.

    Ai fini della presente nota un territorio desertificato o deserto in qualche modo è rapportabile o trova similitudini in un territorio urbanizzato. Infatti:

    a) un territorio desertificato è contraddistinto normalmente da assenza di rete di drenaggio superficiale. Allo stesso modo un territorio urbanizzato è contraddistinto dalla presenza di rete di drenaggio prevalentemente di tipo interrato;

    b) un territorio desertico è interessato normalmente da poca precipitazione. Anche un territorio urbanizzato, indipendentemente dalla presenza o meno di precipitazioni sostenute o persistenti, presenta analogie in quanto l’acqua di pioggia che può interessare l’ambiente urbano viene velocemente drenata ed allontanata venendo a mancare gli invasi correlati all’attività evapotraspirante della vegetazione;

    c) un territorio desertico normalmente presenta quantità non trascurabili di acqua presente nelle falde sotterranee. Anche un territorio urbanizzato allo stesso modo non è deficitario d’acqua, quest’ultima normalmente d’origine antropica. La stessa acqua presente nell’ambiente urbano viene utilizzata prevalentemente per l’alimentazione, per i processi produttivi e per le lavorazioni igienico sanitarie;

    d) un territorio desertificato presenta immancabilmente poca vegetazione. Allo stesso modo un territorio urbanizzato è normalmente interessato da limitata presenza di vegetazione, particolarmente in rapporto alla situazione pre-urbanizzata. In qualche caso, e per grandi superficie, la vegetazione arbustiva e arborea può essere addirittura del tutto trascurabile o assente;

    e) in un territorio desertico normalmente gli inverni sono rigidi e le primavere sono secche e fredde; le estati sono usualmente calde. In un territorio desertico l’escursione termica annuale può essere considerevole come considerevole può essere l’escursione termica giornaliera. Caratteristiche analoghe potrebbero contraddistinguere le zone fortemente urbanizzate qualora derogassimo dagli apporti d’origine antropica di energia e calore (per riscaldamento, residenza, trasporti, produzione);

    f) il drenaggio di eventuali acque di pioggia nel deserto è in gran parte sotterraneo. I fiumi superficiali nel deserto hanno normalmente scarso o nullo flusso; i torrenti di montagna nelle  aree desertiche si prosciugano rapidamente disperdendo le proprie acque nel terreno o in depressioni salate. Sostanzialmente analoghi risultati si possono riscontrare in una area urbanizzata dove l’attività di drenaggio rimane quasi tutta conferita a strutture sotterranee ed i deflussi superficiali distribuiti o concentrati sono sempre e comunque effimeri;

    g) i colori prevalenti nei paesaggi desertici sono il bruno-grigiastro, il bruno carbonaceo, il gessoso, il ghiaioso, con forte presenza di rocce nude, piane di sabbia, dune di sabbia. Allo stesso modo il territorio urbano presenta generalmente tonalità relativamente calde non necessariamente chiare ma in genere lontane dal verde o dai colori del suolo naturalizzato con corrispondenti valori generalmente più elevati di albedo (similmente alle aree desertiche);

    h) nel territorio desertico è normalmente bassa o nulla l’evaporazione, fortissimo il riscaldamento diurno e intensa l’irradiazione notturna (con conseguenti ampie escursioni termiche). Analogamente il territorio urbano, se deroghiamo dai contributi di calore ed energia di origine antropica, potrebbe considerarsi caratterizzato da forti escursioni termiche.

    Il processo di urbanizzazione legato all’ampliarsi degli insediamenti umani riduce quindi l’evaporazione e l’evapotraspirazione nel momento in cui aree terrestri prima naturalizzate risultano coperte da edifici, strade, marciapiedi, ecc. Con superfici naturalizzate il vapore acqueo derivante da evaporazione  ed evapotraspirazione salendo in alto si trova a temperature inferiori rispetto alle superfici da cui proviene e disperde energia nell’atmosfera pur con tempistiche inferiori rispetto a quelle riscontrabili in superficie dove gli stessi processi evapotraspiranti stabilizzano la temperatura. Questo è il motivo per cui i deserti aridi diventano caldi di giorno ma di notte gelano mentre gli oceani alla stessa latitudine hanno una temperatura stabile. Inoltre quando il vapore condensa in quota c’è un rilascio di calore latente che in parte viene trasferito fuori dall’atmosfera attraverso le radiazioni a onde lunghe; l’atmosfera in alto è caratterizzata dalla presenza di molecole d’aria fredde che assorbono parte del calore latente irradiando il calore verso l’alto. Più in alto è situata una molecola d’aria più la radiazione sviluppata andrà verso l’alto perché l’aria sopra è ulteriormente meno densa e presenta meno ostacoli alla radiazione verso l’alto rispetto all’aria molto più densa al di sotto della molecola irradiante. Il processo di evaporazione => condensazione conferisce ai flussi di energia vantaggi nell’uscita dall’atmosfera.

    Il rilascio di calore latente, trasferito con modalità non radiative, non influenza la temperatura e non ha alcun ruolo diretto nell’effetto serra costituendo una semplice integrazione al trasferimento del calore sensibile attraverso modalità radiative. Inoltre l’evapotraspirazione coinvolgendo calore latente si traduce sempre in una trasmissione di energia più rapida ed efficace rispetto alla trasmissione di energia per radiazione. Il ciclo idrologico naturale accelera il trasferimento di energia dalla superficie verso l’alto e verso lo spazio con modalità non radiative e in qualche modo fa la differenza nel trasferimento di energia dalla superficie allo spazio.

    Il suolo naturalizzato mantiene maggior umidità in superficie e il ciclo idrologico risulta normale (precipitazioni regolari sottintendono clima mediamente più freddo, neve sulle montagne, ricca vegetazione ed ecosistemi equilibrati, ricarica delle falde acquifere). La copertura dei suoli indotta dai processi di urbanizzazione riduce evaporazione ed evapotraspirazione portando il clima pre insediamento a caratteristiche tipiche delle aree desertiche o desertificate.

    Da quanto scritto in precedenza le aree urbanizzate possono considerarsi contributrici nette di gas climalteranti (in particolare per gli apporti di CO2 da riscaldamento, da produzione  industriale e da movimentazione veicolare). Ma allo stesso modo, con particolare riferimento alla componente C2 delle dinamiche del ciclo idrologico, le aree urbanizzate modificano, magari parzialmente e localmente, ma per sempre, le dinamiche del vapore acqueo. Meno vapore acqueo presente sui sedimi urbanizzati implica in media meno vapore acqueo nell’atmosfera sovrastante e quindi meno radiazioni termiche a onde lunghe verso l’alto, con minor trasporto di calore latente verso le parti alte dell’atmosfera e quindi valori maggiori di temperatura media al suolo, minor capacità dell’atmosfera di riflettere le radiazioni a onde corte ma anche maggiori valori di albedo al suolo e quindi maggior capacità di ritornare la radiazione a onde corte verso l’atmosfera. Anche mantenendo inalterata la componente C1 del ciclo idrologico non si può nondimeno non evidenziare che le modifiche alla componente C2 sui sedimi delle aree urbanizzate non possono che far ipotizzare diversi comportamenti della stessa componente C1 una volta che viene ad interessare le zone urbanizzate.

    A questo punto si potrebbe evidenziare che l’entità delle aree interessate da urbanizzazione sull’intera superficie terrestre è trascurabile e di conseguenza non dovrebbe trovare motivate giustificazioni il rialzo di temperatura in corso correlato, almeno prevalentemente, ai soli processi di urbanizzazione. L’osservazione andrebbe però parzialmente rivista tenendo conto che:

    => in ogni parte del globo le aree urbanizzate normalmente modificano superfici dove, in condizioni naturali, è sempre forte l’azione evaporante e soprattutto evapotraspirante nello spostare grandi quantità di energia termica verso l’atmosfera (difficilmente abbiamo espansione urbana in ambito già desertico o montagnoso);

    => le aree urbanizzate a livello globale non sono comunque di trascurabile significatività areale. A livello europeo, ad esempio, si segnalano Stati dove il consumo di suolo è arrivato anche oltre il 15% del territorio. In Italia il consumo di suolo è stimato attualmente in poco meno del 10% della superficie totale del Paese. Analoga considerazione si può trarre per alcuni territori del nord america, del sud america e dell’estremo oriente. Rimane sempre valida la precisazione che dette superfici interessate da consumo di suolo in origine erano sempre superfici caratterizzate da forte azione evaporante ed evapotraspirante;

    => l’urbanizzazione è sempre correlata a contestuale attivazione della produzioni di energia termica di origine antropica e ad aumenti localizzati significativi della temperatura media ambientale (anche di 3 e più gradi centigradi). Sia la maggior energia termica di origine umana in gioco e sia l’energia termica che il rialzo localizzato delle temperature comporta, ancorchè stabili nel tempo, non possono non influire dal punto di vista termico sul contesto circostante poco o per nulla urbanizzato.

    Del resto che l’urbanizzazione non possa che considersi perlomeno indiziata come causa dei rialzi della temperatura media terrestre (che quindi non sarebbe solo o esclusiva conseguenza alle variazioni di concentrazione dei gas clima alteranti come la CO2) lo si è constatato anche nella nota Crescita demografica e curva di Keeling (vedi) dove è stato evidenziato il legame fortemente lineare fra andamento del tasso di CO2 deducibile dalla curva di Keeling e la numerosità degli esseri umani che risiedono in aree urbanizzate su scala mondiale. Riproponiamo in Figura 1 i valori di CO2 ricavati dalla curva di Keeling in rapporto alla numerosità di popolazione globale residente in aree urbanizzate tra gli anni 1970 e 2020.

    Figura 1

    Sempre a livello globale altri parametri presentano un andamento fortemente lineare con l’andamento dei valori di CO2 misurati. E’ possibile ad esempio porre l’attenzione sulla produzione  del bitume a livello globale (dati ottenuti dal sito dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, vedi ) e tentare di correlare l’aumento della stessa produzione alle variazioni di CO2. Il bitume è elemento fondamentale per la produzione delle superfici bituminose stradali e per ottenere superfici impermeabilizzate; le superficie stradali bitumate e impermeabilizzate con derivati dal bitume sono uno degli indicatori più attendibili circa l’attività di impermeabilizzazione dei suoli correlata ai processi di urbanizzazione. Tra il 1995 e il 2015 risultano prodotte e impiegate, a livello mondiale, le seguenti quantità di bitume (valori espressi in in tonnellate):

    1995-424.215.000 t; 2000-460.704.000 t; 2005-495.669.000 t; 2010-505.213.000 t; 2015-444.459.000 t.

    Le tonnellate di bitume scritte a lato di ogni anno corrispondono alla somma della produzione mondiale di ognuno degli anni che compone il lustro precedente. In termini di progressione di crescita delle superfici bitumate abbiamo i seguenti valori:

    1995-424.215.000 t; 2000-884.919.000 t; 2005-1.380.0599.000 t; 2010-1.885.801.000 t; 2015-2.330.260.000 t.

    Se rapportiamo questi ultimi alle corrispondenti concentrazioni di CO2 ottenute dalla curva di Keeling nei corrispondenti anni, ovvero

    1995-356,62 ppm; 2000-364,67 ppm; 2005-373,71 ppm; 2010-384,01 ppm; 2015-394,41 ppm

    si ottiene il grafico di Figura 2.

    Figura 2

    Legami meno lineari ma comunque con corrispondenza non irrilevante si possono trovare, ad esempio, fra andamento della concentrazione di CO2 e aumento della produzione e consumo globale di cemento (altro prodotto correlabile all’aumentare delle superfici urbanizzate). In questo caso la linearità risulta meno forte in quanto l’incidenza del consumo e utilizzo di cemento non è univocamente correlato all’impermeabilizzazione del suolo, normalmente esprimibile in termini di superficie impermeabilizzata, e quindi non risulta univocamente correlato alle modificazioni indotte nel ciclo del vapore acqueo.

    Il lettore potrebbe contestare i legami fortemente lineari deducibili nelle figure precedenti evidenziando che il tasso di aumento della popolazione urbana nel mondo e il tasso di aumento della produzione globale di bitume non possono che risultare  necessariamente correlati all’aumento della concentrazione di anidride carbonica derivata dalla curva di Keeling (se non altro per il fatto che l’incremento a livello mondiale di popolazione urbana e l’incremento a livello mondiale della produzione di bitume sono necessariamente collegati a loro volta ad una contestuale produzione di anidride carbonica di origine antropica). In realtà dobbiamo ricordare che l’attività di urbanizzazione se incide, non può che incidere immediatamente sulle modificazioni del ciclo idrologico portando ai rialzi della temperatura media. Infatti le influenze sul clima sono correlabili ad eventi a scala giornaliera e non con periodicità decennale; di converso l’aumento dell’anidride carbonica (e a seguire l’aumento delle temperature) non potrebbe che andare a regime con tempistiche decennali tenendo conto dell’inerzia indotta dai grandi invasi di CO2 costituiti da oceani e mari.

    E’ più credibile ipotizzare che l’urbanizzazione incida da subito sul rialzo delle temperature medie e che le concentrazioni di CO2 si modifichino in maniera rapida seguendo l’aumento delle temperature anzichè costituirne un prerequisito.

    AGGIORNAMENTO 29/01/2024. La Geophysical Research Letters ha pubblicato recentemente uno studio sulla forzante dei gas serra, studio basato su misurazioni satellitari a infrarossi continue, stabili, globali e iperspettrali nel periodo 2003-2021 utilizzando uno strumento denominato Atmospheric Infrared Sounder (AIRS). Lo studio ha riscontrato un aumento della radiazione a onde lunghe in uscita verso lo spazio nelle frequenze bloccate dal vapore acqueo.

  • VAPORE ACQUEO E URBANIZZAZIONE DEL SUOLO

    Le attività umane hanno sempre contribuito a modifica l’ambiente impattando sul clima a livello locale e globale. Una importante influenza umana è l’attività di modifica della copertura del suolo connessa al consumo urbanistico di suolo (impermeabilizzazione). Come vedremo meglio più avanti l’impermeabilizzazione incide sulla distribuzione spaziale del riscaldamento superficiale latente e sensibile e contribuisce a modificare l’entità della ridistribuzione spaziale di precipitazioni e umidità.

    Per inquadrare il problema si ritiene opportuno rivedere, seppur in maniera essenziale, le modalità di trasmissione dell’energia termica. Come è noto il calore si propaga: a) per conduzione (trasferimento attraverso la materia solida), b) per convezione (solo nei liquidi e nei gas attraverso trasferimento di molecole che viaggiano da una parte all’altra del mezzo), c) per radiazione (irragiamento termico o trasferimento mediante onde elettromagnetiche) e per d) advezione (l’intera materia che contiene calore si muove spostando il calore).

    Nella conduzione lo spostamento di energia sotto forma di calore è poco efficiente; c’è più efficienza e significativà nella convezione dove le molecole sono libere di muoversi. Caratteristica dell’irragiamento termico è invece il non necessitare di supporto materiale, potendo avvenire anche attraverso il vuoto o attraverso un mezzo di separazione anche a temperatura minore (ecco perché l’energia termica emessa da una fiamma può raggiungere una persona attraversando uno strato d’aria più fredda). La radiazione termica è energia elettromagnetica emessa dai corpi in funzione della propria condizione termica ovvero in dipendenza della propria temperatura.

    Figura 1

    Come si può constatare dalla Figura 1 (tratta da Wikipedia, vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Spettro_elettromagnetico) la radiazione elettromagnetica si può suddividere per bande:

    – raggi gamma. Indicati con la lettera greca minuscola γ sono le radiazioni elettromagnetiche prodotte dal decadimento radioattivo dei nuclei atomici.

    – Raggi X. Detti anche raggi Röntgen, interessano la porzione di spettro elettromagnetico con lunghezza d’onda compresa approssimativamente tra 10 nanometri (nm) e 1/1.000 di nm. Ricordiamo che 1 nm corrisponde a 10-9 m.

    – Radiazione ultravioletta. Ha una lunghezza d’onda inferiore a 400 nm e si estende fino a circa 10 nm. Si tratta dei raggi ultravioletti.

    – Spettro visibile. Sono radiazioni percepibili dall’occhio umano (l’occhio umano non può vedere la radiazione elettromagnetica oltre la zona violetta e al di sotto della zona rossa). La minima lunghezza d’onda considerata nel campo visibile è convenzionalmente fissata in 0,4 µm. Ricordiamo che 1 μm corrisponde ad un milionesimo di m.

    – Radiazione infrarossa. A sinistra della fascia “visibile” si trova la zona denominata infrarossa. La zona infrarossa va da 0,7 µm a 0,4 mm. La radiazione infrarossa (normalmente indicata con IR) è una radiazione elettromagnetica con una lunghezza d’onda maggiore della luce visibile, ma minore delle onde radio. Il nome sottintende “sotto il rosso” (dal latino “infra” ovvero “sotto”) in quanto il rosso è il colore visibile con la frequenza più bassa.

    – Microonde. Lunghezza d’onda fra 0,4 mm a 1 m. Sono radiazioni elettromagnetiche con lunghezza d’onda compresa tra la gamma superiore delle onde radio e la radiazione infrarossa.

    – Onde radio. Zona suddivisa in tre campi: onde corte (lunghezze d’onda da 1 m a 100 m), onde medie (da 200 m a 600 m) e onde lunghe (oltre 600 m).

    Normalmente viene fatta una distinzione tra radiazione solare a onde corte e radiazione terrestre a onde lunghe. Minore è la lunghezza d’onda e maggiore è l’energia trasportata. La luce visibile fa parte dalla radiazione a onde corte. Le radiazioni elettromagnetiche differiscono molto, nel loro comportamento, al variare della lunghezza d’onda. Le radiazioni elettromagnetica coprono globalmente un campo di lunghezze d’onda variabile da 10-9 μm o meno (raggi cosmici) a 1010 μm e più (onde elettriche di potenza). La radiazione termica comprende un sottoinsieme delle radiazioni elettromagnetiche caratterizzato da lunghezze d’onda fra 0,1 μm e 100 μm (ricomprendendo sia la radiazione visibile a sua volta caratterizzata da lunghezze d’onda variabili fra 0,40 e 0,76 μm, e sia parte della radiazione infrarossa o a onde lunghe e ultravioletta o a onde corte).

    Quando una radiazione elettromagnetica termica (lunghezza d’onda compresa fra 0,1 e 100 μm) incide su di una superficie una aliquota viene riflessa (la corrispondente radiazione che lascia una superficie rappresenta è quindi la somma di quella emessa e di quella riflessa) mentre la radiazione non riflessa penetra nel corpo e attraversandolo viene parzialmente attenuata. L’aliquota che penetra nel corpo e che riemerge rappresenta la radiazione trasmessa, di converso quella attenuata è la radiazione assorbita.

    I solidi denominati opachi non trasmettono l’energia termica che incide su di essi ma l’assorbono e la riflettono solamente. Gli aeriformi invece sono caratterizzati da un coefficiente di riflessione nullo. I gas monoatomici (idrogeno, ossigeno, azoto e quindi l’aria secca) di converso non assorbono e non emettono ma sono completamente trasparenti all’energia radiativa; per questo motivo si definiscono non partecipanti. D’altro canto un corpo che appare di colore nero non è necessariamente un corpo nero dal punto di vista delle sue caratteristiche radiative in quanto, come si è visto in precedenza, il campo di lunghezze d’onda della radiazione termica è molto più ampio di quello del visibile.

    Le considerazioni e le immagini che seguono sono in gran parte ricavate dal sito della NASA http://earthobservatory.nasa.gov/Features/EnergyBalance/. Al sistema suolo + atmosfera (SSA) arriva energia sotto forma di calore sia dal sole che dall’interno della stessa Terra. Dal Sole pervengono in media circa 340W/m2 (vedi componente A), dall’interno circa 0,08 W/m2 (vedi Figura 2). La principale forma di energia che incide sul clima di SSA è quindi la radiazione solare. Al limite esterno dell’atmosfera il valore medio della potenza che incide su una superficie normale alla direzione della radiazione è stimata in 1.353 W/m2 (costante solare).

    Focalizziamo ora l’attenzione sull’atmosfera. Se l’energia in entrata e in uscita da SSA deve essere bilanciata, allo stesso modo i flussi di energia nell’atmosfera devono essere bilanciati. Le misurazioni satellitari indicano che l’atmosfera irradia verso lo spazio energia termica radiante infrarossa IR (a onde lunghe) equivalente al 59% dell’energia solare in arrivo ovvero 340×59/100=200,6 W/m2. Con riferimento alla sola atmosfera dell’energia radiante solare in ingresso (a onde corte) il vapore acqueo, l’aerosol e l’ozono presente nell’atmosfera ne assorbono un 23% ovvero 78,2 W/m2 (componente B). Evaporazione e convezione trasferiscono dal suolo verso l’atmosfera mediamente il 25% ovvero 85 W/m2 e il 5% ovvero 17 W/m2 (componenti O e P). Questi tre processi (B + O + P) trasferiscono nell’atmosfera l’equivalente del 53% ovvero 180,2 W/m2 dell’energia solare in entrata.

    Figura 2

    La somma dell’energia in arrivo dell’atmosfera è infatti pari a 23%+5%+25% = 53%. L’energia termica che ritorna allo spazio, a onde lunghe, è del 59% (componente R più componente S). Se facciamo la differenza fra 59% e 53% otteniamo 6%. Da dove proviene la frazione rimanente pari al 6%, ovvero 20,4 W/m2 ?

    I gas atmosferici come ossigeno e azoto sono trasparenti alla luce solare in entrata (onde corte) e sono trasparenti anche all’infrarosso termico in uscita (onde lunghe). Tuttavia, il vapore acqueo, l’anidride carbonica, il metano e altri gas in traccia (normalmente indicati come gas serra) sono opachi a molte lunghezze d’onda dell’energia termica infrarossa o a onde lunghe. Si è scritto in precedenza che la materia opaca non trasmette l’energia termica che incide su di essa ma l’assorbe e la riflette solamente. Il suolo irradia verso l’alto l’equivalente netto del 17% dell’energia solare in entrata come infrarosso termico o a onde lunghe (componente M meno componente N). Tuttavia, la quantità che fuoriesce direttamente nello spazio rappresenta solo il 12%, ovvero 40,8 W/m2, dell’energia solare in entrata (componente Q). La frazione rimanente, corrispondente grossomodo al citato 6% netto dell’energia solare in entrata ovvero M–N–Q, viene trasferita all’atmosfera in quanto le molecole di gas serra assorbono l’energia termica infrarossa o onde lunghe che perviene dalla superficie. In conseguenza di questo trasferimento di energia termica alle molecole di gas serra la corrispondente temperatura aumenta; a loro volta gli stessi gas serra (che possono solo assorbire e riflettere radiazione termica) irradiano una maggiore quantità di energia termica infrarossa o a onde lunghe in tutte le direzioni. La parte di energia termica irradiata verso l’alto continua a incontrare molecole di gas serra che a loro volta assorbono il calore con relativo aumento di temperatura e relativa irradiazione di energia termica in ogni direzione. Queste modalità di “trasferimento” di irradiazione dell’energia termica verso l’alto o verso il basso rimane attiva fino ad una altitudine di 5-6 km dove la concentrazione di gas serra assume via via valori sempre più piccoli fino a che l’irragiamento termico a onde lunghe non viene più assorbito e riflesso ma si disperde definitivamente nello spazio. La parte di calore irradiata ai vari livelli verso il basso, dai gas serra, ritorna alla fine al suolo dove viene nuovamente assorbita. In conseguenza di questo assorbimento la temperatura al suolo diventa più calda di quanto sarebbe se riscaldata solo dal riscaldamento solare diretto. L’atmosfera induce in tal modo sul suolo un riscaldamento supplementare chiamato effetto serra naturale (ESN). In altro modo potremmo affermare che si stabilizza un aumento di temperatura al suolo e nelle parti basse dell’atmosfera per formare una sorta di gradiente finalizzato a permettere la fuoriuscita dell’energia termica verso l’esterno dell’atmosfera attraverso la radiazione.

    ESN eleva la temperatura al suolo a circa +15 °C, oltre 30 gradi in più di quanto sarebbe la temperatura media al suolo in assenza di ESN (-15°C). La quantità di calore irradiato dall’atmosfera verso il suolo a onde lunghe (chiamata radiazione posteriore o RP) equivale al 100% dell’energia solare in arrivo (la componente N in Figura 2). Il suolo risponde al riscaldamento solare a onde corte (componente P) e risponde all’energia extra a onde lunghe (componente N) stabilizzandosi su di una temperatura maggiore. ESN è conseguenza del fatto che dallo spazio solo l’energia termica elettromagnetica può essere assorbita in uscita (componente D e componente T) e solo energia termica elettromagnetica viene assorbita in entrata a SSA (componente A).

    La quantità di energia irradiata a onde lunghe dal suolo (componente M) aumenta all’aumentare della sua temperatura. L’energia in uscita aumenta con la quarta potenza della temperatura. Poiché il riscaldamento solare (a onde corte, componente F) e la RP proveniente dall’atmosfera (a onde lunghe, componente N) aumentano la temperatura superficiale del suolo, il suolo stesso rilascia contemporaneamente una quantità maggiore di calore, equivalente a circa il 117% ovvero 347,8 W/m2 (componente M) dell’energia solare in entrata pari a 340 W/m2 (componente A). Il flusso di calore radiativo netto a onde lunghe diretto verso l’alto è quindi equivalente al 17% della luce solare in entrata (ovvero 117% in uscita verso l’alto ovvero componente M sottratto 100% in entrata verso il basso ovvero componente N, vedi Figura 2). Una parte finale dell’energia termica fuoriesce d asubito direttamente nello spazio mentre il resto viene trasferito a livelli sempre più alti dell’atmosfera finché l’energia che lascia la parte superiore dell’atmosfera non corrisponde alla quantità di energia solare in entrata (differenza fra componente A e componente D uguale alla componente T).

    Poiché la quantità massima possibile di luce solare in arrivo è fissata dalla costante solare (che dipende solo dalla distanza della Terra dal Sole e da limitate variazioni correlate ai cicli solari), l’ESN stabilizza la temperatura superficiale media sulla Terra in quanto permette la restituzione di energia termica verso lo spazio con le stesse caratteristiche dell’energia termica in ingresso. Ma SSA non necessariamente può costantemente assorbire e ritornare allo spazio quantità di energia analoghe. Ricordiamo infatti che per date lunghezze d’onda alcuni gas serra presenti in atmosfera assorbono parte della radiazione in uscita ma se questi gas aumentano in concentrazione come conseguenza maggiore energia in uscita verrà trattenuta nella parte bassa dell’atmosfera (troposfera); di conseguenza, per mantenere l’equilibrio energetico, SSA dovrà emettere maggiori quantità di energia agendo prevalentemente attraverso un aumento della propria temperatura media. La variazione del corrispondente gradiente di temperatura permette dinamicamente il mantenimento dell’equilibrio termico in SSA.

    Il vapore acqueo è il gas serra a più alta concentrazione in atmosfera (da 0,33% in media fino ad arrivare al 4% e oltre). E’ il gas che contribuisce maggiormente a ESN con un contributo stimato tra il 70% e il 96% se consideriamo l’effetto creato dalle nuvole. Nell’atmosfera, le molecole di acqua catturano l’energia termica irradiata dalla Terra verso lo spazio, diramandola in tutte le direzioni e riscaldando così il suolo prima di essere irradiata nuovamente nello spazio. Evidentemente l’entità dell’evaporazione, processo che integra la concentrazione di vapore acqueo nell’atmosfera, aumenta con l’aumento della temperatura della stessa atmosfera. Variazioni anche modeste della concentrazione del vapor acqueo possono indurre grandi influenze sull’ESN. Queste influenze non sono correlate necessariamente al solo aumento della temperatura. Infatti se il riscaldamento dell’aria produce un aumento della concentrazione del vapor acqueo, consegue anche una incidenza nella variazione della copertura nuvolosa che a sua volta risulta correlata ad un processo di raffreddamento di SSA qualora focalizzassimo l’attenzione sulla riflessione della radiazione solare incidente (componente C, vedi Figura 2) o qualora tenessimo conto dell’aumento dell’emissione nell’infrarosso (onde lunghe) dalla superficie terrestre (componente M). Mediamente questo raffreddamento non risulta comunque sufficiente a bilanciare l’effetto di riscaldamento prodotto da un incremento della concentrazione dello stesso vapor acqueo; il risultato netto in media è, in ogni caso, il non verificarsi di una variazione significativa di ESN.

    Una caratteristica fondamentale del vapore acqueo è l’efficienza nel trasporto di energia termica. Viene trasportato almeno 4 volte più calore usando vapore acqueo di quanto ne trasporti l’acqua nella forma liquida. Mediamente sulla Terra si dimostra una eccedenza del flusso evaporativo degli oceani rispetto alle precipitazioni che interessano gli stessi oceani; di converso nelle terre emerse la proporzione si inverte in quanto eccedono le precipitazioni rispetto al flusso evaporativo. Globalmente la differenza tra precipitazione ed evaporazione, nell’intero globo, è stimata in 36.000 km³/anno. Evaporazione e precipitazione costituiscono un flusso complessivo di 505.000 km³/anno e il volume d’acqua totale interessato è stimato in 15.500 km³. Di conseguenza il contenuto d’acqua nell’atmosfera viene rinnovato circa 30 volte l’anno e quindi il tempo medio di residenza dell’acqua nell’atmosfera è di circa 12 giorni. Allo stesso modo, sempre in media, l’86% dell’evaporazione globale ha luogo negli oceani; l’evaporazione negli oceani riduce la loro temperatura portando il calore fuori dallo specchio liquido. Se non ci fosse evaporazione dagli oceani (col conseguente raffreddamento degli stessi) l’ESN descritto in precedenza porterebbe la temperatura superficiale del suolo a 67°C e quindi ad una superficie terrestre molto più calda. Si è già scritto come la superficie della Terra presenterebbe una temperatura stimata in -15°C in mancanza di gas serra e del corrispondente ESN.

    Tenendo conto delle modalità di arrivo della radiazione solare e della forma sferica del globo terrestre ne deriva che la maggior parte dell’energia solare riscalda soprattutto i mari tropicali. Dopo l’evaporazione nei mari tropicali il vapor d’acqua si innalza nell’atmosfera ed è allontanato ai tropici tramite i venti. La maggior parte del vapore condensa nella zona di convergenza equatoriale rilasciando il calore latente che riscalda l’aria; questo fenomeno, a sua volta, fornisce energia alla circolazione atmosferica.

    In letteratura mediamente il 95% di ESN, e quindi del riscaldamento, viene è ricondotto all’azione del vapore acqueo, un 4% è normalmente ricondotto all’azione della CO2. Percentuali minori e meno significative riguardano i gas CH4, N2O e CFC.

    Sul suolo (dove avviene mediamente il 14% dell’evaporazione globale) parte dell’acqua meteorica assorbita dal terreno torna all’atmosfera attraverso l’evaporazione e la traspirazione fogliare. In genere la riduzione della copertura vegetale riduce l’evapotraspirazione comportando una riduzione del fenomeno del raffreddamento conseguente all’evaporazione e quindi, nell’ottica di ESN, un riscaldamento al suolo. Infatti il processo di evapotraspirazione consuma calore rimuovendo calore dal suolo; minore è l’evapotraspirazione e minore è la rimozione di calore dal suolo e maggiore non può che essere la temperatura di stabilizzazione del sistema connesso a ESN.

    Il ciclo idrologico, chiamato anche ciclo dell’acqua, caratterizza l’esistenza ed il movimento dell’acqua in SSA. L’acqua della Terra è sempre in movimento e cambia di stato continuamente, da liquido a vapore a ghiaccio, in tutti i modi possibili. Varie attività umane possono alterare il ciclo idrologico: agricoltura, allevamento, inquinamento atmosferico, processi di combustione, deforestazione, emungimenti da falda, sottrazione acqua da fiumi, urbanizzazione, ecc… L’urbanizzazione è il processo di sviluppo e organizzazione che porta un aggregato umano ad assumere le caratteristiche tipiche di una città. Normalmente in tale termine vengono incluse anche la costruzione di strutture (opere di urbanizzazione) come reti di trasporto e sistemi fognari. I nuclei urbanizzati tendono ad espandersi molto rapidamente. Nel mondo, dal 2007, la maggioranza degli esseri umani vivono in città ovvero in ambiente dove massimo è il processo di urbanizzazione (vedi). Nelle terre emerse, escludendo zone desertiche, lacuali o di montagna, il suolo non urbanizzato è normalmente interessato dalla vegetazione (alberi, cespugli, erba, ecc…). Quasi tutta l’acqua che la vegetazione impiega proviene dal terreno e l’acqua del terreno deriva dalla condensazione dell’acqua che evapora dal suolo e al suolo ritorna sottoforma di precipitazione (ciclo idrologico).

    In riferimento a diverse regioni agroclimatiche diversi sono i valori di riferimento per l’evapotraspirazione. Nelle terre umide e semiumide di tipo tropicale o subtropicale l’evapotraspirazione media giornaliera si può stimare rappresentata dal valore 4,5 mm/giorno; nelle terre aride e semiaride di tipo tropicale o subtropicale l’evapotraspirazione media giornaliera è stimabile nel valore 5 mm/giorno. Nelle terre umide e semiumide di tipo temperato l’evapotraspirazione media giornaliera è stimabile nel valore 4 mm/giorno; nelle terre aride e semiaride di tipo temperato l’evapotraspirazione media giornaliera è stimabile nel valore 5 mm/giorno.

    Ricordiamo come l’evaporazione richieda grandi quantità di energia.5 mm giornalieri sono tipici valori di evapotraspirazione ET alle medie latitudini durante i mesi estivi. Proviamo a stimare quanta energia è necessaria per consentire l’evapotraspirazione di 5 mm d’acqua. 5 mm equivalgono a 5.000 g di acqua a m2; 5.000 g/m2 x 2.442 J/g = 12.210.000 J/m2 (essendo 2.442 il calore latente di evaporazione dell’acqua espresso in J/g) ovvero 12,21 MJ/m2. Il valore 12,21 MJ/m2 equivale ad quantità di energia contenuta in circa 300 g di petrolio). Con l’evaporazione e con ET l’acqua si trasforma da liquido a gas o vapore. Questi processi sono il principale modo con cui l’acqua torna nell’atmosfera attraverso il ciclo idrologico sotto forma di vapore. In letteratura è stato stimato che mari, laghi e fiumi producono circa l’85% di umidità presente normalmente in atmosfera tramite il processo di evaporazione mentre una grossa parte della percentuale rimanente proviene prevalentemente dalla evapotraspirazione della vegetazione nelle terre emerse.

    Sebbene l’atmosfera non sia una grande “contenitore” d’acqua è comunque il mezzo principale per spostare l’acqua intorno al mondo attraverso il ciclo idrologico. C’è sempre acqua nell’atmosfera. Le nuvole, costituita da goccioline piccolissime, sono la forma più visibile di acqua atmosferica, ma anche l’aria limpida contiene acqua sotto forma di vapore, in molecole separate, di dimensioni troppo piccole per essere viste. Il volume di acqua presente mediamente nell’atmosfera è stimato nel valore 15.500 km3. Se tutta l’acqua nell’atmosfera piovesse in una sola volta, coprirebbe la superficie terrestre con uno spessore di circa 2,5 cm.

    Mentre l’evaporazione consuma calore la condensazione (processo con cui il vapore acqueo viene trasformato in acqua liquida) è un processo che libera calore. La condensazione è importante nel ciclo idrologico perché da origine alle nuvole e le nuvole producono le precipitazioni che sono il modo principale con cui l’acqua ritorna sul suolo. La condensazione è evidentemente l’opposto dell’evaporazione. La condensazione è causa della nebbia, è causa dell’appannamento degli occhiali quando si passa da un ambiente esterno freddo in uno interno caldo e umido, è causa delle goccioline che si formano sull’esterno di un bicchiere di bibita gelata, all’interno delle abitazioni è causa dell’appannamento dei vetri delle finestre nei giorni freddi.

    Ma torniamo ora al concetto di urbanizzazione. Il processo di urbanizzazione incide sul ciclo idrologico dell’acqua. Infatti:

    – in zone urbanizzate si formano le isole di calore correlate ad una temperatura ambiente mediamente più elevata e quindi con aumento dell’azione evaporante e della residua azione evapotraspirante (in letteratura viene stimata in proporzione il 5-20% in più rispetto alle aree circostanti non urbanizzate). Nelle aree urbanizzate può esserci però significativa presenza di acqua destinata all’evaporazione, e soprattutto all’evapotraspirazione, ma in genere solo in corrispondenza a periodi piovosi;

    – l’urbanizzazione tende a ridurre fino ad annullare le superfici con uso “vegetato” del suolo in tal modo riducendo l’evapotraspirazione correlata. Meno vapore acqueo e quindi meno energia termica viene consegnata all’atmosfera;

    – l’urbanizzazione comporta sempre un impermeabilizzazione significativa, se non addirittura completa, delle superfici. La conseguente minor presenza di acqua al suolo nei periodi non piovosi comporta meno vapore acqueo e quindi meno energia termica consegnata all’atmosfera;

    – l’urbanizzazione è sempre correlata a presenza di sistemi artificali di drenaggio (fognature) che allontanano l’acqua dall’ambiente urbano. Nei periodi non piovosi meno vapore acqueo e quindi meno energia termica viene di conseguenza consegnata all’atmosfera;

    – l’urbanizzazione comporta in genere una drastica riduzione del contenuto medio di umidità nel residuo suolo non impermeabilizzato e conseguentemente meno vapore acqueo e quindi meno energia termica consegnata all’atmosfera;

    – l’urbanizzazione comporta in genere una riduzione drastica della ricarica di acqua nel primo suolo col conseguente abbassamento di acqua disponibile all’evaporazione o evapotraspirazione e a seguire con minor quantità di vapore acqueo e quindi di energia termica consegnata all’atmosfera;

    – l’urbanizzazione è correlata ad un maggior deflusso superficiale durante i periodi piovosi e in genere ad una minore o nulla formazione di ristagni effimeri in superficie con la conseguente riduzione di acqua disponibile all’evaporazione. Consegue minor quantità di vapore acqueo e quindi di energia termica consegnata all’atmosfera;

    – l’urbanizzazione comporta maggiori celerità nel deflusso superficiale in periodo piovoso e conseguentemente minore tempo disponibile al processo di evaporazione. Ne segue minor quantità di vapore acqueo e quindi di energia termica consegnata all’atmosfera;

    – l’urbanizzazione è quasi sempre correlata al collettamento delle acque di pioggia a fognature (in genere interrate) ed a canali di drenaggio (in genere con sviluppo del deflusso prevalentemente in profondità) con ciò diminuendo la superficie disponibile al processo di evaporazione. Ciò incide nei tempi di evaporazione e a seguire comporta minor quantità di vapore acqueo e quindi di energia termica consegnata all’atmosfera.

    Come potrebbe incidere su ESN l’azione umana urbanizzante? Si è precisato come vengano modificati i tassi di evaporazione e di evapotraspirazione al suolo verso l’atmosfera. Si è già precisato, d’altro canto, come la radiazione assorbita dall’atmosfera venga riemessa nello spazio in quantità tale da garantire il bilancio energetico Terra-Sole (ESN).

    Consideriamo ora un “volume di controllo” costituito da 1 m3 teorico di superficie di suolo terrestre. Indichiamo con:

    SVARE = la variazione di energia nel volume di controllo,

    SRC = l’apporto radiativo netto in onda corta,

    STC = il calore scambiato dal terreno per conduzione / convenzione,

    SRL = l’apporto radiativo netto in onda lunga,

    SETS = calore ceduto dal volume per evaporazione/evapotraspirazione,

    STT = calore ceduto da interno della Terra.

    Possiamo scrivere, nell’intervallo DT, la seguente uguaglianza

    SVARE = (SRC + STC + SRL + SETS + STT) x DT.

    Allo stesso modo consideriamo ora un “volume di controllo” costituito da 1 m3 teorico di atmosfera. Indichiamo con:

    AVARE = la variazione di energia nel volume di controllo,

    ARC = l’apporto radiativo netto in onda corta,

    ATC = il calore scambiato dalla materia per conduzione / convenzione,

    ARL = l’apporto radiativo netto in onda lunga,

    AETS = calore ceduto al volume per condensazione del vapore acqueo.

    Possiamo scrivere, nell’intervallo DT, la seguente uguaglianza

    AVARE = (ARC + ATC + ARL + AETS ) x DT.

    Se consideriamo per i due volume di controllo una ugual variazione di energia otteniamo la relazione

    SRC + STC + SRL + SETS + STT – ARC – ATC – ARL – AETS = 0

    o anche, ipotizzando STC trascurabile (perché di molti ordini di grandezza inferiore agli altri contributi), STT trascurabile (perché stabilizzabile nel lungo periodo), ATC trascurabile in prima istanza, la relazione precedente diventa

    SRC + SRL + SETS – ARC – ARL – AETS = 0

    ovvero

    (SRC – ARC) + (SRL – ARL) = (AETS – SETS) .

    Se ora come ulteriore ipotesi imponiamo trascurabile il fenomeno di evapotraspirazione al suolo (a seguito del processo di urbanizzazione) e manteniamo un minimo di evaporazione in atmosfera (per tener conto degli apporti di vapore acque originati dal territorio contermine non interessato da urbanizzazione) si ottiene:

    (SRC – ARC) > (-SRL + ARL) + AETS

    ovvero

    (SRC + SRL) > (ARC + ARL) + AETS.

    Essendo AETS positivo rimane valida la disuguaglianza

    (SRC + SRL) – AETS > (ARC + ARL) .

    I contributi termici delle radiazioni lunghe e corte al suolo non possono che essere maggiori dei contributi termici delle radiazioni lunghe e corte in atmosfera e quindi il suolo deve aumentare di energia termica e quindi di temperatura. L’impermeabilizzazione appare quindi correlata ad un aumento “non naturale” di ESN; “non naturale” perché correlato ad un processo di origine antropica.

    Del resto un risultato relativamente similare può essere ottenuto considerando nel complesso il sistema Terra più Sole. Si è già visto come l’intera radiazione proveniente dal sole può essere riflessa o assorbita da SSA. Mediamente il 30% della radiazione proveniente dal Sole viene riflessa dalla stessa atmosfera, dalle nubi e dal suolo; il 19% viene assorbita dall’atmosfera per poi essere riemessa nell’infrarosso (onde lunghe), l’1% può essere considerato assorbito dalla vegetazione in conseguenza della fotosintesi clorofilliana, il restante 50% viene assorbito dal suolo. Del 50% assorbito dal suolo, il 20% viene riemesso sotto forma di radiazione infrarossa (onde lunghe), il 7% viene riemessa come calore sensibile ed il restante 23% come calore latente. Di conseguenza se diminuisce la quota di calore latente a causa di una brusca riduzione di evapotraspirazione sia la radiazione infrarossa e sia il calore sensibile devono aumentare, sottintendendo in tal modo un aumento della temperatura.

    Anche l’andamento dell’albedo superficiale dovrebbe essere valutato nell’analisi degli effetti indotti dall’attività antropica di urbanizzazione sul clima. L’albedo superficiale è il rapporto tra la radiazione solare riflessa e quella incidente ad onde corte la superficie terrestre ed è uno dei parametri fondamentali che influenzano il clima della Terra. Nelle aree urbanizzate è prevedibile un incremento dell’albedo (infatti la vegetazione presenta valori di albedo minori rispetto a superfici rocciose e impermeabilizzate in condizioni naturali). Ciò dovrebbe portare ad una riduzione sia dell’energia assorbita dalla superficie che del mescolamento convettivo in prossimità dell’interfaccia suolo. A lungo termine anche l’evaporazione potrebbe diminuire inibendo ulteriormente la possibilità di condensa (e quindi di precipitazione) in atmosfera. In ogni caso la vegetazione influenza in modo sostanziale il clima di una determinata area modificando il bilancio energetico e gli scambi di vapore acqueo e anidride carbonica tra la superficie terrestre e l’atmosfera.

    All’aumentare dell’altezza, nei primi km di atmosfera ovvero nella troposfera, è sperimentabile un gradiente in diminuzione della temperatura. Il suolo si riscalda a causa dell’assorbimento della radiazione solare e cede di ritorno calore all’aria per radiazione e convezione ed energia termica attraverso il fenomeno dell’evaporazione e della traspirazione. Attraverso i moti convettivi il calore viene trasportato verso l’alto e all’aumentare della quota i gas si espandono e subiscono un raffreddamento mentre il gas con maggiore effetto di trasferimento di energia termica, il vapore acqueo, condensa a sua volta raffreddando il sistema tramite cessione di calore. L’espansione dei gas con la quota ne comporta il raffreddamento in quanto nelle durate tipiche della convezione (che agisce in un intervallo temporale compreso fra qualche minuto e qualche ora) l’aria conduce poco calore ma non manca lo scambio termico e particolarmente i cambiamenti di fase dell’acqua dissolta nell’aria (vapore acqueo atmosferico) sono associati a scambi di calore. Ed in ogni caso ci sono gli scambi di calore per irraggiamento per cui la troposfera perde calore per l’emissione di alcuni gas (H2O, CO2 etc.), nello spettro infrarosso (onde lunghe) nel processo che crea ESN. Come si può constatare dalla Figura 2 la percentuale di energia rispedita al suolo dall’atmosfera nell’infrarosso per effetto serra naturale diminuisce all’aumentare della quota (ultima freccia a destra in Figura 2). A 3.000 m circa già un terzo delle molecole che compongono l’atmosfera sono presenti a quote inferiori. A 5.000 m si possono considerare come un 50% le molecole presenti a quote inferiori. A queste quote l’atmosfera assorbe molta meno energia solare è viene ridotta drasticamente la restituire dell’energia in basso mediante l’emissione infrarossa (onde lunghe); l’energia elettromagnetica termica trova sempre meno sbarramenti nella sua strada verso l’esterno dell’atmosfera.

    In definitiva un meccanismo significativo di controllo dell’energia termica, e quindi della temperatura nella troposfera, è la convezione. Probabilmente nella sovrastante stratosfera il prevalente fattore di controllo dell’energia termica e quindi della temperatura è la radiazione. Il principale responsabile di ESN nell’atmosfera è il vapore acqueo. Rispetto alla CO2 il vapore acqueo ha rapidi scambi nel tempo e può contare sull’interazione con immensi serbatoi distribuiti sul suolo (oceani, ghiacciai, vegetazione). La concentrazione del vapore acqueo in atmosfera è ovviamente controllata dalla dinamica atmosferica ma potrebbe essere alterata anche dalla urbanizzazione generando un cambiamento del corrispondente ESN forse ben oltre la trascurabile perturbazione al clima. Tenendo fisso il ruolo di forzante primaria in carico alla CO2, come in via prevalente la letteratura di settore ricorda, se ad un aumento della forzante della CO2 corrisponde un contributo in aumento all’effetto serra dovuto alle dinamiche del vapore acqueo, la perturbazione introdotta dalla forzante rimane destinata ad avere effetti crescenti nel tempo con una variazione irreversibile del clima.

    In ogni caso minori concentrazioni di vapore non possono che essere correlate anche a minor formazione di nuvole. Una minor formazione di nubi non può che comportare una riduzione della parte riflessa dell’energia solare in ingresso (albedo terrestre collegato alle nuvole) ed un conseguente riscaldamento. Il vapore acqueo è quindi essenziale per lo sviluppo di condizioni meteorologiche perturbate; esso influenza (direttamente e indirettamente attraverso la formazione di nuvole) l’equilibrio radiativo planetario. Il vapore acqueo è poi l’unico costituente atmosferico radiativamente importante con vita breve, è abbondante nell’atmosfera e presenta una forte capacità di influenza sui cambiamenti climatici. Il calore latente del vapore acqueo rappresenta gran parte del trasporto di calore verso l’alto, all’interno dell’attuale atmosfera terrestre. Il vapore acqueo domina il raffreddamento radiativo netto della troposfera che guida la convezione. La convezione mescola verticalmente regioni localizzate dell’atmosfera tramite correnti ascensionali e discendenti, produce un trasporto netto di vapore acqueo prevalentemente verso l’alto e crea perturbazioni che possono trasportare indipendentemente l’acqua precipitante e rievaporante.

    L’aumento della superficie impermeabile nelle aree urbanizzate provoca una riduzione del flusso di calore latente e un aumento del flusso di calore sensibile. Si ravvisano quindi differenti tempistiche nel raffreddamento notturno; le aree meno urbanizzate o allo stato naturale si raffreddano in modo relativamente veloce durante la notte mentre le aree urbane continuano a mantenere temperature più elevate durante la notte. Il rallentamento del tasso di raffreddamento nelle aree urbane comporta generalmente un aumento della temperatura minima osservata.

    Il vapore acqueo in atmosfera ha una triplice attività: a) aumenta l’assorbimento e quindi RP a onde lunghe di ritorno verso il suolo; b) è veicolo per il trasporto diretto del calore latente dalla superficie ad altezze da dove si innesca la stessa RP, c) è prerequisito per la formazione delle nuvole e del conseguente albedo che aumenta la riflessione delle onde corte in arrivo dallo spazio. Il vapore acqueo interviene quindi su processi che potenzialmente influenzano le conseguenze della radiazione totale emessa da qualsiasi zona del suolo e dell’atmosfera ed i percorsi attraverso i quali l’energia termica incidente ritorna nello spazio. Senza vapore acqueo ESN rischierebbe di essere meno significativo. Gli altri gas serra, e particolarmente la CO2, intrappolano sicuramente energia a onde lunghe rimandandola sul suolo ma sempre solo in proporzione alla loro concentrazione. Il vapore acqueo è fondamentale a mantenere il pianeta abitabile ad una temperatura media di 15°C; se la corrispondente concentrazione in atmosfera diminuisce la temperatura media non può che alzarsi in quando verrebbe a ridursi il gradiente delle emissioni di ritorno dell’energia elettromagnetica a onde lunghe che gestisce l’allontamento verso lo spazio della stessa energia termica.

    Per finire ricordiamo che l’aria umida è più leggera dell’aria secca (le molecole di vapore acqueo presentano un peso molecolare minore rispetto ad altri gas come O2 e N2). Quando l’acqua evapora dalle acque libere, dalle superfici umide e dal suolo naturale ovvero evapotraspira attraverso la vegetazione il processo evaporazione rimuove il calore di evaporazione raffreddando contestualmente il suolo da cui evapora. Nelle aree desertiche, dove è limitata l’acqua soggetta ad evapotraspirazione durante il giorno, le escursioni termiche tra il giorno e la notte risultano molto più elevate rispetto alle aree temperate. Il calore assorbito viene trasportato attraverso l’aria leggermento meno secca e quindi più leggera che sale nella media troposfera fino ad essere potenzialmente rilasciata quando il vapore acqueo si condensa in nuvole ed eventualmente pioggia. In ogni caso le aree desertiche hanno poche nuvole perché la concentrazione di umidità, pur col potenziale raffreddamento del suolo durante il giorno e pur con la perdita di calore durante la notte, non ne permette la formazione. Nelle foreste pluviali la temperatura raramente supera i 40°C durante il giorno o raramente scende sotto i 25°C durante la notte. I deserti aridi c’è un contributo minore del vapore acqueo e devono fare affidamento soprattutto sull’albedo in superficie; di giorno le temperature arrivano anche oltre i 50°C mentre di notte possono scendere anche sotto i 10°C. Del resto tre possono essere i modi con cui l’aria più umida può tendere a riscaldare la superficie in termini relativi: 1) con abbassamento del gradiente di temperatura (si condensa il vapore acqueo con rilascio di calore latente nell’aria, prevalentemente in orari notturni); 2) maggior durata del tempo di raffreddamento durante la notte sopra la superficie in caso di maggior capacità termica; 3) limitare i tassi di evaporazione dalla superficie spostando la massa d’aria sopra di essa più vicino al punto di saturazione.

    L’energia termica non può che dipendere dalla radiazione mentre lo spostamento della stessa è ricollegabile prevalentemente alla convezione; un piccolo esperimento può mostrare come funzionano gli scambi di energia termica nella troposfera. Proviamo a tenere la mano vicino alla fiamma di una candela, lateralmente alla stessa, all’aria aperta e con aria calma (indicativamente a 8-10 cm di distanza). Il fuoco della fiamma è molto caldo, soprattutto rispetto all’aria che lo circonda, e quindi il trasferimento di calore radiativo dovrebbe essere significativo in questa situazione. Ma lateralmente a poca distanza dalla fiamma praticamente non si sente più il suo calore. Come mai? In realtà la radiazione della fiamma della candela viene rapidamente assorbita dall’aria circostante riscaldando la stessa.  Ma in conseguenza di questo riscaldamento l’aria si espande diventando meno densa e galleggiando verso l’alto: è il rapido processo di trasferimento dell’energia termica per convezione. Se invece mettiamo la mano a 10 cm sopra la candela sentiamo immediatamente il calore. L’energia che riscalda l’aria proviene dalla radiazione ma il meccanismo che la trasporta è la convezione. Se meno vapore acqueo si forma al suolo, a causa della minor presenza di acqua in situazione di urbanizzazione, meno vapore acqueo è anche disponibile per essere trasferito verso l’alto per convezione e meno energia radiante verrà trasferita verso l’alto. In questa condizione, per garantire il trasferimento di energia radiante a onde lunghe verso l’esterno dell’atmosfera e mantenere almeno localmente stabile il sistema SSA dal punto di vista energetico, maggiore dovrà essere la temperatura al suolo.

  • CRESCITA DEMOGRAFICA E CURVA DI KEELING

    I dati sul biossido di carbonio (CO2) della stazione di misura di Mauna Loa costituiscono la registrazione più lunga di misurazioni della concentrazione di CO2 in atmosfera. La raccolta dei dati iniziò nel 1958 a cura del dott. David Keeling dello Scripps Institution of Oceanography. In rete è possibile eseguire il download del database dei valori di CO2 del Global Monitoring Laboratory (GML) del National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). Nel database GLM NOAA ogni media mensile di CO2 misurata è la media delle medie giornaliere, che a loro volta si basano su medie orarie. L’accumulazione di anidride carbonica nell’atmosfera sulla base dei rilevamenti continuativi di Mauna Loa forma un grafico noto come curva di Keeling o CK (vedi Figura 1, da https://w.wiki/4ZWn).

    Figura 1

    Le misurazioni di Mauna Loa evidenziano un costante aumento della concentrazione media di CO2 da 313 parti per milione in volume (ppmv) misurati nel 1958 a 420 e oltre dei tempi attuali. La comunità scientifica concorda quasi unanimamente che questo aumento è dovuto alla combustione dei combustibili fossili e dal momento che la CO2 è un gas serra questo ha implicazioni significative in rapporto al riscaldamento globale. La “crescita” che di anno in anno spinge i livelli di CO2 verso l’alto pare quindi un processo a “causa” antropica in quanto l’andamento non ha nulla a che fare con la normale variabilità climatica e ambientale della Terra.

    Come evidenziato in Figura 1 la CK mostra una variazione ciclica annuale di circa 5 ppmv, corrispondente alla variazione stagionale dell’assorbimento di CO2 da parte della vegetazione terrestre. La maggior parte della vegetazione si colloca nell’emisfero settentrionale dove si concentra prevalentemente la superficie terrestre non interessata da oceani e mari. Dopo un massimo rilevabile nel mese di maggio la concentrazione di anidride carbonica diminuisce, durante la primavera e l’estate nell’emisfero settentrionale, poiché la vegetazione assorbe la CO2 attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana. Dopo il minimo di settembre il livello risale di nuovo in autunno ed in inverno nell’emisfero settentrionale a seguito della decomposizione della vegetazione e conseguente rilascio di CO2. L’oscillazione annuale dei valori di concentrazione deriva quindi dalla asimmetria delle superfici vegetate terrestri, più sviluppate nell’emisfero boreale che in quello australe. In termini di trend medio va comunque precisato come la concentrazione di CO2 nell’emisfero meridionale é lievemente inferiore rispetto a quella misurata nell’emisfero settentrionale in quanto la maggior parte della produzione di CO2 di origine antropica arriva proprio dall’emisfero boreale. Il tempo medio di rimescolamento della CO2 tra i due emisferi è stimato in circa un anno e questo spiega quelle sottili differenze osservabili fra misurazioni di CO2 localizzate nei due emisferi in punti diversi. L’emisfero australe è mediamente in leggero ritardo rispetto a quello settentrionale ma alla fine le misurazioni sostanzialmente corrispondono (le differenze osservabili, tra misurazioni in punti diversi ma comunque remoti e poco influenzati da sorgenti dirette, sono sempre di poche ppmv).

    Figura 2

    I dati NOAA GLM sono stati rielaborati operando una media su base triennale dei valori mensili e riportando il risultato in corrispondenza all’ultimo anno di ogni terna di anni considerata. La Figura 2 mostra l’andamento dei valori di CO2 così rielaborati. In ascissa i valori annuali dal 1961 al 2023, in ordinata i corrispondenti valori ottenuti dalla media dei dati relativi ai tre anni precedenti. La linea tratteggiata rappresenta una approssimazione lineare dell’andamento dei dati al variare dell’anno. Relativamente ai dati medi triennali è evidente il trend costantemente in aumento della concentrazione di CO2, con una tendenza dei gradienti all’aumento al passare degli anni. In Figura 2 il termine “trentennale” è da intendersi come “triennale”.

    Figura 3

    La Figura 3 è la riproposizione del grafico di Figura 2 ma limitato agli ultimi 30 anni (dal 1993 al 2023) mentre il grafico di Figura 4 è limitato ulteriormente agli ultimi 10 anni (sempre valori medi su tre anni posizionati alla fine di ogni triennio e valevoli dal 2013 al 2023). La Figura 4 sembra evidenziare una inversione nella curva di crescita (la concentrazione appare sempre in aumento ma con una diminuzione del trend di crescita). Anche nelle Figura 3 e 4 il termine “trentennale” è da intendersi come “triennale”.

    Figura 4

    Si tenta ora di valutare una possibile correlazione fra la curva di crescita della concentrazione di anidride carbonica e la curva di crescita della popolazione umana. Se pare acquisito che l’andamento della CK consegue alle attività antropiche simile correlazione dovrebbe infatti sussistere in rapporto all’andamento della crescita della popolazione umana.

    Dal sito https://www.worldometers.info sono stati ricavati i dati di popolazione dal 1960 per multipli di 5 anni. Sono stati ricavati i seguenti valori (numero di esseri umani viventi): 1060 > 3.019.334.434; 1965 > 3.337.111.983; 1970 > 3.695.390.336; 1975 > 4.069.437.231; 1980 > 4.444.007.706; 1985 > 4.861.730.613; 1990 > 5.316.175.862; 1995 > 5.743.219.454; 2000 > 6.148.898.975; 2005 > 6.558.176.119; 2010 > 6.985.603.105; 2015 > 7.426.597.537; 2020 > 7.840.952.880; 2023 > 8.070.300.000 (valore stimato).

    I dati NOAA GLM rielaborati operando una media su base triennale dei valori mensili (rappresentati in Figura 2) sono stati ulteriormente rielaborati operando la media dei valori di concentrazione annuali per blocchi di 5 anni e conferendo a seguire il risultato del calcolo al valore dell’anno multiplo di 5 immediatamente successivo. I valori ottenuti di CO2 caratteristici sul quinquennio, fatti coincidere con l’anno finale di ogni lustro, sono (espressi in ppmv): 1960 > 315,75; 1965 > 318,351; 1970 > 322,294; 1975 > 327,913; 1980 > 333,901; 1985 > 341,737; 1990 > 349,702; 1995 > 356,622; 2000 > 364,672; 2005 > 373,706; 2010 > 384,008; 2015 > 394,408; 2020 > 406,622; 2023 > 417,101 (quest’ultimo valore da considerarsi leggermente sotto stimato).

    Il legame, fra numero di abitanti della Terra per anno e valore medio di CO2 determinato elaborando i dati del quinquennio precedente allo stesso anno, sono rappresentati nella successiva Figura 5. Si evidenzia un legame risulta molto stretto, caratterizzabile da una curva regressiva di equazione

    CO2* = 284,2345 x [1-(2,6554 x (ABI*/33744489625,84))](-1/2,655)

    essendo

    CO2* = valore annuale di CO2 derivato dalla media quinquennale degli anni precedenti ognuno dei quali caratterizzato da valore di CO2 ottenuto dalla media dei tre anni precedenti derivati dal database NOAA GLM;

    ABI* = numero di esseri umani dell’anno dal 1960 al 2023 a multipli di 5 anni.

    Figura 5

    La regressione illustrata in Figura 5 è caratterizzata da un coefficiente di correlazione pari a 0,9996; da un errore standard pari a 1,0022; da DOF pari a 11 e da AICC pari a 1,7776.

    La strettissima correlazione fra crescita demografica e valori misurati medi mensili di CO2 da database NOAA GLM appare confermare la correlazione acquisita in letteratura fra dinamica della crescita della produzione di CO2 fossile e crescita della concentrazione di anidride carbonica. Si può evidentemente affermare che all’aumento della popolazione è correlabile un aumento della produzione di CO2 in conseguenza del maggior uso di combustibili fossili non rinnovabili (petrolio, metano, ecc…).

    Per approfondire ulteriormente la questione, sempre dal sito https://www.worldometers.info, sono stati recuperati i dati di emissione di CO2 fossile dal 1970 fino al 2015 per multipli di 5 anni. I dati di emissione di CO2 fossile espressi in tonnellate sono di seguito riassunti: 1970 > 15.700.000.000; 1975 > 17.346.512.000; 1980 > 19.803.842.000; 1985 > 20.176.693.000; 1990 > 22.450.442.000; 1995 > 23.619.144.000; 2000 > 25.593.733.000; 2005 > 29.769.008.000; 2010 > 33.587.787.000; 2015 > 35.631.078.000.

    La Figura 6 permette un confronto fra andamento della crescita dei valori di CO2 come determinati in precedenza (elaborando i valori della CK) e la crescita dei valori di emissione di CO2 fossile sopra evidenziati. Ovviamente il confronto si pone per corrispondenti annualità dal 1970 al 2015. In ascissa, in ambedue i casi, compare il valore demografico degli abitanti della Terra nei corrispondenti anni dal 1970 al 2015. Sul grafico superiore, in ordinata, sono visualizzati i valori di CO2 rilevata. Sul grafico inferiore, sempre in ordinata, sono visualizzati i valori di emissione di CO2 fossile. Anche se la distribuzione dei valori di CO2 fossile appare più sparsa non è possibile non rilevare la corrispondenza fra la tendenza a crescere per numero di abitanti, per le date corrispondenti, e la tendenza a crescere nei corrispondenti valori sia di CO2 fossile prodotta che di CO2 rilevata.

    Figura 6

    Confermata la corrispondenza fra la tendenza qualitativa/quantitiva al crescere e al variare del numero di abitanti del globo e le analoghe tendenze a crescere, sia qualitativamente che quantitivamente, dei corrispondenti valori di CO2 fossile prodotta e di CO2 rilevata, si vuole ora analizzare se analogo risultato è ottenibile considerando la distribuzione degli abitanti sul globo terrestre. Dal World Urbanization Prospects dell’ONU (vedi https://population.un.org/wup/) sono stati recuperati gli andamenti fra il 1970 e il 2020 della numerosità della popolazione urbana e la numerosità dei residenti in aree rurali.

    I dati della numerosità di popolazione urbana sono di seguito riassunti per anni caratteristici: 1970 > 1.354.215.000; 1975 > 1.538.625.000; 1980 > 1.754.201.000; 1985 > 2.007.939.000; 1990 > 2.290.228.000; 1995 > 2.575.505.000; 2000 > 2.868.308.000; 2005 > 3.215.906.000; 2010 > 3.594.868.000; 2015 > 3.981.498.000; 2020 > 4.378.994.000.

    I dati della numerosità di popolazione rurale sono di seguito riassunti per anni caratteristici: 1970 > 2.346.362.000; 1975 > 2.540.462.000; 1980 > 2.704.211.000; 1985 > 2.865.843.000; 1990 > 3.040.715.000; 1995 > 3.175.969.000; 2000 > 3.276.600.000; 2005 > 3.326.254.000; 2010 > 3.363.301.000; 2015 > 3.401.511.000; 2020 > 3.416.488.000.

    La Figura 7 visualizza i valori di CO2 ricavati dalla CK in rapporto all’andamento della numerosità di popolazione urbana negli anni dal 1970 al 2020. Allo stesso modo la Figura 8 visualizza i valori di CO2 ricavati dalla CK in rapporto all’andamento della numerosità di popolazione rurale negli anni dal 1970 al 2020.

    Figura 7

    E’ interessante notare come l’andamento qualitativo delle due distribuzioni in rapporto ai valori di CO2 registrati sia diverso. Il legame fra la popolazione urbana e CO2 è fortemente correlato in maniera lineare (Figura 7) mentre non c’è legame di tipo lineare fra popolazione rurale e CO2 (Figura 8). Addirittura la correlazione con la popolazione urbana sembra migliore rispetto alla correlazione con la popolazione totale (Figura 6).

    Figura 8

    Due considerazioni si possono ricavare dalle elaborazioni eseguite:

    1. La Figura 6 sottintende una sostanziale linearità fra crescita della popolazione e crescita della produzione di CO2 da fossile nell’intero periodo analizzato; linearità sostanzialmente presente anche nel rapporto fra andamento popolazione complessiva e CO2 misurata.
    2. La Figura 7 evidenzia sempre una forte linearità fra crescita della popolazione urbana e crescita della CO2 misurata mentre nella Figura 8 tale linearità è assente.

    La corrispondenza fra andamento della CO2 misurata e la numerosità della popolazione totale, perdurante su tutto il periodo considerato, è in qualche modo preventivabile. Ma nel passaggio fra popolazione totale e popolazione urbana non si può non constatare un sostanziale miglioramento della correlazione lineare. Il sotto insieme della popolazione mondiale costituito dalla popolazione urbana appare correlato linearmente ai valori di CO2 misurata in maniera molto più netta ed evidente.

    Per spiegare la dinamica del continuo aumento della CO2 misurata è forse plausibile ipotizzare che sia condizione necessaria, ma non sufficiente, la produzione di CO2 fossile. E forse altri aspetti andrebbero considerati per spiegare esaustivamente l’andamento della CO2 derivabile dalla CK. Il sensibile aumento qualitativo della correlazione lineare in rapporto all’andamento della popolazione urbana potrebbe consigliare maggior attenzione, ad esempio. verso la dinamica del ciclo idrologico come caratterizzazione da approfondire per spiegare l’andamento della CO2 misurata (nelle zone urbane il ciclo idrologico risulta infatti fortemente “modificato” dal consumo di suolo e dal corrispondente aumento del tasso di impermeabilizzazione). E’ noto che il ciclo del carbonio, le dinamiche dell’energia, le dinamiche del calore e quindi della temperatura, possono essere fortemente condizionate dalle dinamiche del ciclo idrologico e incidere sull’andamento delle concentrazioni di CO2 in atmosfera.

  • CAMBIAMENTO CLIMATICO ANTROPICO FRA CERTI E DUBBIOSI

    E’ prevalente nel mondo scientifico la  teoria secondo la quale il cambiamento climatico sia da addebitare in gran parte all’azione dell’uomo in conseguenza delle emissioni di anidride carbonica (CO2) connesse all’uso dei combustibili fossili (AGW). L’aggiunta di CO2 nell’atmosfera provoca un aumento delle proprietà di isolamento termico radiante modificando i flussi di calore che a loro volta provocano il riscaldamento della superficie terrestre e della bassa atmosfera (effetto serra). La Terra è infatti circondata da una atmosfera che mantiene la Terra stessa calda e abitabile; altri corpi celesti con poca o nulla atmosfera, sono troppo freddi per permettere la vita come la conosciamo.

    L’atmosfera terrestre contiene due gas serra molto importanti: acqua (H2O) e anidride carbonica (CO2). L’acqua attraverso evaporazione, precipitazioni e correnti oceaniche distribuisce il calore in arrivo dal sole impedendo alla Terra di diventare troppo calda o troppo fredda. Di converso, attraverso la fotosintesi clorofilliana, il calore del sole fa reagire CO2 con H2O sviluppando nutrimenti e rilasciando ossigeno. La presenza media di CO2 in atmosfera è attualmente di circa 415-420 parti per milione in volume (ppmv). In genere la vegetazione cresce molto più velocemente all’aumentare dei livelli di CO2; il livello ottimale di CO2 per la crescita delle piante indicativamente si attesta su 2.000 ppmv.

    L’origine della CO2 presente in atmosfera è legata soprattutto alle eruzioni vulcaniche, un tempo molto presenti sulla Terra quando il nucleo era molto più caldo di adesso.  Il tema cambiamento climatico antropico è relativamente ancora aperto, anche se appaiono definitivamente acquisite alcune conclusioni sull’argomento. In rapporto al cambiamento climatico antropico il mondo scientifico si suddivide grossomodo in due schieramenti principali: per semplicità d’ora in avanti indicheremo col termine CERTI gli studiosi che ritengono acquisita la teoria sul cambiamento climatico di origine antropica e DUBBIOSI i ricercatori che non la ritengono ancora pienamente acquisita o comunque sufficientemente provata.

    Alcuni DUBBIOSI arrivano addirittura a contestare che sia in atto effettivamente un anomalo aumento di temperatura. Secondo questi non c’è nulla di insolito nelle temperature attuali o nel riscaldamento in atto, particolarmente negli ultimi 50 anni. I periodi “caldi” minoico, romano e medievale, ad esempio, erano più caldi di quello attuale e ogni periodo caldo negli ultimi 12.000 anni è diventato progressivamente più freddo. Inoltre siamo vicini alla fine dell’attuale intervallo caldo di 12.000 anni tra ere glaciali di 90.000 anni. Vapore acqueo e nuvole si adattano ai cambiamenti della CO2 per mantenere costante l’effetto serra. Valendo questo la CO2 non potrebbe modificare l’effetto serra e di conseguenza causare il riscaldamento globale.

    Se altresì diamo per scontato che sussista un aumento medio della temperatura i DUBBIOSI ritengono che al sole possa essere avocata maggior responsabilità. Negli ultimi decenni c’è un costante aumento del numero di macchie solari e l’attività solare è il maggior imputato circa la causa del riscaldamento globale. Valendo questo il cambiamento climatico è causato dal sole e l’umanità non ha il potere di incidere sullo stesso. Secondo i DUBBIOSI viviamo attualmente in un periodo interglaciale ed è in atto un riscaldamento dopo l’ultima Piccola Era Glaciale allo stesso modo di come la Terra subì un riscaldamento nel Medioevo dopo un periodo di raffreddamento.

    Di converso i CERTI evidenziano che negli ultimi 40-45 anni il sole mostra una tendenza al raffreddamento e tuttavia la temperatura globale continua ad aumentare (quindi il sole non è il principale controllo della temperatura).  La figura precedente (tratta da www.skepticalscience.com) evidenzia in rosso l’andamento della temperatura globale rispetto alle variazioni della quantità di energia solare in blu. L’energia del sole fluttua attraverso un ciclo che dura circa 11 anni e l’energia cambia di circa 0,1% ad ogni ciclo. Se valesse l’potesi di temperatura globale controllata soprattutto dal sole ci dovrebbe poter valutare un raffreddamento, ad esempio tra il 2000 e il 2008. 

    Perché i CERTI ritengono la CO2 causa dell’aumento della temperatura? L’effetto dell’aggiunta in atmosfera di CO2 artificiale fu ipotizzato per la prima volta dallo svedese Svante Arrhenius nel 1896. Poiché la CO2 assorbe e riemette radiazioni a onde lunghe il corrispondente aumento comporta un maggior riscaldamento. CERTI e DUBBIOSI non concordano in particolare sul quanto ovvero sul problema della sensibilità climatica. Vari modelli climatici prevedono aumenti minimi e massimi della temperatura a seconda dello scenario e a seconda della qualità dello stesso modello. Certamente non è disconoscibile che le emissioni di CO2 legate alle attività umane sono via via aumentate negli ultimi decenni. Ad esempio da quando viene misurata la CO2 (come nella stazione di misura di Mauna Loa) è costantemente in aumento anche se relativamente meno del tasso di aumento delle emissioni antropiche di CO2.

    Secondo il sito www.skepticalscience.com l’uomo emette CO2 in quantità 100 volte maggiore dei vulcani. I vulcani emettono CO2 anche nelle profondità oceaniche (da 66 a 97 milioni di tonnellate di CO2 l’anno) ma queste emissioni sembrano soprattutto andare a formare depositi di carbonio sul fondo degli oceani e quindi i vulcani sottomarini sembra abbiano scarso effetto sulle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera. I vulcani terrestri con eruzione in aria, di converso, emettono 0,24 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno (Morner, 2002). L’umanità immette in atmosfera circa 29 miliardi di tonnellate per anno (quindi una differenza di due ordini di grandezza).

    La figura precedente permette un confronto fra emissioni legate all’attività vulcanica e l’andamento della concentrazione di CO2 dal 1960 misurata a Mauna Loa.  Come si può notare anche una grande eruzione come quella del vulcano Pinatubo (la maggiore del secolo scorso) ha inciso relativamente poco sull’andamento della concentrazione di CO2. Dal grafico è intuibile un piccolo rallentamento nella crescita della concentrazione di CO2, durante l’eruzione del Pinatubo, probabile conseguenza legata al raffreddamento causato dagli aerosol emessi dallo stesso vulcano (ostacola dallo strato di polvere vulcanica la luce solare si diffonde più uniformemente nel cielo permettendo anche alle foglie non direttamente colpite dai raggi di effettuare la fotosintesi con conseguente maggior assorbimento dell’anidride carbonica).

    Durante l’eruzione del Pinatubo le emessioni di CO2 sono stimate in circa 0,006 Gt/ora (valore non molto dissimile dal tasso medio di produzione della CO2 antropogenica pari a 0,004 Gt/ora). L’uomo respirando produce circa 0,7-1 kg di CO2 al giorno; considerando 8×109 abitanti della Terra abbiamo per ogni ora una produzione di circa 0,3X106 t/ora valore pari a circa  1/10 delle emissioni legate alle attività umane (stimate in circa 4×106 t/ora).

    I DUBBIOSI evidenziano che gli attuali livelli di CO2 nell’atmosfera (415-420 ppmv) non costituiscono livello di pericolo (si può vivere anche con concentrazioni di 4-6 volte superiori).

    Circa la considerazione che la CO2 di origine antropica non può essere causa di tutto l’aumento della CO2 nell’atmosfera i DUBBIOSI di solito espongono 3 questioni:

    1) le emissioni umane di CO2 sono aumentate significativemente negli ultimi decenni ma la CO2 dell’atmosfera ha continuato imperterrita con crescita relativamente costante;

    2) i cambiamenti annuali della CO2 nell’atmosfera non seguono il regolare aumento delle emissioni di CO2 umane;

    3) in alcuni anni (ad esempio fra il 1988 e il 1993), il tasso di aumento della CO2 nell’atmosfera si riduce mentre le emissioni di CO2 di origine antropica continuano ad aumentare.

    Inoltre i DUBBIOSI osservano che la CO2 viene utilizzata dalla vegetazione che crea ossigeno mentre la CO2 negli oceani viene utilizzata parimenti dalle alghe e altre piante verdi producendo ancora ossigeno rilasciato nell’acqua. I CERTI controbattono che, data la quantità di carbonio inorganico disciolto negli oceani, gli oceani stessi possono assorbire meno del 70-80% delle emissioni antropiche di CO2 e quindi il 20-30% è destinato comunque a rimanere nell’atmosfera.

    Sulla questione è poi importante il rapporto fra vapore acqueo e CO2. Sembra che il vapore acqueo atmosferico diminuisca all’aumentare della CO2; valendo questo rimarrebbe costante l’effetto serra totale e quindi rimarrebbe nullo o trascurabile il paventato aumento di temperatura. I DUBBIOSI evidenziano come nei primi 20 km di atmosfera le nuvole assorbono l’acqua e quando il vapore acqueo si condensa le gocce di pioggia rilasciano grandi quantità di calore latente.

    I CERTI controbattono che  andamento climatico e livelli di CO2 sono sempre variati insieme. Durante l’era glaciale i livelli di CO2 erano bassi e durante i periodi caldi la CO2 era più alta. Nell’Eocene (circa 56-34 milioni di anni fa) non c’erano le calotte polari, la temperatura era mediamente più calda di 10°C rispetto alla situazione attuale e i livelli di CO2 erano di circa 1.500 ppmv ( Westerhold et al. 2020 , Rae et al. 2021). Durante l’ultima era glaciale, la CO2 è variata tra 180 e 300 ppmv ( Rae et al., 2021). La CO2 era di pari entità anche nell’era glaciale paleozoica ovvero circa 340-290 milioni di anni fa (Foster et al., 2017). I dati per l’Ordoviciano indicano che la CO2 presentava un valore di circa 2.400 ppmv (Pancost et al. 2013). I periodi del Giurassico e del Cretaceo abbracciano circa 134 milioni di anni con diversi episodi di caldo e freddo e CO2 variabile fra 600 e 1.500 ppmv (Witkowski et al. 2018). Secondo i CERTI il clima della Terra nel corso di milioni di anni è sostanzialmente governato dall’equilibrio tra la CO2 emessa dai vulcani e CO2 rimossa dall’atmosfera dagli agenti atmosferici delle rocce (Joel 2017). Ciò ha impedito climi ostili alla vita e mantenuto il clima abitabile per circa 4 miliardi di anni. Secondo i CERTI questa condizione può essere compromessa da aumenti repentini e significativi di gas serra come quelli legati alla produzione di CO2 antropica.

    I DUBBIOSI pongono in modo diverso il problema del recente aumento della CO2 atmosferica da 280 ppmv all’inizio della rivoluzione industriale ai 420 ppmv attuali. Ipotizzando che il tasso di variazione della CO2 atmosferica “segue” la temperatura e tenendo conto che la Terra si è riscaldata dall’inizio della rivoluzione industriale come non evidenziare che il tasso di aumento della CO2 atmosferica nel frattempo è rimasto sostanzialmente costante? Secondo i DUBBIOSI ciò dimostrerebbe la mancanza di un limite alla velocità di assorbimento e quindi le emissioni umane di CO2 hanno basso effetto sulla quantità di CO2 atmosferica ed è del tutto “naturale” l’aumento da 280 a 420 ppmv (non c’è alcuna incidenza dell’andamento della produzione antropica di CO2). E se la concentrazione di CO2 risulta conseguente alla temperatura la CO2 di produzione umana non può essere il motore principale.

    Sull’argomento è inoltre interessante la diatriba fra CERTI e DUBBIOSI in relazione alla  presenza  dell’isotopo del carbonio. La presenza di isotopo di carbonio C-13 e C-14 (rispetto al C-12) nella CO2 atmosferica dimostrerebbe che il carbonio da combustione presente proviene da antiche fonti di carbonio (combustibili fossili) e non da emissioni naturali di CO2 (infatti i combustibili fossili sono sostanzialmente privi di C-14). Se la CO2 atmosferica fosse costante la CO2 di produzione umana comporterebbe comunque una diminuzione di C-14 nell’atmosfera (se la CO2 prodotta dall’uomo riduce la C-14 nell’atmosfera ciò non significherebbe automaticamente che la stessa CO2 prodotta dall’uomo sia causa dell’aumento osservato della CO2 atmosferica).

    Ipotizzando una concentrazione di 420 ppmv di CO2 nell’atmosfera si può stimare una presenza di circa 850×109 ton di carbonio nella stessa atmosfera. Il suolo e la vegetazione contengono oltre 2.000×109 ton di carbonio (quindi oltre il doppio dell’intera atmosfera). Gli oceani contengono 38.000*109 ton di carbonio (quindi oltre 45 volte tanto quanto contenuto nell’atmosfera). I combustibili fossili (che poi rappresentano i sottoprodotti delle piante che estraggono CO2 dall’atmosfera) rappresentano fra i 5.000*109 e i 10.000*109 ton di carbonio ovvero circa nove volte la quantità di carbonio presente nell’atmosfera. La quantità di carbonio sequestrata dall’atmosfera e trasformata in rocce carboniose è stimata nel valore 100*1015 ton (carbonio trasformato in pietra da specie marine che hanno imparato a costruirsi gusci protettivi combinando calcio e carbonio in carbonato di calcio). Le rocce carboniose rappresentano il 99,9% di tutto il carbonio passato nell’atmosfera globale, quindi la stragrande maggioranza di CO2 che è passata per l’atmosfera è stata immagazzinata in rocce carboniose e quindi non utilizzabili dal ciclo clorofilliano.

    Ricordiamo come le unità di CO2 sono in parti per milione di volume (ppmv) di CO2 mentre i gigatoni di carbonio (GtC=109 ton di carbonio) si possono convertire in ppmv utilizzando l’uguaglianza: 1 ppmv di CO2 = 2,13 GtC.

    I DUBBIOSI contestano la validità della teoria del cambiamento climatico anche da un punto di vista ontologico. Infatti se l’affermazione della non validità di una teoria incide sulla possibile dimostrazione che un modello climatico possa essere o meno corretto è ineccepibile la possibile dimostrazione che un modello climatico è sbagliato. Dal punto di vista della filosofia della scienza ciò sottintende che nessuno può mai dimostrare che un’ipotesi è corretta, ma basta anche una sola contraddizione per dimostrarla sbagliata.

    Del resto è lo stesso metodo scientifico che impone il rifiuto di una ipotesi quando questa sia in conflitto con i dati sperimentali. Detta in altri termini per provare la verità della teoria bisognerebbe essere disposti a rifiutare convinzioni che si trovano ad essere in conflitto con le risultanze sperimentali (qualsiasi ipotesi che non può essere falsificata non è un’ipotesi reale).

    I CERTI di converso affermano che la teoria del cambiamento climatico antropico è comunque acquisita  in conseguenza di una sostanziale prevalenza di prove, in particolare:

    1) l’uomo ha bruciato combustibili fossili in quantità significative negli ultimi 70-100 anni;

    2) le temperature globali sono per lo più in aumento da metà del secolo scorso;

    3) i modelli climatici prevedono che la CO2 di origine antropica causerà un futuro aumento della temperatura.

    I DUBBIOSI evidenziano che questo approccio non è da metodo scientifico e può portare a conclusioni sbagliate perché non è mai possibile provare che una teoria è vera, casomai possiamo solo provare che una teoria è falsa.

    Del resto sono attendibili i modelli climatici? Come è noto il clima è la media di condizioni meteo-climatiche per lunghi periodi di tempo (in genere si ritiene sufficiente un periodo di almeno 30 anni per definire le caratteristiche del clima). Quindi i modelli climatici, secondo i CERTI, hanno una loro validità poiché le medie generali di una certa variabile meteorologica possono essere previste con relativa precisione. Ma secondo i DUBBIOSI potrebbero essere di discutibile utilità qualora impostati in modo deterministico (ad es. per valutare la progressione di enormi quantità di variabili). La misura più nota del clima, ovvero la temperatura media globale dell’aria, è soggetta a fattori che possono rimanere imprevedibili, come i cicli decadiali oceanici e i cicli di irraggiamento solare. Secondo i DUBBIOSI anche se la temperatura globale è aumentata la temperatura effettiva potrebbe rimanere al di sotto delle previsioni dei modelli e ciò dimostrerebbe che la teoria del riscaldamento globale antropico è sbagliata.

    Ma torniamo al ruolo dell’acqua: l’acqua sposta  enormi quantità di calore. Come si rapporta ciò alla affermazione dei CERTI seconda la quale è il riscaldamento basato sulla presenza di CO2 la discriminante per comprendere il cambiamento climatico?

    Più acqua in circolo comporta maggior presenza di nuvole e le nuvole hanno una grande capacità di riflettere la radiazione solare in arrivo in atmosfera. Secondo i DUBBIOSI, presupponendo credibile che temperature più calde comportino più CO2 nell’atmosfera, non ci sono però sufficienti prove per asseverare che questa CO2 aggiuntiva provochi effettivamente un ulteriore riscaldamento. E se i gas serra provocassero un ulteriore riscaldamento, secondo i DUBBIOSI, il principale colpevole dovrebbe essere il vapore acqueo la cui entità in atmosfera dipende dal riscaldamento delle superfici dei corpi idrici e non dal corrispondente volume. Quindi la CO2 aumenta nell’atmosfera quando enormi volumi d’acqua aumentano di temperatura, ma più vapore acqueo entra nell’atmosfera perché solo la superficie dei corpi idrici si scalda.

    Appurata o meno la discriminante costituita dalla CO2 di origine antropica si presenta poi una ulteriore considerazione da valutare: la variazione di CO2 segue o precede la variazione della temperatura? Secondo i DUBBIOSI i dati mostrerebbero che CO2 atmosferica segue la temperatura piuttosto che guidarla: in altre parole la causa non precederebbe l’effetto.

    La quantità di CO2 nella nostra atmosfera è attualmente compresa fra 415 e 420 ppmv. Le emissioni di CO2 dal suolo e dal mare verso l’atmosfera sono stimate in circa 100 ppmv ogni anno; allo stesso tempo una quantità similare fluisce ogni anno dalla CO2 atmosferica alla CO2 terrestre e oceanica. La temperatura non può che incidere sul movimento di CO2 dalla terra e dall’oceano verso l’atmosfera. C’è poi un altro trasferimento di CO2: il flusso di CO2 di origine antropica, prevalentemente verso l’atmosfera, in genere stimato nel valore di 4 ppmv. I DUBBIOSI propendono a valutare il movimento di 100+4 ppmv come strettamente correlato al normale decorso naturale; qualora ingressi e uscite rimanessero sostanzialmente costanti la CO2 atmosferica rimarrebbe costante indipendentemente dal valore effettivo di ppmv di CO2 in atmosfera. Cambiando la temperatura cambia il valore di equilibrio di CO2 nell’atmosfera. Cambiando sole + nuvole + correnti oceaniche a seguito dell’aumento della temperatura aumenta il flusso di CO2 terrestre e oceanica verso l’atmosfera, aumentandone la concentrazione, fino ad un nuovo punto equilibrio.

    Indipendentemente dalle posizioni di DUBBIOSI e CERTI una questione è comunque sempre più non discutibile ed indifferibile: petrolio e metano non stanno finendo ma diventerà sempre più antieconomico il loro sfruttamento. Conseguenza ineludibile è la necessità di passare alle energie rinnovabili il più rapidamente possibile (anche per rispetto alle generazioni future). Stiamo sistematicamente distruggendo tutto ciò che questo pianeta ha fornito per la nostra sostenibilità come mammiferi evoluti; è necessario trovare altre fonti di energia sicure e sostenibili come vento, maree, solare, energia idroelettrica e (perché no?) l’energia da fusione nucleare.

  • UNA PARTICOLARE APPLICAZIONE DELLA FORMULA DI GIANDOTTI

    Le considerazioni che seguono riprendono l’articolo del prof. Mario Giandotti pubblicato sulla rivista L’Acqua nell’agricoltura, nell’igiene e nell’industria, agosto 1940, titolato Previsione empirica delle piene in base alle precipitazioni meteoriche, alle caratteristiche fisiche e morfologiche dei bacini. Applicazione del metodo ad alcuni bacini dell’Appennino Ligure.  Con considerazioni di natura cinematica il Giandotti espone la seguente formula

    QMAX = (277·gamma·psi·p·S)/(lambda·TC)

    dove

    QMAX = portata massima alla sezione di chiusura del bacino idrografico in m3/s,

    gamma = rapporto fra la portata massima della piena e la portata media,

    psi = coefficiente di riduzione dell’afflusso meteorico (coefficiente di deflusso),

    p = valore di precipitazione in m,

    S = superficie del bacino in km2,

    lambda = rapporto fra ascissa onda di piena e tempo di corrivazione al picco,

    TC = tempo di corrivazione in ore.

    I valori gamma e lambda vengono a costituire  i “parametri di forma” dell’idrogramma di piena. Vediamo ora come è possibile “massimizzare” il valore di portata QMAX eliminando la combinazione di gamma e lambda. Il parametro lambda definisce il punto dell’idrogramma di piena correlato al valore temporale del tempo al colmo TC (ovvero TC·lambda); viceversa gamma lega il valore di portata al colmo al valore di portata media.

    La teoria geomorfologica, per i bacini cosiddetti hortoniani, presenta una relazione che esprime il prodotto qP·tP fra portata al picco dell’idrogramma unitario istantaneo qP e il tempo in corrispondenza del colmo tP. Si tratta della relazione

    qP·tP = 0,58·(RB/RA)0,55·Rl0,05 , ___________________________________ [1]

    dove

    RB indica il rapporto di biforcazione (variabile fra 3 e 5),

    Rl il rapporto delle lunghezze (variabile fra 1,5 e 3,5) ed

    RA il rapporto delle aree (variabile fra 3 e 6).

    La relazione precedente può essere trovata, ad esempio, nel volume Fractal River Networks: Change and Self-Organization di Rodriguez-Iturbe I. e Rinaldo A., Cambridge University Press., New York, 1997.

    Ricordiamo che si possono considerare hortoniani la stragrande maggioranza dei bacini naturali. E’ stata eseguita una serie di elaborazioni per acquisire tutti i valori possibili che può fornire il secondo membro della relazione [1] sostituendo ai 3 valori hortoniani, a rotazione, tutti i possibili valori interni ai rispettivi campi di variabilità. Sono uscite 13.671 combinazioni, create considerando variazione di 0,1 per ogni singolo valore. I valori trovati del prodotto QP·tP variano fra il minimo 0,404 e il massimo 0,818. La media della serie assume il valore 0,5683, il valore della varianza è 0,006747, la deviazione standard vale 0,082142 mentre l’insieme dei numeri forma un campione asimmetrico a destra con coefficiente di asimmetria 0,381397.

    Le analisi numeriche accennate hanno permesso di determinare che, per i bacini a tipologia hortoniana, il prodotto QP·tP può variare fra 0,40 e 0,82. E’ intuitivo che il valore 0,82 può massimizzare il valore di QMAX della formula di Giandotti.

    Giandotti pone QMAX=gamma·QMED essendo gamma un coefficiente e QMED il valore della portata media dell’idrogramma di piena efficace. Poiché l’idrogramma di piena non è altro che una combinazione (lineare) dell’idrogramma istantaneo unitario elementare (corretto dalla frazione efficace della precipitazione nell’unità temporale di riferimento), possiamo riferirci  ad un idrogramma unitario istantaneo in cui qMED=1/(lambda·tP) per il fatto, ovviamente, che è unitario il volume dell’idrogramma. Allo stesso modo, se QMAX=gamma·QMED potremo scrivere qMAX=gamma·qMED ed essendo qMED=1/(lambda·tP) avremo per semplice sostituzione che qP·tP = gamma/lambda. Ma tale prodotto, per i bacini hortoniani, può avere solo il margine di variabilità sopra descritto, cioè  gamma/lambda  può variare fra 0,404 e 0,818.

    Con l’obiettivo di “massimizzare” la QMAX cercata la relazione (277·gamma·psi·p·S)/(lambda·Tc) diventa (277·0,82·lambda·psi·p·S)/(lambda·Tc) ovvero

    QMAX = (227,14·psi·p·S)/TC . ______________________________________ [2]

    Sono cioè spariti i parametri di forma dell’idrogramma avendone massimizzato, in via preventiva, le influenze. Ricordiamo come lo stesso Giandotti, per la determinazione del tempo di corrivazione di un bacino, propone la seguente relazione:

    TC=(4· (S)0,5+1,5·L)/(0,8· (H)0,5)

    essendo

    TC = tempo di corrivazione in ore,

    S = superficie del bacino in km2,

    L = lunghezza asta principale in km,

    H = differenza fra quota media del bacino e quota alla sezione di chiusura in m.

    Segue una piccola applicazione di quanto esposto per determinare la portata massima del fiume Piave a Presenaio (BL).

    La curva segnalatrice di possibilità pluviometrica di tipo monomio permette di determinare la precipitazione p dalla relazione p = a·TC n essendo a = 38 mm ed n = 0,49. La superficie  S vale 142 km2. Sia inoltre L=15,2 km; H=1600 – 966 m. Ipotizzando per psi il valore 0,8 si ottiene:

    TC =(4·1420,5+1,5·15,2)/(0,8·(1600-966)0,5) = 70,46 / 20,14 = 3,5 ore ,

    QMAX =277·0,82·0,8·(38·3,50,49)·10-3·142 / 3,5 = 1.811,5 / 3,5 = 517,6 m3/s .

  • NUOVO PORTO TURISTICO PER LE GRANDI NAVI A CHIOGGIA

    La Laguna di Venezia è una grande zona umida divisa dal mare da un cordone litoraneo che va dalla foce del Brenta (in Comune di Chioggia) sino a quella del Sile (in Comune del Cavallino). Il cordone è interrotto da 3 bocche di porto che governano lo scambio di sedimento fra mare e laguna in conseguenza dei flussi di marea (vedi Figura 1). I flussi di marea, attraverso le bocche di porto, definiscono il bilancio fra erosione e sedimentazione in relazione allo stato morfologico dell’ambito lagunare.

    Figura 1

    Negli ultimi secoli il sistema lagunare ha subito notevoli modificazioni. Tre fiumi (Adige, Brenta e Piave che in origine sfociavano in laguna) sono stati deviati direttamente a mare e ciò ha comportato la riduzione dell’apporto di sedimento dalla terraferma. Negli ultimi anni la realizzazione di nuovi canali interni di navigazione (es. il Canale dei Petroli, vedi Figura 1), nuovi moli foranei alle bocche e l’attuazione del progetto MOSE (vedi nostra proposta alternativa) hanno ulteriormente variato il regime degli apporti di sedimento in laguna.

    Le dinamiche morfologiche lagunari costituiscono una delle principali questioni con cui approcciare il problema emerso negli ultimi anni relativo alla gestione della Marittima (porto turistico di Venezia costruito lungo il perimetro dei quartieri di Santa Croce e Dorsoduro, vedi Figura 1).

    Uno dei più ambiti modi utilizzati dai turisti per visitare Venezia è scendere dalle navi con cui stanno facendo una crociera e visitare la città. Ma le navi da crociera sono sempre più grandi; attualmente possono arrivare a 350-450 m di lunghezza, con larghezze di 40-60 m, altezze di 50-70 m e pescaggio anche oltre i 10 m.

    L’accesso delle navi da crociera alla gronda lagunare deve necessariamente interessare i canali lagunari e la sosta non può che essere limitata alla Marittima dove sono presenti le attrezzature necessarie. Allo stato attuale le navi da crociera entrano in Laguna attraverso la bocca di Lido, percorrono il canale della Giudecca e arrivano alla Marittima (vedi Figura 1) costeggiando i giardini della Biennale e piazza San Marco. In genere si muovono assistite da rimorchiatori ma sul fondo dei canali lagunari si sollevano comunque enormi quantità di sedimenti e si innesta un moto ondoso alla lunga dannoso per le fondamenta di edifici e banchine. 

    Negli ultimi anni è stato valutato lo spostamento della navi da crociera verso Porto Marghera utilizzando il Canale dei Petroli con ingresso dalla Bocca di Malamocco ovvero farle arrivare alla Marittima attraverso il canale Vittorio Emanuele (canale lagunare parallelo al Ponte della Libertà). Altra possibilità potrebbe essere l’allontanamento delle grandi navi dal canale della Giudecca facendole entrare sempre dalla Bocca di Malamocco però facendole pervenire alla Marittima da sud (ma anche in questo caso si renderebbe necessario lo scavo di un nuovo tratto di canale). Evidentemente “spostare” le grandi navi dalla Marittima al Porto industriale di Marghera comporterebbe comunque enormi lavori di bonifica ambientale e  drastica modifica alla destinazione d’uso delle strutture esistenti.

    Anche per rispettare il delicato equilibrio della morfologia lagunare citato in premessa ultimamente sta prevalendo l’idea di costruire un nuovo porto fuori laguna. Si discute ad esempio se collocare un nuovo porto all’interno dell’attuale Bocca di Lido previa ulteriore “rivisitazione” verso il mare dei moli attuali. Sull’ipotesi viene spesso citato il cosiddetto progetto Duferco, previsto alla bocca del Lido presso le paratoie mobili del Mose lato mare.

    Alla data attuale (06/2021) sembra definitivamente deciso

    1) l’attuazione di una prima provvisoria fase (ovvero dirottamento delle grandi navi a Porto Marghera) e

    2) la successiva attuazione di una seconda definitiva fase attraverso la costruzione di attracchi extra-lagunari.

    Mercoledì 12/03/21 la Camera dei deputati ha approvato la conversione in legge del decreto che prevede l’allontanamento delle grandi navi dal centro storico di Venezia. Il decreto prevede che l’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale, che gestisce anche la Laguna di Venezia, abbia a disposizione 60 giorni di tempo per avviare un concorso di idee per elaborare proposte di punti di attracco fuori dalle acque della Laguna di Venezia. I punti qualificanti della questione sarebbero quindi:

    1) nuovo porto turistico fuori dall’ambito lagunare;

    2) previsione di fondali di ormeggio profondi non meno di 14 m per consentire attracco alle grandi navi;

    3) lunghezza delle banchine portuali non minori di 400 m;

    4) presenza di ausili per la logistica e relative attività nautiche collaterali.

    In questa prospettiva e limitatamente alla sola questione turistica di intende qui ipotizzare una possibili soluzioni alla questione grandi navi. La soluzione proposta prevede la costruzione di un classico porto lungo la linea di costa con la previsione di una canale marino di accosto per arrivare su fondali idonei (almeno -14/-15 m rispetto al livello medio del mare).

    Figura 2

    La soluzione proposta (vedi Figura 2) prevede un nuovo porto da realizzarsi alla foce del Brenta, in destra idrografica, attraverso:

    a) costruzione di una diga foranea che parzializzi la foce fino a fondali di 8-9 m;

    b) la costruzione di una diga foranea lato Isola Verde fino a fondali di almeno 8-9 m;

    c) scavi e dragaggi per formare un canale di ingresso/uscita con quote di fondo di circa 14 m s.m.;

    d) scavi e dragaggi per formare uno specchio liquido protetto M in grado di garantire la movimentazione delle grandi navi in ingresso/uscita sempre con quote del fondale di 14 m s.m.,

    e) predisposizione di banchine e moli di attracco per grandi navi, rimorchiatori per assistenza, navi minori per trasporto passeggeri da/per Venezia, moli secondari per navi e natanti più piccoli, ecc…

    In linea di massima il nuovo porto turistico dovrebbe essere dotato di parcheggio esterno (vedi punto G1, circa 100 posti auto) presso l’ingresso principale I1 e di un secondo parcheggio interno G2 da almeno da 900-1000 posti auto e 30-50 posti autobus con ingresso alla zona portuale da I2 attraverso la viabilità secondaria L2.

    B1, B2 e B3 indicano i moli di approdo delle grandi navi con lunghezze variabili fra 340 e 430 m. Moli secondari con banchine da 50-150 m sarebbero a disposizione (vedi punto C in Figura 2) per navi minori e traghetti destinati al  collegamento via mare verso/da Venezia. H indica una possibile collocazione dell’edificio servizi principale con uffici amministrativi e direzione, K indica volumi destinati ad attività tecniche di supporto ed L indica un possibile sito per la torre piloti.

    La seguente Figura 3 evidenzia, in forma schematica e semplicata, la morfologia dei fondali che si verrebbe a formare.

    Figura 3

    Il nuovo porto risulterebbe collegato via terra al retroterra lagunare ed a Venezia (dalla SS Romea si accede a Porto Marghera e a seguire al Ponte della Libertà, Marittima, Piazzale Roma, ecc…). Evidentemente andrebbe messa in conto la soluzione di varie problematiche viarie attraverso, ad esempio, il potenziamento del tratto di via Lungo Argine Brenta in Chioggia e la costruzione di una rotatoria di smistamento in corrispondenza all’incrocio fra la SS Romea e la stessa via Lungo Argine Brenta (vedi Figura 4).

    Figura 4

    Il nuovo approdo delle grandi navi risulterebbe collegato via mare con Venezia attraverso le Bocche di Chioggia, Malamocco o Lido ad esempio attraverso appositi traghetti destinati alla movimentazione del flusso turistico (vedi moli allo scopo destinati, punto C, Figura 2).

    Attualmente il ponte della SS Romea sul fiume Brenta e il contiguo ponte ferroviario garantiscono ai natanti in transito una luce di passaggio limitata a poco meno di 3 m. Limitatamente a motoscavi o piccoli natanti il nuovo porto risulterebbe quindi collegabile alla Laguna attraverso il canale di Brondolo.

    Risolvendo il problema della limitata luce di passaggio (in corrispondenza al citato ponte sulla SS Romea e sul contiguo ponte ferroviario) il nuovo porto, attraverso lo stesso fiume Brenta e previa costruzione di 4 nuove conche di navigazione, potrebbe essere collegato al nodo idraulico di Stra e da questo alla zona industriale di Padova e alla zona turistica della riviera del Brenta. Sarebbe altresì possibile l’accesso all’idrovia Fissero Tartaro Canalbianco attraverso l’idrovia Po-Brondolo. Già ora le merci vengono trasportate dal porto fluviale di Mantova, nel cuore della Pianura Padana, ai porti di Chioggia e Venezia su chiatte della capacità fino a 3.000 tonnellate, lunghe 95-110 m e larghe 11 m (carico assimilabile alla capacità di movimentazione garantita da circa 150 tir).

  • POZZETTO-CADITOIA CON RIMOZIONE DEL SEDIMENTO ED IMMISSIONE NEL PRIMO SUOLO DELL’ACQUA DI PIOGGIA

    Secondo il Piano di Tutela delle Acque (PTA) della Regione Veneto le strade pubbliche e private sono escluse da vincoli di trattamento e di autorizzazione in relazione alla gestione delle acque meteoriche di dilavamento. In tal senso sono escluse anche aree a parcheggio o piazzali purchè non eccedenti determinate dimensioni areali.

    Con queste tipologie di superficie le acque meteoriche di dilavamento possono essere recapitate  negli strati superficiali di suolo in assenza di adeguati recettori. Il recapito sugli strati superficiali di suolo è possibile purchè preceduto da idoneo trattamento in continuo di sedimentazione e se del caso di disoleatura (le condizioni che determinano la necessità di attivare procedure di disoleatura è la possibile presenza di sostanze di natura oleosa, a caratteristica non fortuita, che si possono depositare sulle superfici interessate dal drenaggio).

    Va ricordato che le Norme Tecniche di Attuazione del PTA [art.16, c.1, l.d)] vietano la dispersione di acque meteoriche, anche nel primo suolo, all’interno delle zone di rispetto e salvaguardia delle acque destinate al consumo umano (es. pozzi di acquedotto o derivazioni acquedottistiche).  

    La necessità di ulteriori trattamenti alle acque meteoriche di dilavamento è correlata alla non occasionalità e fortuità dell’eventuale presenza di sostanze pericolose di cui alle tabelle 3/A e 5 della parte III del D.L.vo 152/2006 e s.m.i. Se ad esempio l’acqua meteorica di dilavamento presenta persistente e non fortuito contenuto di ferro dovrebbe essere trattata prima di essere immessa nel corpo idrico recettore.

    Alle precise condizioni sopra accennate, se gli strati superficiali di suolo sono caratterizzati da terreni con permeabilità non trascurabile e se la falda è adeguatamente profonda rispetto al piano campagna, può essere valutato il conferimento nel sottosuolo delle acque di pioggia da dilavamento previo trattamento di eliminazione del materiale trasportato in sospensione.

    Viene di seguito illustrato un sistema di dispersione realizzabile assemblando semplici manufatti ordinariamente rintracciabili in commercio (caditoia dotata di sifone tipo “Padova”, tubazioni spiralate in PEAD per drenaggio, fogli di geotessuto, ecc…). Il sistema è tarato per occupare in pianta un’area minimale libera da sottoservizi pari a 110 x 90 cm2.

    Il manufatto che ora illustriamo invia nel sottosuolo l’acqua di pioggia e permette la decantazione del materiale solido normalmente presente nei flussi originati da superfici stradali, residenziali e/o produttive/commerciali (in questo ultimo caso con attività che non devono essere comunque inquinanti).

    Figura 1

    In Figura 1 e in Figura 2 viene presentata la sezione longitudinale e trasversale del manufatto proposto.

    Figura 2

    L’acqua di drenaggio attraverso la caditoia M confluisce entro il pozzetto F dotato di vano/sifone per conseguire la separazione dal materiale sedimentabile. Si crea un sovralzo del pelo libero entro F e a seguire l’acqua viene immessa nel tubo H che collega il sifone del pozzetto-caditoia ad un volume disperdente D realizzato con frantumato di cava di pezzatura 16-32 mm.

    Attraverso il foro N, predisposto nella parete che separa il vano F dal sifone, durante l’attività di manutenzione straordinaria del manufatto, potrà essere inserita una sonda con getto d’acqua in pressione ad interessare il cavidotto di dispersione in H, G e C. Quando le fessure che collegano C al corpo disperdente D risulteranno intasate sarà quindi possibile ripristinare lo smaltimento dell’acqua nel sottosuolo sotto e attorno al volume disperdente D. La frequenza degli interventi per l’inserimento dell’idrogetto e l’entità della rimozione del materiale sedimentato dipenderà dalle caratteristiche dell’area di drenaggio, dipenderà cioè dalla capacità dell’area di monte di rilasciare materiale insudiciante ed intasante durante gli eventi di pioggia.

    L’ammasso disperdente D è separato dal terreno attraverso una stuoia di geotessuto B (destinata a separare il limite di scavo dal volume di dispersione).

    La procedura costruttiva è di seguito articolata:

    1) si scava una buca 110×90 cmxcm profonda 150 cm circa;

    2) si stende e si costipa sul fondo uno strato di 10 cm di sabbia (vedi A);

    3) si stende e si costipa un volume di 60x110x90 cmc di frantumato di frantoio 16-32 mm lavato (vedi D) con contestuale posa di spezzone di tubo corrugato microforato diametro 125 mm e lunghezza 65 cm (vedi C) da far passare successivamente su foro eseguito sul geotessuto di chiusura G;

    4) sul geotessuto si esegue foro G e si richiude l’ammasso di frantumato D con sovrapposizione minima dei teli di almeno 20/30 cm;

    5) viene fornito e posato uno strato di magrone di ripartizione E con spessore almeno 10 cm sopra il geotessuto e sul sedime del pozzetto-caditoia:

    6) viene fornito e posato un pozzetto caditoia tipo “Padova” F;

    7) viene fornito e posato un giunto diametro 125 mm al tubo corrugato G e uno spezzone diametro 125 mm di corrugato ammorsato a 45° (con malta) sul sifone del pozzetto/caditoia (vedi punto H);

    8) viene fornito e posato del terreno arido di riempimento per chiudere lo scavo attorno alla caditoia (vedi punto I) fino a -20 cm dal piano campagna finito;

    9) viene fornita e posata una caditoia a base piana del tipo a nido d’ape (punto M);

    10) viene fornito e posato uno strato finale L di misto granulometrico stabilizzato o terra coltiva;

    11) viene eseguito un foro N entro il pozzetto caditoia tipo “Padova” affinche’ la punta della lancia dell’idrogetto, durante le attività di manutenzioni, possa “entrare” nei tubi H e C.

    Illustriamo ora una delle tante possibili modalità di dimensionamento del sistema di dispersione nel primo suolo dell’acqua di pioggia. Le ipotesi su cui basare la procedura di calcolo sono:

    A) si ipotizza che eventuali livelli di falda freatica non creino disturbo ne arrivino a minare l’operatività del sistema di dispersione;

    B) il terreno circostante il sistema di dispersione deve risultare permeabile. In genere è necessario che il terreno circostante sia caratterizzato da un coefficiente medio di infiltrazione KS pari ad almeno 10-4-10-3 m/sec e l’eventuale corrispondente frazione limosa sia in ogni caso trascurabile o inferiore al 5%. La conduttività idraulica KS dipende fortemente dalla temperatura (una diminuzione della temperatura da 25 a 5°C comporta un decremento del 40% della stessa conduttività idraulica);

    C) la determinazione del valore massimo di superficie da drenare viene eseguita sulla base di curve segnalatrici di possibilità pluviometrica (CSPP) relative ad un tempo di ritorno degli eventi massimi annuali di precipitazione (in genere non inferiore a 50 anni).

    Assegnata la CSPP, destinata a precisare la quantità di precipitazione da gestire, uno dei metodi di calcolo utilizzabili, e che qui presentiamo, comporta l’utilizzo ricorsivo della relazione:

    V=J*AI*t–KS*SC*t (1)

    essendo

    V il volume immagazzinabile all’interno del sistema pozzetto/caditoia drenante (m3);

    J l’intensità di precipitazione (m/s);

    AI l’area “efficace” del bacino di monte;

    t la durata della precipitazione critica (sec);

    KS la conduttività idraulica (m/s);

    SC l’effettiva superficie di infiltrazione (la base della campana di infiltrazione) in m2.

    Nel nostro caso il volume V è riempito con materiale in grado di garantire una data porosità N; avremo quindi che il volume effettivo VE è pari al volume dei vuoti ovvero N*V.

    Per stimare l’effettiva area di infiltrazione si utilizza la relazione

    SC = A1*SIN1

    essendo

    SI l’area di base dell’anello di dispersione,

    A1 = 2740,5*KS0,5086

    ed

    N1 = 0,0168*KS-0,2893 .

    Vedi Freni G., Oliveri E., Viviani G. “Infiltration facilities design: comparison between simplified approaches and detailed physically based modelling”, Novatech 2004.

    E’ facile predisporre un piccolo modello di calcolo basato sull’uso iterativo della formula (1). Fissati i valori V, KS ed SC la relazione (1) viene applicata iterativamente fino a coprire tutti i tipi di pioggia (compresi ad esempio fra 10 min e 1440 min) arrivando a determinare il valore minimo raggiunto dal parametro AI.

    Nello schema raffigurato in Figura 1 e in Figura 2 il volume profondo garantito dal sistema di dispersione nel primo suolo è pari a

    0,4*0,6*0,4+0,26*0,1*0,5+1,1*0,9*0,7*0,35 = 0,352 m3 .

    Il valore 0,352 è stato ottenuto ipotizzando una porosità caratteristica dell’ammasso D pari a 0,35. Il perimetro dell’ammasso D ammonta a (1,1+0,9)*2=4 m a cui corrisponde una pianta “circolare” caratterizzata da un raggio pari a 0,64 m.

    Riprendiamo alcuni valori caratteristici per KS:

    KS = 10 m/s (ghiaia grossa granulometria 30-70 mm);

    KS = 1 m/s (ghiaia grossa e pulita granulometria 20-30 mm);

    KS = 0.1 m/s (ghiaia media e pulita granulometria 10-20 mm);

    KS = 0.01 m/s (ghiaia media e sabbia grossa pulita granulometria 5-10 mm);

    KS = 0.001 m/s (sabbia media pulita granulometria 1-5 mm);

    KS = 0.0001 m/s (sabbia fine pulita granulometria 0.5-1 mm);

    KS = 0.00001 m/s (sabbia molto fine e pulita granulometria 0.3-0.5 mm);

    KS = 0.000001 m/s (sabbia finissima pulita granulometria 0.1-0.3 mm).

    Nel modellino proposto è possibile tener conto degli invasi di superficie, ad esempio attraverso la formula di Onstad (1984):

    VOL = 0,112*RR + 0,031*RR2 – 0,012*RR*S

    essendo

    VOL il volume di storage espresso in cm;

    RR l’indice di scabrezza della superficie, espresso in cm;

    S il gradiente medio locale della superficie espresso in %.

    Utilizziamo ora una CSPP a tre parametri del tipo h=a*t/(b+t)c valevole per un tempo di ritorno di 50 anni, con h espresso in mm, t in ore.

    Sia:

    a=73,75,

    b=0,307,

    c=0,894,

    col primo suolo caratterizzato da

    KS=0,0001 m/s (sabbia fine pulita)

    e indice di scabrezza della superficie di afferenza della caditoia caratterizzato dal valore

    RR=1,5 cm.

    L’utilizzo ricorsivo della (1) porta ai seguenti risultati:

    – altezza di storage VOL: 0,23 cm ,

    – durata della precipitazione critica: 11 min ,

    – area massima servita dalla caditoia drenante: 91,6 m2.

    Una valutazione di massima circa la capacità di sedimentazione (quindi di rimozione delle particelle trasportare dalla pioggia nel sistema in parola) può essere eseguita utilizzando la legge di Stokes che permette di stimare la velocità di sedimentazione Vs:

    Vs=((ROS–ROL) x g x DP2) / (18 x MU)

    essendo

    ROS la densità media della particella,

    ROL la densità dell’acqua,

    DP il diametro della particella,

    g l’accelerazione di gravità e

    MU la viscosità cinematica dell’acqua.

    Se ci focalizziamo sulla capacità di separazione delle particelle con diametro DP>0,2 mm si ottiene una velocità teorica di sedimentazione pari a Vs=1,1 cm/sec. Nel sistema qui proposto, all’interno della zona di sedimentazione, l’altezza massima dell’acqua al momento dello sfioro verso il comparto di infiltrazione può essere fissata in circa 30 cm; il tempo di sedimentazione è quindi stimabile in circa 27 sec. La superficie del comparto di sedimentazione vale 0,16 m2 e per tale superficie la portata massima accettabile in entrata è pari a 0,011*0,16 ovvero 1,8 l/s.

    Nell’esempio fatto, per una area servita di circa 90 m2 e con coefficiente di deflusso unitario la portata media che defluisce alla caditoia è di circa 0,9 l/s (inferiore a 1,8).

    Figura 3

    Il tubo di drenaggio C (vedi Figura 1 e Figura 2) è bene abbia un tappo terminale e sia rigido per agevolare la stabilità dello stesso durante la posa e costipazione del frantumato D. Circa larghezza massima delle fessura di filtrazione è consigliabile non eccedere i 0,5-1 mm.

  • INVARIANZA TERMOCLIMATICA NEGLI INTERVENTI EDILIZI E DI URBANIZZAZIONE

    Sulla superficie terrestre i contributi energetici principali sono l’energia radiante a onde corte del Sole  e lo scambio di energia radiante a onde lunghe tra la superficie della Terra e l’atmosfera.

    Un modo efficace di influenzare il bilancio energetico locale è cambiare l’albedo delle superfici in modo da variare l’energia del Sole rinviata allo spazio. Le superfici scure (ovvero con basso albedo) possono essere sostituite da superfici chiare (alto albedo) in modo da assorbire meno energia solare. Se in ambito urbano il materiale da copertura e da pavimentazione fosse sostituito da materiale altamente riflettente si ridurrebbe l’energia solare netta assorbita e si tradurrebbe in un cambiamento di temperatura molto simile a quello causato da una consistente copertura nuvolosa. Un tale cambiamento potrebbe non solo abbassare la temperatura di una città, avvicinandola a quella delle aree rurali circostanti, ma potrebbe anche portare ad una ulteriore riduzione qualora l’albedo in ambito urbanizzato fosse maggiore dell’albedo in ambito rurale.

    Ci proponiamo ora di introdurre una semplice metodica per determinare in modo semplificato i valori di albedo che permettono di acquisire l’invarianza termoclimatica in un intervento di trasformazione edilizio-urbanistica del territorio.

    L’energia media mensile che la Terra riceve dal Sole in un dato luogo cambia durante l’anno e allo stesso modo cambia la temperatura media mensile in quel luogo. I cambiamenti nella radiazione solare e nella temperatura sono strettamente accoppiati. In genere la radiazione raggiunge il picco circa 5-6 settimane prima della temperatura (quando la radiazione solare aumenta o diminuisce la temperatura reagisce di conseguenza ma in modo temporalmente sfasato).

    Nel Veneto la radiazione solare media ha un valore globale di circa 1000-1.100 kWh/m2anno. Il rapporto fra radiazione estiva ed invernale è di circa 6-7.

    Ma oltre al trasferimento di energia dal Sole alla Terra (calore radiante o radiazione a onde corte) c’è un altro trasferimento di energia radiativa, il trasferimento di energia radiante dallla Terra allo spazio (radiazione a onde lunghe). L’atmosfera riceve energia a onde lunghe dalla superficie terrestre, ma l’atmosfera, poiché contiene materia, irradia a sua volta energia verso il basso (verso la Terra) e verso l’esterno (verso lo spazio). In genere l’atmosfera presenta una temperatura più fresca rispetto a quella della superficie terrestre; pertanto la quantità di radiazione a onde lunghe verso il basso (cioè verso la Terra) è inferiore alla radiazione a onde lunghe originale dalla Terra e dirette verso l’atmosfera.

    L’energia che arriva dal Sole rimane nel sistema Terra come calore. Questo calore potrebbe far aumentare continuamente la temperatura se non venisse rimosso. Ciò è impedito dalla continua perdita di energia verso lo spazio a seguito dell’emissione di radiazioni a onde lunghe (caratteristica di ogni tipo di materia).

    Prendiamo in consideriamo ora un metro quadrato di superficie. Oltre alla radiazione solare vari altri fattori influenzano le temperature nell’elemento unitario di superficie (vento, evaporazione, pioggia, calore prodotto dalle attività umane, ecc…). La quantità di energia che entra nel metro quadrato di superficie durante un determinato periodo di tempo (es. 1 giorno) deve essere uguale alla quantità di energia in uscita più la quantità di energia eventualmente immagazzinata. Indicativamente più la superficie risulta interessata da interventi antropici di impermeabilizzazione maggiore è l’immagazzinamento di calore diurno e maggiore é il rilascio di calore notturno.

    Ma elenchiamo a seguire i termini di energia che andremo a considerare:

    QI sia radiazione solare incidente in arrivo (diretta e diffusa) a onde corte,

    QR sia la radiazione solare a onde corte riflessa,

    QLU sia l’emissione superficiale verso l’alto di radiazione a lunghezza d’onda lunga,

    QLD sia l’emissione verso il basso di radiazione a lunghezza d’onda lunga,

    Q* sia l’energia solare netta (positiva o zero) pari a QI–QR,

    EIN sia l’energia infrarossa netta pari a QLD–QLU (generalmente negativa o nulla),

    QT sia l’energia sviluppata dalle attività umane (industria, trasporto, riscaldamento, ecc..),

    QL sia il calore latente correlato all’evaporazione/evapotraspirazione dell’acqua,

    QE sia il calore sensibile trasportato dal movimento dell’aria,

    QS sia lo stoccaggio di calore all’interno del sistema (terreno, edifici, ecc…) .

    L’energia in gioco, sotto forma di calore, può essere:

    1) immagazzinata e quindi originando un incremento di temperatura (variabile QS),

    2) trasmessa per conduzione in profondità (quota parte di QE),

    3) trasmessa per convezione all’aria sovrastante (quota parte di QE),

    4) eliminato per evaporazione o evapotraspirazione (QL).

    Ricordiamo che l’attraversamento dell’aria da parte dei raggi solari non è di per se sufficiente a determinare un riscaldamento significativo dell’aria stessa. Ciò che determina maggiormente il riscaldamento dell’aria è la presenza di una superficie che, una volta riscaldata, porta ad un riscaldamento della stessa aria contermine per convezione.

    La radiazione netta Q*–EIN che incide una superficie può essere considerata come la somma delle componenti citate a onde lunghe ed a onde corte (Stull, 1988)

    Q*–EIN =–QR+QI–QLU+QLD .

    Nella relazione precedente i vari termini normalmente vengono valutati in W/m2 e il segno (positivo o negativo) deriva dal considerare negativa la radiazione in uscita e positiva la radiazione in ingresso.

    Come è noto la radiazione solare uscente QR è proporzionale alla radiazione solare incidente QI secondo il valore di albedo a:

    QR=a*QI

    mentre la radiazione onde lunghe uscente QLU è somma di una parte riflessa e di una parte emessa dalla superficie.

    I termini di energia elencati in precedenza variano di momento in momento durante ogni giorno di ogni anno e variano da un luogo considerato all’altro. In genere nell’arco di 24 ore l’energia solare radiante varia raggiungendo il picco intorno a mezzogiorno e scendendo a zero tra il tramonto e l’alba.

    La radiazione a onde corte del Sole QI viene acquisita esclusivamente durante il giorno, ma la radiazione a onde lunghe QLU emessa dal sistema terrestre viene persa sia di giorno che di notte. Grazie ai vari processi radiativi il metro quadrato di superficie che stiamo considerando si riscalda quindi durante il giorno e si raffredda di notte.

    La radiazione solare incidente QI è analoga sia in relazione ad una superficie con uso del suolo agricolo e sia per una superficie urbanizzata (il Sole splende su entrambe le superfici con la stessa intensità).

    Con una radiazione solare QI di 7,6 kWh/(m2*giorno) e con un albedo a di 0,25 (tipico di un ecosistema forestale rurale), la radiazione solare riflessa QR vale 1,9 kWh/(m2*giorno). Se la superficie risulta urbanizzata (ad es. superficie stradale o tetto di edificio poco riflettente) è possibile ipotizzare un albedo a medio di appena 0,05 risultando quindi in una luce solare riflessa QR di soli 0,4 kWh/(m2*giorno). Quindi l’energia netta ottenuta direttamente dal Sole in ambito agricolo è di 7,6 – 1,9 = 5,7 kWh/(m2*giorno) mentre quella nel caso urbanizzato è di 7,6 – 0,4 = 7,2 kWh/(m2*giorno). Si può intuire l’importanza dell’albedo: nell’esempio portato il metro quadrato urbanizzato riceve 7,2 – 5,7 = 1,5 kWh/(m2*giorno) di energia in più .

    L’energia radiante a lunghezza d’onda lunga QLD  verso la superficie terrestre (verso il basso) ha origine nell’atmosfera superiore quando l’energia verso l’alto QLU  viene assorbita, riscaldando l’atmosfera e facendo rimettere questa energia. Le emissioni verso il basso della radiazione a lunghezza d’onda lunga QLD  sono leggermente inferiori in termini di energia rispetto alla radiazione a onda lunga verso l’alto QLU perché l’atmosfera superiore, in generale, è più fredda della superficie terrestre e dell’atmosfera vicino alla superficie terrestre. A causa della vicinanza le temperature effettive delle atmosfere più alte, sia negli ambienti rurali che in quelli urbanizzati, possono essere comunque considerate uguali ai fini della presente nota.

    La presenza di possibili elevati livelli di inquinamento nell’atmosfera sopra una area impermeabilizzata possono intrappolare il calore e rendere la stessa atmosfera più calda di quella corrispondente sopra una superficie permeabile. L’inquinamento aumenta quindi il termine di energia radiante verso il basso QLD aumentando il riscaldamento in corrispondenza alla superficie impermeabilizzata. La perdita netta di energia radiante a onde lunghe QLU dall’ambiente permeabile è in genere maggiore di quella dalle superfici più calde dell’ambiente impermeabilizzato. Tenendo conto dell’albedo la superficie impermeabilizzata riceve più energia dal Sole rispetto alla superficie non impermeabilizzata ma essendo caratterizzata la stessa superficie impermeabilizzata da una temperatura più elevata questa perde anche di più. Se ci limitiamo a sommare algebricamente i 4 termini di energia radiativa (–QR+QI–QLU+QLD) si può concludere in genere che l’area permeabile guadagna più energia dell’area impermeabilizzata; stando così la questione l’area permeabile sembrerebbe guadagnare più energia rispetto all’area impermeabilizzata e quindi dovrebbe essere caratterizzata da una temperatura media più alta. Ma, come vedremo, ci sono altri processi da considerare.

    La seguente tabella (Oke,  1982) si riferisce a condizioni tipiche a mezzogiorno di una limpida giornata estiva con venti leggeri per una città di media latitudine di circa un milione abitanti (valori in W/m2). Nella tabella con area suburbana si intende un’area con presenza di residenza con circa il 50% di superficie a verde e presenza di area commerciale mista e residenziale denso con circa il 10-20% di superficie a verde.

    Parametro——————–Area Rurale————-Area suburbana———–Area urbana

    01) QI——————————800—————————-776——————————-760

    02) QR—————————–160—————————-116——————————–106

    03) QI–QR (>=0)—————640—————————-660——————————–654

    04) QLD—————————350—————————-357——————————–365

    05) QLU—————————455—————————-478——————————–503

    06) QLD–QLU —————– -105————————- -121—————————— -138

    07) 03)+06) ———————-535—————————-539——————————–516

    08) QT——————————0——————————-15———————————-30

    09) QE——————————150—————————216———————————158

    10) QL —————————–305—————————216———————————158

    11) QS——————————80—————————–122———————————148

    All’aumentare dell’ impermeabilizzazione sulla superficie unitaria che stiamo considerando (in conseguenza dei processi di edificazione e/o di urbanizzazione) maggiore è l’immagazzinamento di calore diurno e maggiore è il rilascio di calore notturno. In genere, a parità di flussi radiativi, un’area urbana centrale densamente costruita ha una capacità d’accumulo diurno e di rilascio notturno pari a circa 1,5 volte quella di una area rurale inedificata. In genere le aree impermeabilizzate attivano isole di calore in cui:

    • di giorno la prevalenza del flusso di calore sensibile sul flusso di calore latente (dovuta alla impermeabilizzazione delle superfici e dovuta alla scarsa o nulla vegetazione) riscalda la struttura urbana;
    • nel pomeriggio il flusso di calore sensibile cala più gradualmente rispetto alle aree rurali e, addirittura, di notte spesso resta positivo;
    • nel tardo pomeriggio e di sera la struttura urbana rilascia una quantità significativa di calore, immagazzinato durante la giornata;

    Il flusso di calore antropogenetico raramente è causa principale dell’isola di calore; tuttavia può essere importante, specie d’inverno, con venti deboli e in condizioni di stabilità atmosferica.

    Se consideriamo il tasso di impermeabilizzazione come principale indicatore quantitativo di urbanizzazione va ricordato che lo stesso non può considerarsi del tutto esaustivo in quanto non permette di considerare altri importanti fattori (la natura dei materiali, la geometria del costruito, l’altezza del costruito, la presenza di vegetazione, ecc…). Soprattutto l’altezza degli edifici non permette di tener conto delle diverse estensioni di superficie captante verticale e le dimensioni della massa edilizia per l’accumulo termico. Si procede limitando comunque la trattazione a questo unico indicatore in quanto le conclusioni e le procedure introdotte con la presente nota non possono che considerarsi di prima approssimazione.

    Il bilancio termico della superficie unitaria che stiamo considerando è esprimibile in prima approssimazione come somma fra il flusso radiativo netto (comprensivo della radiazione solare diretta e della radiazione proveniente dalle superfici) pari a  –QR+QI–QLU+QLD più il calore antropico QT da uguagliare alla somma fra di calore sensibile QE, calore latente QL e il calore accumulato QS. Non viene considerato il calore trasferito o sottratto al sistema per avvezione da sistemi contigui (flussi orizzontali). Possiamo in definitiva scrivere

    -QR+QI–QLU+QLD+QT = QE+QL+QS—————————————————–(1)

    Consideriamo ora la tabella di Oke esposta in precedenza, con riferimento all’ambito rurale, ed ipotizziamo che i corrispondenti valori siano indicativi per un lotto di terreno in cui si va a programmare uno o più interventi urbanistico-edilizi. Prendiamo in considerazione inoltre 3 Casi relativi a 3 diverse situazioni termoclimatiche con riferimento sempre al medesimo lotto:

    Caso 1 : area completamente allo stato naturale e quindi completamente inedificata.

    Caso 2 : area in cui si interviene con la costruzione di un edificio o di un’opera di urbanizzazione che modifica il tasso locale di impermeabilizzazione e nel contempo introduce variazioni al bilancio termico locale.

    Caso 3 : area completamente impermeabilizzata e completata, per la quale la componente permeabile è praticamente annullata.

    Ipotizziamo ora che il Caso 1 sia caratterizzato, dal punto di vista energetico, da una distribuzione di valori simili ai parametri di Oke valevoli per l’area rurale. Poniamo: QI=800, QR=80, QLD=350, QLU=455, QT=0, QE=150, QL=465 e QS=0. Applicando la relazione (1) in base a queste ipotesi si ottiene a=0,1 (terreno scuro con coltura a prato).

    Allo stesso modo caratterizziamo il Caso 3 (area completamente impermeabilizzata) con i seguenti valori: QI=800 (ipotizziamo quindi che l’energia solare in arrivo sia uguale alla situazione tipica del Caso 1); QR=a*800 essendo a l’albedo; QLD=365; QLU=503; QT sia il valore del calore antropico prodotto; QE=250; QL=25 (ipotizzando che il rapporto di Bowen valga 10 per l’area completamente impermeabilizzata); QS=150.

    Nel Caso 2 ipotizziamo che i valori caratteristici derivino da un interpolazione lineare dei corrispondenti valori fissati nel Caso 1 e nel Caso 3. Se indichiamo con X la percentuale di area impermeabilizzata creata dall’intervento edilizio, viene quindi posto: QI=800, QLD=(350+(15*X)/100), QLU=(455+(48*X)/100), QE=(X+150); QL=(465-4,4*X) e QS=0,15*X.

    Applicando la relazione (1) alla colonna dei valori ipotizzati per il Caso 3 si ottiene:

    QT=a*800-237 ————————————————————-(2)

    Applicando i valori caratteristici del Caso 2 alla relazione (1) si ottiene infine:

    a=(80+QT+2,92*X)/800————————————————-(3)

    La relazione (3) può essere utilizzata come prima stima dei valori di albedo, con cui caratterizzare l’intervento edilizio-urbanistico, necessari ad acquisire l’invarianza termoclimatica. Agire quindi sulla modificazione dei valori di albedo (in essere o di progetto) per fare in modo che la maggior energia allontanata nell’atmosfera compensi l’energia che nel sistema viene prodotta in conseguenza dei nuovi carichi di origine antropica (energia elettrica, termica, per illuminare, ecc…) e in conseguenza del calore latente QL in diminuzione nel sistema all’aumentare del tasso di impermeabilizzazione.

    In base alle ipotesi fatte gli ambiti di applicabilità della (3) valgono per valori di X variabili fra 0  e 100 e valori di QT variabili fra 0 W/m2 e 428 W/m2. Nel caso QT sia 0 e X sia 0 dalla (3) otteniamo a=0,1 (stesso valore di albedo relativo al Caso 1 quindi peculiare di un terreno scuro coltivato a prato non ancora urbanizzato o edificato). Allo stesso modo per QT=428 W/m2 e X=0 (situazione teorica ideale di massima produzione di calore antropico nell’area caratterizzata da impermeabilizzazione nulla) otteniamo a=1. In quest’ultimo caso i parametri sono ovviamenti priva di significatività reale.

    ———————————————— O ———————————————–

    ESEMPIO APPLICATIVO n°1 – OPERA DA PROGETTARE (modifica di QL e QT)

    E’ previsto un intervento edilizio su di un lotto di area 25×25 = 625 m2 attualmente completamente inerbito (vedi Figura 1).

    Figura 1 – Lotto ove costruire un fabbricato

    Nella situazione attuale l’albedo è stimato nel valore a=0,1 (terreno scuro inerbito). I livelli attuali di impermeabilizzazione sono qualificati dal valore X=0. E’ previsto un intervento edilizio di 10×10 = 100 m2 lordi suddiviso su due piani con incidenza del carico antropico QT stimata in 20 W/m2 per piano. Intorno l’edificio è previsto un pedonale largo 1,5 m e un tratto di pedonale di collegamento alla viabilità pubblica largo 3 m e lungo 7 m. Per semplicità ipotizziamo che la superficie a tetto coincida col sedime del corpo di fabbrica (area 100 m2). Su queste basi l’aliquota centesimale di impermeabilizzazione (ad intervento eseguito) è pari a

    (13×13+7×3) / (25×25) = (169 + 21) / (625) = 190/625 = 0,304 .

    In rapporto all’intero lotto il carico antropico specifico QT vale

    (20+20)*((100+100)/625) = 12,8 W/m2.

    Figura 2 – Lotto con edificio realizzato

    Dalla relazione 3) è possibile ottenere il valore di albedo in grado di garantire l’invarianza termoclimatica in base alle ipotesi e semplificazioni fatte:

    a=(80+12,8+2,92×0,304×100)/800=0,227 .

    Nella configurazione ad intervento realizzato si ipotizza (vedi Figura 2):

    • la superficie residua a verde, pari a 625-190 = 435 m2, sia caratterizzata da albedo a=0,1;
    • i pedonali di superficie (13×13-10×10+7×3) = 90 m2 vengono eseguiti in betonella rosetta molto chiara caratterizzata da albedo a=0,50;
    • il rivestimento del tetto sia realizzato in tegole di cemento grigio molto chiaro caratterizzato da albedo a=0,55.

    Con tali previsioni di progetto l’albedo nella configurazione futura è stimabile come

    a= (435×0,1+90×0,50+100*0,55)/625 =( 43,5+45+55)/625 = 143,5/625=0,23 .

    Il valore 0,23 è maggiore del valore di albedo minimo necessario (0,227) per acquisire l’invarianza termoclimatica. La distribuzione dei valori di albedo ipotizzata nella configurazione di progetto permette quindi di acquisire l’invarianza termoclimatica cercata.

    Nell’esempio, per semplicità, non sono stati considerati i valori di albedo delle superfici antropiche verticali (pareti e serramenti).

    I coefficienti di albedo previsti per le varie superfici omogenee nell’area di intervento (vedi Figura 2) nel bilancio termico del giorno estivo tipico compensano la riduzione di QL correlata al tasso di impermeabilizzazione indotto dall’attività edilizia e compensano l’aumento previsto del carico antropico QT.

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    ESEMPIO APPLICATIVO n°2 – OPERA ESISTENTE (modifica di QT)

    Vediamo ora un esempio applicativo della relazione (3) in caso di aumento del carico antropico in un edificio esistente.

    Figura 3 – Edificio nella configurazione esistente

    Consideriamo un lotto residenziale di 30*30 = 900 m2. Sul lotto è già esistente un edificio (vedi Figura 3). Il tetto si sviluppa su 180 m2 di sedime (proiezione orizzontale) ed è eseguito in tegole di calcestruzzo colore marrone terra (a=0,26). Le pareti perimetrali sviluppano 270 m2 e sono colorate in rosso veneziano caratterizzato da a=0,16. Attorno al fabbricato, nella situazione attuale, è presente un’area pedonale di 160 m2 rifinita con mattonelle color ocra chiaro e albedo a=0,25. Intorno al fabbricato è presente una fascia infiltrabile per 320 m2 in ghiaino di frantoio bianco con a=0,25. L’area verde (giardino) ammonta a 180 m2 con a=0,1 (terreno scuro leggermente inerbito). Il lotto è perimetrato da una muretta di recinzione in mattoni rossi che si sviluppa per 60 m2 caratterizzati da a=0,15. Il tasso attuale di impermeabilizzazione è pari a

    (180+160+60) / 900 = 0,45 ovvero 45%.

    Ai fini della definizione dei coefficienti di albedo si ipotizza che l’incidenza sul sedime del tetto delle pareti del fabbricato  sia il 10%; allo stesso modo l’incidenza del tetto sul proprio sedime viene stimata al 90%. L’albedo caratteristico sui 180 m2 di proiezione orizzontale di tetto ammonta quindi a

    0,1*0,16+0,9*0,26 = 0,25 .

    Nelle condizioni attuali l’albedo a1 caratteristico del lotto viene stimato in

    a1 = (180*0,25+160*0,25+320*0,25+60*0,15+180*0,1) / 900 = 0,213 .

    L’edificio in futuro sarà interessato da un aumento del carico antropico di 40 W/m2 per ogni piano (ognuno di 180 m2 di superficie) conseguente all’installazione di un sistema domotico interno da 14,4 kW che agevola l’abitabilità per un portatore di handicap residente. Si vuole modificare l’albedo del lotto agendo sulle rifiniture del pedonale, del tetto e delle pareti in modo da conseguire la compensazione, nel bilancio termico del lotto, a seguito dell’aumento del carico antropico.

    A tal fine

    • il tetto viene rifatto con tegole in calcestruzzo colorato bianco opaco chiaro (a stimato col valore 0,74);
    • le pareti verticali vengono ridipinte con tripla mano di tinta color bianco ed i serramenti vengono ridipinti con colore rosa pallido. Il valore caratteristico di albedo per le pareti viene stimato in 0,80;
    • il pedonale attorno al fabbricato viene rifatto utilizzando marmette di marmo botticino fugato con polvere di cemento bianco (per il pedonale viene stimato un valore a pari a 0,71).

    Nella nuova configurazione l’albedo caratteristico del tetto ammonta quindi a

    0,1*0,80+0,9*0,74 = 0,756 .

    Nelle condizioni modificate l’albedo a2 caratteristico del lotto viene stimato in

    a2 = (180×0,756+160*0,71+320*0,25+60*0,15+180*0,1)/900 = 0,396

    Figura 4 – Edificio nella configurazione modificata

    Applicando la (3) dopo aver esplicitato QT otteniamo, nella configurazione attuale, un valore di QT negativo e nella configurazione futura il valore QT=105,4 W/m2 in rapporto all’intero lotto ovvero 105,4*((180+180)/900) = 42,16 W/m2 in rapporto a ognuno dei due piani che compongono l’edificio (piano terra e primo piano). Il valore 42,16 è superiore al valore 40 W/m2 e quindi si può ritenere compensato l’aumento del carico antropico.

    Il valore QT negativo, ottenuto applicando la relazione 3 con i parametri della situazione attuale, indica che nella condizione in essere c’è uno sbilancio termico, rispetto alla condizione del lotto completamente inedificato, in conseguenza soprattutto del tasso di impermeabilizzazione che riduce  QL.

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    ESEMPIO APPLICATIVO n°3 – OPERA DA PROGETTARE (modifica di QL)

    E’ in corso di progettazione un Piano Urbanistico Attuativo. Come previsto dalla Convenzione a lottizzare l’invarianza termoclimatica entro i singoli lotti privati verrà garantita durante l’attuazione dei volumi edilizi da parte degli stessi privati. Ma, in ambito pubblico, da subito nasce il problema di costruire strade, parcheggi, ciclabili e pedonali pubblici vincolati al rispetto della stessa invarianza termoclimatica. Strade e parcheggi non saranno interessati da grandi volumi di traffico motorizzato e per le corrispondenti superfici si ritiene che il valore QT si possa ritenere trascurabile. Rimane quindi il solo problema di compensare la drastica diminuzione di QL (essendo totale l’impermeabilizzazione del suolo) prevedendo una tecnica costruttiva che agisca sui valori di albedo.

    Se poniamo QT=0 e X=100 dalla (3) si ottiene a=0,465.

    Viene prevista la costruzione delle pavimentazioni di strade, parcheggi, ciclabili e pedonali pubblici con la tecnica della pavimentazione flessibile ottenuta da un primo strato di misto granulometrico bitumato altamente poroso (con presenza di elementi litoidi chiari) con una successiva saturazione di malta cementizia fluida fibrorinforzata di colore bianco sporco per strade e parcheggi, rosetta chiaro per i percorsi ciclabili, grigio chiaro per i marciapiedi. Test sperimentali garantiscono alla pavimentazione semiflessibile così realizzata un albedo medio di 0,55 (valore ottenuto da media pesata in funzione dell’incidenza dei vari tipi di superficie). Si prevede per le pavimentazioni realizzate una riduzione media dell’albedo del 15% nei primi anni di operatività (per insudiciamenti e scolorimenti). A regime le pavimentazioni semiflessibili assumeranno il valore medio di albedo pari a 0,55*(1-0,15)=0,467 (valore maggiore di 0,465).

    Figura 4 – Viabilità di PdL realizzata con alto albedo

    L’immagine originale di Figura 4 è tratta da qui.

  • TETTI FREDDI E FLUSSI DI ENERGIA

    Con tetto freddo (cool roof in inglese) si intende un tetto dotato di

    a) elevata capacità di riflettere l’irradiazione solare incidente e

    b) in grado di emettere energia termica nell’infrarosso.

    I tetti freddi permettono la gestione dei problemi di surriscaldamento estivo. La capacità di cui al punto a) implica un valore elevato di albedo (capacità di riflettere l’irradiazione solare incidente); la capacità di cui al punto b), qualora significativa, consente al tetto di trasferire all’atmosfera un grossa aliquota di irradiazione solare assorbita.

    Un tetto freddo si può ottenere applicando in corrispondenza alla sua superficie un ricoprimento caratterizzato da colore molto chiaro (meglio se bianco).

    L’energia termica irradiata dal sole, ed incidente sulla superficie esterna del tetto, è in parte riflessa e in parte assorbita.

    Cosa arriva dal sole? Sulla superficie della terra non giungono le radiazioni solari X e GAMMA (caratterizzate da una lunghezza d’onda inferiori a 0,21 micron) perché schermate dall’alta atmosfera; non giungono neanche le radiazioni ultraviolette C o UVC (caratterizzate da lunghezza d’onda compresa fra 0,21 e 0,28 micron) per la presenza dello schermo garantito dall’ozono stratosferico; sulla superficie pervengono invece le radiazioni ultraviolette B ed A (UVB ed UVA caratterizzate da lunghezza d’onda compresa fra 0,28 e 0,38 micron); arriva ovviamente la luce visibile VIS (con lunghezza d’onda compresa fra 0,38 e 0,76 micron) e l’infrarosso vicino IRV (con lunghezza d’onda compresa fra 0,76 e 2,8 micron).

    Dall’altra parte la superficie terrestre emette verso lo spazio radiazioni nell’infrarosso lontano IRL (con lunghezze d’onda comprese fra 2,8 e 100 micron). Sole e Terra emettono energia radiattiva in modo diverso perché diverse sono le temperature (circa 6000 K per il Sole e circa 300 K per la Terra).

    Notoriamente le radiazioni solari sono scomponibili in una componente diretta (giunge direttamente dal Sole) e una componente diffusa (giunge dopo rifrazione da parte dell’atmosfera). La suddivisione fra diretta e diffusa dipende da quanto è torbida l’atmosferica, dipende dall’altezza del Sole, dipende dalla presenza di nuvole, da eventuali ostacoli (edifici, alberi, ecc.). In valli chiuse, dove la radiazione diretta è quasi sempre assente, è la radiazione diffusa che garantisce energia alla vegetazione. Di converso, durante la notte con atmosfera molto tersa prevale la radiazione diretta (ad esempio in arrivo dal disco lunare).

    Il bilancio energetico del sistema Terra+atmosfera è praticamente in pareggio ovvero l’energia in arrivo dal Sole è bilanciata dall’energia irradiata nello spazio dall’atmosfera. Il flusso medio di energia, in arrivo dal Sole, incidente al limite dell’atmosfera per unità d’area perpendicolare ai raggi solari è di circa 1360 W/m². Una frazione di esso viene riflessa nello spazio dalle nuvole e dalla superficie terrestre (circa 30% del totale in funzione del valore medio di albedo). In media un ulteriore 19% circa viene assorbito dall’atmosfera e rimanente 51% viene assorbito dalla superficie terrestre. La somma dell’energia assorbita al suolo dall’atmosfera dev’essere bilanciata dall’energia termica irradiata nello spazio che dipende sostanzialmente dalla temperatura media; infatti, secondo la legge di Stefan-Boltzmann, un corpo radiante di massima efficienza teorica (il corpo nero) emette energia in modo proporzionale alla quarta potenza della sua temperatura. L’effetto serra permette che in superficie la temperatura media sia di circa 15°C (considerando solo l’emissione la temperatura media planetaria dovrebbe essere invece di circa -20 °C). L’effetto serra comporta che gran parte delle radiazioni infrarosse emesse verso il cielo vengono assorbite soprattutto dal vapor d’acqua e dal biossido di carbonio presenti nell’atmosfera e vengano successivamente riemesse dall’atmosfera in tutte le direzioni. La frazione emessa verso il basso viene assorbita dalla superficie garantendo in tal modo la temperatura media di 15°C. Il deficit energetico conseguente è compensato dal trasferimento di calore dalla superficie all’atmosfera attraverso la liberazione del calore latente di evaporazione dell’acqua superficiale e la condensazione nell’atmosfera sotto forma di nubi.

    Nell’arco di un anno la quantità di radiazione solare mediamente ricevuta dall’atmosfera varia in dipendenza della latitudine. La radiazione solare annuale è circa 4 volte maggiore all’equatore rispetto ai poli, di converso la quantità di energia emessa dalla Terra nello spazio (sull’infrarosso) varia poco al variare della latitudine. In tal modo si presenta molta più energia ai tropici e molta meno energia ai poli; ciò comporta uno sbilancio energetico compensato da grandi trasferimenti di energia dall’equatore ai poli (circa 50% attraverso le correnti oceaniche e circa il 50% attraverso i venti).

    Ma torniamo al tetto freddo. Il rapporto fra Flusso Termico Incidente FTI espresso in W/m2 e Flusso Termico Riflesso FTR espresso sempre in W/m2 fornisce l’albedo A. Di fatto l’albedo si può considerare un coefficiente di riflessione in campo ottico. Il valore A costituisce un coefficiente di riflessione della radiazione solare e non deve essere confuso col coefficiente di riflessione totale (un coefficiente che tiene conto di tutto lo spettro della radiazione elettromagnetica termica). Possiamo quindi scrivere

    A = FTR / FTI .

    L’albedo A dipende dal tipo di superficie (vedi valori). Per le colture agrarie mediamente abbiamo un albedo di 0,23 ma i valori possono essere enormemente variabili in funzione del tipo di coltura e dello stadio di sviluppo.

    Si è già accennato al fatto che la radiazione solare interessa soprattutto le bande spettrali dell’ultravioletto, del visibile e dell’infrarosso. L’intensità della radiazione solare (quindi del flusso termico che investe la superficie irradiata) dipende dalla latitudine, dall’istante dell’anno in cui avviene la radiazione e ovviamente dalle condizioni di copertura del cielo.

    Figura 1

    In conseguenza del Flusso di Irradiazione Solare incidente FIS (vedi Figura 1) il tetto si riscalda e restituisce energia termica all’atmosfera attraverso la sua superficie esterna per convezione (Flusso di Raffreddamento Per Convezione FRPC) e per irraggiamento (Flusso di Raffreddamento Per Irraggiamento FRPI). FRPC espresso in W/m2 è correlato linearmente alla differenza tra Temperatura Superficiale Esterna del tetto TSE espressa in K e Temperatura dell’Aria atmosferica immediatamente Esterna TAE espressa in K a mezzo del Coefficiente di Scambio Termico Convettivo CSTC espresso in W/(m2K) secondo la relazione:

    FRPC = CSTC x (TSE – TAE) .

    Se TSE risulta maggiore della TAE il flusso di raffreddamento per convenzione risulta positivo. La restituzione all’atmosfera di energia termica avviene anche per Flusso di Raffreddamento Per Irraggiamento FRPI espresso in W/m2. FRPI riguarda le bande spettrali dell’infrarosso medio e lontano ben diverse da quelle del flusso di irradiazione solare FIS in quanto le temperature del tetto e dell’atmosfera esterna (circa 290-300 K) non possono che essere di molto inferiori di quelle della superficie solare che origina FIS (circa 5.800 K).

    Similmente a FRPC il valore FRPI è correlabile alla differenza tra la temperatura superficiale del tetto TSE espressa in K e la temperatura del cielo TC espressa in K, quest’ultima approssimabile con la Temperatura Atmosferica Esterna TAE espressa in K a mezzo di un Coefficiente di Scambio Termico Radiativo CSTR espresso in W/(m2K). La corrispondenza fra TC e TAE può proporsi in una giornata relativamente calda e umida dove la temperatura del cielo è in qualche modo dello stesso ordine di grandezza della temperatura dell’aria atmosferica in prossimità del suolo. Quindi il flusso di raffreddamento per irraggiamento è quantificabile attraverso la relazione

    FRPI = CSTR x ( TSE – TAE ) .

    Se la Temperatura Superficiale Esterna TSE risulta maggiore della Temperatura Ambientale Esterna TAE il valore del flusso di raffreddamento per irraggiamento risulta positivo.
     
    Indichiamo ora col ES il valore di emissività della superficie nell’infrarosso medio e lontano (non l’emissività totale che sarebbe relativa a tutto lo spettro della radiazione elettromagnetica termica). L’infrarosso medio e lontano sono le bande spettrali cui si concentra la radiazione elettromagnetica termica emessa dal tetto e, più in generale,  quella emessa da tutti i corpi solidi a temperatura prossima a quella ambiente.

    L’emissività ES deriva dal rapporto fra il flusso termico di irraggiamento effettivamente emesso verso l’esterno (cioè verso atmosfera) e il valore massimo del flusso termico di irraggiamento che teoricamente può essere emesso alla temperatura della superficie (corpo nero). A seguire il Coefficiente di Scambio Termico Radiativo CSTR possiamo quindi introdurre un valore limite del Coefficiente di Scambio Termico Radiativo CSTRL dipendente dalle sole caratteristiche materiche della superficie. Al coefficiente CSTRL attraverso l’emissività della superficie ES può essere correlato il coefficiente di scambio termico radiativo riferito alla superficie in esame

    CSTR = ES x CSTRL .

    La somma fra il Flusso di Raffreddamento per Convenzione FRPC e il Flusso di Raffreddamento per Irraggiamento FRPI si può valutare con la relazione

    FRPC + FRPI = (CSTC + ES x CSTRL) x (TSE – TAE) .

    Negli scambi termici tra tetto ed atmosfera esterna, l’irraggiamento è in generale dominante, specialmente se l’emissività superficiale ES del tetto è elevata.
    Il Flusso Termico Netto Entrante di tipo conduttivo FTNE che attraversa la superficie del tetto [espresso in W/(m2K)] è dato dal bilancio fra la Radiazione Solare Non Riflessa RSNR (assorbita) e gli scambi termici con l’atmosfera per convezione ed irraggiamento:

    FTNE = RSNR – (FRPC + FRPI) = (1 – A) x FTI – (CSTC + ES x CSTRL) x (TSE – TAE) .

    La frazione dell’irradiazione solare incidente assorbita dal tetto diminuisce all’aumentare dell’albedo A. L’energia termica restituita dal tetto all’atmosfera per irraggiamento nell’infrarosso aumenta all’aumentare dell’emissività ES. In definitiva un tetto con superficie esterna caratterizzata da valori elevati sia dell’albedo A sia da valori elevati di emissività ES nel campo infrarosso è un tetto che si riscalda poco.

    L’impatto che le proprietà emissive superficiali della copertura (cioè albedo A ed emissività ES) hanno sul riscaldamento di un edificio, e in particolare sul flusso termico trasmesso al suo interno, può essere stimato agevolmente in condizioni termiche stazionarie. Condizioni termiche stazionarie sottintende una prima approsimazione nella valutazione dei flussi strutture edilizie con ridotta inerzia termica.

    Il flusso termico che attraversa la superficie esterna di un tetto deve attraversare anche tutti gli strati sovrapposti di materiale che costituiscono il tetto suddetto (isolamenti, parte strutturale de solai, intonaci, ecc…), per essere infine trasmesso ai locali sottostanti.

    In relazione al flusso termico che attraversa il tetto un aumento dell’albedo A comporta una riduzione dello stesso flusso termico in ingresso. Analogo effetto si ha all’aumentare dell’emissività ES.

    Incrementando la resistenza termica data dall’eventuale isolamento, si ottiene una riduzione del flusso termico trasmesso ma si ottiene anche un aumento della temperatura superficiale esterna TSE del tetto. Maggiori temperature degli strati più esterni del tetto comportano però un più veloce degrado dei materiali in conseguenza delle maggiori temperature, nonché maggiori sollecitazioni a fatica nelle strutture in relazione a dilatazioni e contrazioni correlati ai cicli termici.

    Una guaina catramata nera all’estradosso di un tetto piano presenta un albedo estremamente ridotto (indicativamente pari a 0,05) ciò significando che il 95% della radiazione solare incidente viene assorbita dal tetto, causando surriscaldamento e trasmissione di un consistente flusso termico agli ambienti sottostanti.

    Aumentando la resistenza dell’isolamento termico si ottiene un minore flusso termico trasmesso ma anche un contestuale aumento della temperatura superficiale esterna TSE.

    Affinchè l’interno mantenga un determinata temperatura prefissata (ad esempio 25 °C) il flusso termico trasmesso deve essere contestualmente estratto tramite un impianto di condizionamento. In mancanza di estrazione del flusso termico trasmesso la temperatura interna tende ad aumentare e con essa aumenta la temperatura del tetto finché non viene raggiunta una condizione di equilibrio per cui il calore ceduto all’atmosfera per convezione ed irraggiamento uguaglia l’irradiazione solare assorbita.

    L’energia termica apportata al tetto dall’irradiazione solare assorbita (ceduta per convezione ed irraggiamento) va a contribuire pressoché integralmente al riscaldamento dell’aria in prossimità del suolo. Ciò non si verifica con l’irradiazione solare riflessa.

    Di conseguenza una superficie poco riflettente può essere sbagliata non solo dal punto di vista del benessere termoclimatico e dei consumi energetici locali, ma anche per ciò che concerne l’isola di calore urbana.

    Volendo riflettere quanto possibile la radiazione solare incidente, si potrebbe rivestire superiormente il tetto con una lastra metallica lucida. Una tale soluzione, caratterizzata da albedo A stimabile col valore 0,60 ed emissività ES relativamente contenuta (ES circa 0,25) risulta però di scarsa efficacia. Risulterebbe una frazione assorbita dell’irradiazione solare molto più ridotta rispetto al rivestimento con guaina catramata, ma anche una minore cessione di energia all’atmosfera esterna per irraggiamento termico. In definitiva, sia il flusso termico trasmesso all’interno dell’edificio che le temperature raggiunte dal tetto non cambierebbero sostanzialmente.

    La situazione cambia se la lastra viene ricoperta con un strato di vernice bianca; si ottiene un incremento della emissività ES e un leggero incremento del valore dell’albedo A.

    La scelta di materiali con valori appropriati di albedo ed emissività sembra quindi relativamente semplice. Ma va ricordato che il mantenimento dei valori iniziali delle proprietà emissive nel tempo non è un problema semplice da risolvere. Nel tempo infatti, la superficie si può sporcare e le vernici possono subire modificazioni della composizione chimica, per effetto dei surriscaldamenti, della radiazione ultravioletta, delle azioni biologiche o dell’infiltrazione di umidità (con tendenza a cambiare colore). Con modifica del colore non si andrebbe a modificare significativamente l’emissività, ma potrebbe concretizzarsi un impatto deleterio sull’albedo.

    La convenienza effettiva a predisporre un tetto freddo è comunque fortemente inquadrabile e la valutazione positiva potrebbe essere di non immediata attuazione.

    Un netto miglioramente al sistema di tetto freddo si ottiene nella configurazione ventilato (ottenuta quando il manto di copertura si distacca dallo strato isolante e si crea in tal modo un’intercapedine che permette la circolazione dell’aria per effetto del gradiente termico creato dalla differenza di temperatura tra l’ambiente esterno e quello interno all’intercapedine. Nella stagione estiva gli irraggiamenti tipici del territorio italiano possono portare ad un surriscaldamento del manto di copertura (anche 80 °C e oltre) e il moto di aria entro l’intercapedine asportare una quota del calore derivante dall’irraggiamento sul manto di copertura.

    Nel caso di tetto ventilato il flusso d’aria entro l’intercapedine è influenzato dall’effetto camino e dalla pressione del vento. L’effetto camino deriva dal fatto che l’aria all’interno dell’intercapedine si trova ad una temperatura maggiore rispetto a quella dell’aria esterna, in quanto riscaldata dal calore che lo strato superiore dell’intercapedine riceve tramite irraggiamento solare. A causa della minore densità l’aria tende a dirigersi verso l’alto per poi uscire all’esterno; ciò provoca anche una depressione alla base dell’intercapedine che quindi viene attirata aria esterna più fresca). L’effetto del vento deriva dalla differenza di pressione del vento tra la sezione di entrata dell’aria e quella di uscita. Se la velocità del vento è limitata o nulla, l’effetto camino predomina. Se la velocità del vento è alta l’effetto vento è predominante.

    Nella letteratura tecnica si evidenzia che una portata d’aria sotto falda permette di contenere il flusso di calore che attraversa il tetto fra il 10% e il 30%, a seconda dello spessore dell’intercapedine e dell’inclinazione della copertura.

    Se un tetto ventilato è correttamente dimensionato nella stagione invernale la ventilazione non comporta particolari variazioni sul fabbisogno termico. In genere di giorno l’irraggiamento sulle falde provoca un moto ascensionale nelle intercapedini che asporta calore dalla struttura peggiorando le performance termiche della copertura, ma in genere con entità ridotta in quanto il moto è generalmente di lieve entità. In ogni caso nelle ore notturne, a causa del flusso radiativo verso il cielo che raffredda la copertura, si instaura in genere un flusso di aria discendente che riscalda la struttura. Nella stagione invernale si potrebbe inoltre chiudere le aperture per la circolazione dell’aria con appositi sistemi mobili e la lama di aria stagnante, che si verrebbe a creare sotto la copertura, garantirebbe buone caratteristiche di coibentazione termica.

    Nella stagione estiva diminuisce il fabbisogno di raffrescamento (di varia entità in funzione dello spessore dell’intercapedine, della pendenza del tetto e del grado di isolamento dell’involucro dell’edificio).

  • GLI EVENTI DI PRECIPITAZIONE ESTREMA

    Pare ormai acclarato un collegamento fra eventi di precipitazione estrema e riscaldamento globale. In realtà la questione potrebbe essere un po’ più complessa qualora non ci limitassimo ad attribuire cambiamenti lenti, sistematici ed a grande scala, quali appunto potrebbe essere il riscaldamento globale, ad una causa precisa. Circa il ruolo dell’uomo, sullo specifico, sembra che il riscaldamento globale sia verosimilmente dovuto alle stesse attività umane con una valutazione addirittura superiore al 95% .

    Gli eventi di precipitazione estrema, per definizione, dovrebbero accadere raramente ma alcune proiezioni sul futuro climatico dell’Italia effettuate attraverso simulazione numerica, suggeriscono che il clima andrà probabilmente incontro a un’ulteriore estremizzazione; quindi maltempo sempre più “violento” alternato a fasi siccitose via via più frequenti e severe .

    Appare assodato invece che gli eventi meteo estremi causano sempre ingenti danni. Ma va anche ricordato, particolarmente nel caso specifico delle precipitazioni estreme, che occorre tener distinte le piogge (input del disastro) dalle inondazioni (output del disastro). Le piogge non possono considerarsi da sole misura degli eventi estremi e va piuttosto ricordata l’importanza dell’impatto antropico dei processi di urbanizzazione, di edificazione edilizia e di attività agricola di tipo intensivo. Inoltre se gli eventi estremi sono legati ai disastri è anche vero che la percezione delle persone è guidata soprattutto dalla comunicazione degli stessi (negli ultimi decenni sono in drastico aumento sia la segnalazione dei disastri che la produzione di articoli di ricerca sui disastri). Se consideriamo il pianeta nella sua globalità e consideriamo l’elevata numerosità delle aree “colpite” e “segnalate” necessariamente non può che essere riscontrato un notevole aumento della frequenza delle segnalazioni degli eventi catastrofici. Va infine ricordato come il costo, a seguito del danno, non siano linearmente rapportabile all’entità stessa del danno; la valutazione del danno non è una costante non solo per questioni legate all’inflazione ma anche alle modalità con cui nel tempo si arriva a riparare il danno (riparazione che spesso non è più solo sostituzione di una parte ma arriva ad essere totale rimozione e ricostruzione dell’intero bene interessato dal danno).

    Nell’ipotesi che la temperatura media della Terra stia rapidamente aumentando è possibile presupporre una parallela accelerazione del ciclo dell’acqua (evaporazione dell’acqua dalla superficie, trasporto del vapore acqueo nell’atmosfera e ritorno dell’acqua alla superficie sotto forma di precipitazione). L’accelerazione del ciclo dell’acqua, all’aumentare della temperatura media, appare giustificata dalla constatazione che un’atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo, creando di conseguenza i presupposti per portare ad eventi di precipitazione più intensi. Ma la questione andrebbe valutata anche da un punto di vista della dinamica dei fenomeni di precipitazione: affinché si sviluppi maggior pioggia devono parallelamente aumentare gli incontri fra aria calda e umida e aria fredda e ciò sarebbe automatico solo nel caso di sollevamenti orografici e conseguente maggior piovosità (nelle aree sopravento ad una catena montuosa, ad esempio). Inoltre, a scala globale, per avere maggiore precipitazione si dovrebbe prendere atto, paradossalmente, di una minore miscelazione di masse d’aria calda e fredda in quanto la differenza di temperatura tra tropici e poli appare diminuita. Infine il ciclo dell’acqua risulta caratterizzato da forti spostamenti di calore; è necessario molto calore per far evaporare l’acqua dalla superficie e successivamente lo stesso calore viene rilasciato più in alto nell’atmosfera durante la condensazione del vapore. Se il ciclo dell’acqua sta accelerando potrebbe anche comportare, paradossalmente, più calore rimosso dalla superficie del pianeta.

    Gli eventi estremi di precipitazione, ed in linea generale tutti gli eventi meteo estremi, sono valutabili oggettivamente attraverso le misure dei parametri meteo. Ma anche questo potrebbe originare elementi di confusione. Disponendo, ad esempio, di tantissime stazioni di misura non può che essere statisticamente probabile che una di esse veda un evento estremo in ragione diretta del numero di anni corrispondente al numero di stazioni. Potrebbe quindi non essere raro registrare molti eventi estremi in un breve periodo qualora si abbia a disposizione tantissime osservazioni.

    Ma tanti altri ancora sono i fattori in grado di influenzare gli eventi di piovosità estrema. Ad esempio un temporale può lasciare tantissima umidità sulla superficie potenzialmente in grado di evaporare nuovamente e rafforzare in tal modo l’evento meteo successivo o, allo stesso modo, un lungo periodo siccitoso limitando l’evapotraspirazione locale può portare ad una drastica riduzione delle precipitazioni correlate al riciclo locale dell’umidità intensificando ulteriormente le condizioni calde e secche.

    Quale sarà il futuro? Il mondo scientifico sembra definitivamente orientato alla conclusione che mentre l’atmosfera continua a riscaldarsi le precipitazioni estreme (e in genere gli eventi meteo estremi) diventeranno sostanzialmente più intensi e frequenti. All’aumentare della temperatura media terrestre pare quindi acquisito il parallelo aumento degli eventi estremi (precipitazioni liquide, nevicate, gelate, grandinate, ecc…). Non si può però non ricordare che le citate conclusioni risultano basate prevalentemente sulle risultanze ottenute da modellistica numerica.

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    AGGIORNAMENTO 23/09/2020

    E’ uscito un nuovo studio, sulla salinità dell’oceano, che rileva una sostanziale amplificazione in atto del ciclo globale dell’acqua. La conclusione viene estrapolata dall’analisi di dati di salinità, dalle metriche di contrasto della salinità e dalle (immancabili) simulazioni da modello numerico. Il ciclo globale dell’acqua appare in amplificazione dal 1960 e, sempre secondo il citato studio, in futuro ci sarà un ulteriore aumento dell’evaporazione. Le regioni più secche diventeranno ancora più secche; la siccità colpirà il bestiame e colture aumentando i rischi per la salute dell’uomo e per la sua sicurezza alimentare. I ricercatori prevedono un aumento del rischio di maggiori piogge intense ed estreme, di conseguenza inondazioni estreme in tutto il mondo. Le precipitazioni associate ai cicloni tropicali e agli uragani continueranno a crescere e ad aumentare i danni non solo alle comunità costiere e delle piccole isole, ma anche nell’entroterra.

  • UNA PARTICOLARE VALVOLA DI RITEGNO

    La valvola di ritegno o di non ritorno (check valve) è una valvola che permette un solo verso del flusso.

    In idraulica le più comuni valvole di ritegno sono quelle a battente (indicate spesso col termine clapet o col termine flap gate). In presenza di una insufficiente pressione del flusso o con pressione negativa prevalente la valvola rimane chiusa. Con sufficiente pressione positiva la valvola si apre e il deflusso risulta libero.

    Figura 1

    Le valvole di ritegno permettono quindi di ottenere un sistema antiriflusso e vengono utilizzate normalmente in pozzetti o comunque in manufatti caratterizzati da parete rigida verticale o inclinata, ovvero installate su argini di canali di scolo o sulle estremità delle tubazioni di scarico.

    La particolare geometria consente l’immediata apertura della valvola anche con un minimo flusso a monte ed una pronta chiusura in fase di riflusso. Normalmente il manufatto è completamente in acciaio inox (es. AISI 304 o AISI 316) con guarnizione di tenuta in gomma NBR; il fissaggio a parete è normalmente possibile con viti e tasselli.

    Per condizioni di utilizzo molto gravose alcune valvole risultano strutturalmente rinforzate, con telaio autoportante, dotate di contrappeso regolabile e guarnizione intercambiabile.

    Tra le principali condizioni di malfunzionamento c’è il trafilamento (quando il materiale intasante si interpone tra disco e base) e il bloccaggio (cattivo scorrimento del disco sulla guida, generalmente da imputare ad ossidazione fuori controllo). In determinate condizioni di installazione (ad es. in testata allo sbocco su sponda di canale e in direzione perpendicolare al flusso della corrente) il materiale trasportato in sospensione, durante gli eventi di piena, rischia di essere intercettato causando il blocco del movimento del disco anche in condizioni di magra (vedi Figura 1).

    Figura 2

    Tale evenienza potrebbe essere risolta in fase di progetto prevedendo l’installazione di una valvola di ritegno con copertura incorporata (vedi Figura 2 tratta da qui).

    Una soluzione alternativa, possibile e conveniente particolarmente quando lo sbocco è già esistente e il clapet non risulta ancora installato, è quella di conformare la parte mobile della valvola di ritegno in modo tale da ridurre o annullare i pericoli correlati all’intercettazione e blocco del materiale trasportato in sospensione.

    Figura 3
    Figura 4

    La parte mobile del clapet viene quindi allungata verso monte (vedi Figura 3) e il relativo supporto modificato di conseguenza (vedi Figura 4). In situazione di piena, quando la parte mobile risulta sollevata prevalendo la pressione positiva, la conformazione assunta dal disco impedisce che il materiale trasportato in sospensione venga intercettato e bloccato. In condizioni di magra, o quando la pressione negativa prevale, la parte mobile può quindi regolamente richiudersi garantendo il corretto funzionamento della valvola di ritegno.

    Figura 5

    La precedente Figura 5 visualizza l’installazione di un clapet, conformato nei termini descritti, in corrispondenza ad uno scarico fognario esistente.

    Paron, 28/07/2020

  • INCIDENZA DEL CONSUMO DI SUOLO SUL CLIMA

    Il consumo di suolo, legato alle attività antropiche di urbanizzazione, di costruzione edilizia e di uso intensivo del territorio agricolo, incide sull’ambiente ed in generale sul clima locale. Infatti il consumo di suolo:

    1) provoca la formazione di isole di calore urbane. Le aree urbanizzate ed edificate sono più calde rispetto al territorio circostante. Le ondate di calore colpiscono proprio gli agglomerati urbani dove negli ultimi decenni si è andata concentrando una grossa parte della popolazione mondiale;

    2) interferisce con i servizi collegati al suolo. Si riduce la produzione agricola, viene modificato lo stoccaggio di carbonio, viene meno il controllo dell’erosione, si riduce la rimozione di microparticelle inquinanti e ozono, ecc…

    3) l’impermeabilizzazione dei suoli riduce l’assorbimento di pioggia e la ricarica delle falde, aumenta il rischio di inondazione. Il terreno impermeabilizzato è più sensibile alla siccità e necessita di irrigazione più frequente;

    4) perdita di biodiversità. Vanno persi molti animali che vivono nel terreno e decompongono, riciclano nutrienti, interragiscono col ciclo del carbonio, rendono il suolo più permeabile all’acqua;

    5) innesca una dispersione ambientale nel caso di consumo lineare di suolo (strade, ferrovie). Di conseguenza si innescano interferenze negative con le dinamiche delle specie selvatiche aumentando l’inquinamento chimico e acustico;

    6) comporta la perdita di terreni fertili. Il consumo del suolo è accompagnato dalla diminuzione di terreni produttivi liberi e ciò può compromette la “catena del cibo” nella produzione agricola;

    7) è spesso accompagnato da una riduzione della vegetazione. In particolare una riduzione o scomparsa delle grandi specie alboree fondamentali nel processo di assorbimento dell’inquinamento e mitigazione delle azioni del vento;

    8) danni all’economia locale. Molte volte il consumo di suolo danneggia l’economia e impatta negativamente su agricoltura e turismo, riducendo il valore degli immobili e la qualità della vita delle comunità locali.

    Da parte degli specialisti si discute moltissimo sul fatto che il consumo di suolo, ovvero i cambiamenti antropici nella copertura del suolo e nella gestione del territorio, abbiano o meno un effetto sul clima locale e globale, specialmente attraverso il citato fenomeno del rilascio di carbonio nell’atmosfera e il cambiamento dei flussi di energia sulla superficie terrestre e corrispondente interazione con la dinamica atmosferica.

    Alugula Boyaj e altri

    (vedi https://rmets.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/qj.3826 in rete il 16/7/2020)

    attraverso una analisi di dati satellitari hanno valutato i cambiamenti nel consumo del suolo in tre grandi stati dell’India meridionale (Tamil Nadu, Telangana e Kerala). Detti cambiamenti evidenziano temperature superficiali più elevate, flussi di calore sensibili e strati limite profondi e umidi. Ciò comporta una energia potenziale convettiva disponibile relativamente più elevata e, di conseguenza, precipitazioni più intense (gli Autori stimano aumenti delle precipitazioni durante gli eventi di pioggia intensa variabili fra il 20% e il 25%).

    Souleymane e Benjamin

    (vedi https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab702c in rete il 16/7/2020)

    evidenziano che il consumo del suolo impatta significativamente su scala regionale e stagionale. Usando particolari simulazioni numeriche mostrano una correlazione fra lo stesso consumo e gli estremi meteorologici previsti. In media, entro il 2100, il progredire del consumo di suolo inciderebbe con una riduzione del 22% delle piogge significative (oltre i 10 mm) e del 16% per la quantità totale di precipitazioni dei giorni umidi. Appare limitata l’influenza sulle proiezioni degli estremi di temperatura globali e regionali ma viene segnalato un impatto sugli estremi delle precipitazioni globali 2,5 volte di più elevato rispetto alle proiezioni delle precipitazioni medie globali.

    Han Liu e altri

    (vedi https://essd.copernicus.org/articles/12/1217/2020/ in rete il 16/7/2020)

    lavorando su dati relativi alla copertura del suolo globale con risoluzione 5 km, riscontrano cambiamenti significativi a varie scale, tra cui un guadagno di terra coltivata nei tropici, un aumento di foresta nell’emisfero settentrionale e una perdita di prateria in Asia.

    Chia-Jeng Chen e altri

    (vedi https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab68aa in rete il 16/7/2020)

    nello studiare gli effetti dei cambiamenti sull’uso del suolo nella parte centrale dell’isola di Taiwan rilevano un forte aumento dei terreni urbanizzati ed edificati. Evidenziano variazioni nei flussi di calore e nelle temperature dell’aria. Le simulazioni mettono in luce precipitazioni più intense nelle aree sottovento di terreni urbanizzati e edificati.

    Abdus Samie e altri

    (vedi https://link.springer.com/article/10.1007/s11356-020-08984-x in rete il 16/7/2020)

    hanno analizzato l’impatto del consumo di suolo nella provincia del Punjab in Pakistan. La ricerca mostra che la riconversione dell’uso del suolo su tre scenari comporta in genere il raffreddamento climatico globale nella regione. Le risposte di temperatura variano in diversi mesi in tutti gli scenari, con maggiori risultati nei mesi più caldi, portando ad un raffreddamento nel clima. In ogni scenario la risposta della temperatura risulta sensibile alle variazioni del consumo di suolo.

    Bo Huang e altri

    (vedi https://www.nature.com/articles/s41467-020-14890-0 in rete al 17/7/2020)

    hanno analizzato le variazioni nel consumo di suolo in Europa, fra il 1992 e il 2015, studiando gli effetti nella temperatura dell’aria e dell’umidità. Hanno trovato una variazione media della temperatura di −0,12±0,20 °C, con un raffreddamento diffuso (anche fino a −1°C) nell’Europa occidentale e centrale nelle stagioni estive e primaverili. Su scala continentale, il raffreddamento medio pare principalmente correlato all’abbandono dell’agricoltura. Emergono risposte opposte alle perdite e ai guadagni delle colture tra Europa occidentale ed Europa orientale.

    Gasser e altri

    (vedi https://www.biogeosciences-discuss.net/bg-2020-33/ in rete il 16/7/2020)

    sottolineano come le modifiche all’uso del suolo sono una componente chiave del ciclo globale del carbonio. I ricercatori stimano che le emissioni globali di CO2 derivanti dal consumo di suolo sono di 1,36±0,42 miliardi di tonnellate di carbonio per anno in media nel periodo 2009-2018 e 206±57 miliardi di tonnellate di carbonio nel periodo 1750–2018. Stimano altresì che il consumo di suolo induca una perdita globale di capacità di assorbimento aggiuntivo ( vale a dire una riduzione del carbonio, non parte delle emissioni) rispettivamente di 0,68±0,57 tonnellate di carbonio/anno e 32±23 tonnellate di carbonio negli stessi periodi.

    Ashfa Achmad e altri

    (vedi https://ascelibrary.org/doi/abs/10.1061/(ASCE)UP.1943-5444.0000536 in rete il 16/7/2020)

    hanno indagato le implicazioni dei cambiamenti di copertura del suolo sul clima locale nella città di Sabang (Indonesia) tra il 2000 e il 2015. I cambiamenti climatici sono stati valutati considerando quattro variabili: temperatura dell’aria, precipitazione, umidità e velocità del vento. Il consumo del suolo implica una diminuzione delle aree forestali del 45%. ed un aumento delle aree edificate dell’85%. Viene segnalato un generale aumento delle temperature e una generale diminuzione dell’umidità. Variazioni nulle o trascurabili sono segnalate in merito alle variabili precipitazione e velocità del vento.

    Mukherjee e Singh

    (vedi https://link.springer.com/article/10.1007/s41748-020-00155-9 in rete il 17/7/2020)

    hanno analizzato i cambiamenti spazio-temporali nell’uso del suolo e i corrispondenti impatti sulla temperatura della superficie del suolo in due città indiane. Le due città sono soggette a processi di forte e rapida urbanizzazione che, a sua volta, modifica in modo significativo la temperatura della superficie. Ambedue le città vedono una crescita drammatica nell’area edificata, una riduzione sistematica dello spazio verde e parallelamente la temperatura media della superficie mostra un aumento di 2,42 °C per decennio e 2,13 °C per decennio.

    Weiyue Zhang e altri

    (vedi https://journals.ametsoc.org/ei/article/20/7/1/632/The-Impacts-of-Land-Use-and-Land-Cover-Change-on in rete il 16/7/2020)

    hanno studiato gli impatti dell’uso antropico e del corrispondente cambiamento della copertura del suolo sulle temperature troposferiche attraverso apposita modellistica atta a simulare copertura vegetale potenziale e attuale della Terra. I risultati evidenziano che il consumo di suolo può indurre cambiamenti nella temperatura dell’aria troposferica, specialmente nel periodo estivo. Rispetto alla variazione di temperatura media globale, le variazioni indotte dal consumo di suolo nella temperatura dell’aria media regionale possono essere 2-3 volte più grandi nella troposfera medio-alta e circa 8 volte più grandi nella troposfera inferiore. Nell’Asia orientale e nell’Asia meridionale sono evidenti riduzioni significative (fra 0,2°C e 0.4°C) della temperatura dell’aria nella troposfera medio-alta, in primavera e in autunno, a causa della maggiore riduzione del rilascio di calore latente dalle precipitazioni. In Europa e Nord America, il raffreddamento troposferico più significativo si verifica in estate. Oltre agli effetti locali, il consumo di suolo induce anche risposte non locali alla temperatura dell’aria troposferica che sono caratterizzate da riduzioni significative sui lati sottovento delle regioni che includono Asia orientale e Oceano Pacifico settentrionale/occidentale, Mar Mediterraneo e Nord Africa, Nord America, Atlantico Oceano e Nord America-Pacifico orientale.

    Dalla letteratura recente non emergono quindi valori quantitativi ben circostanziati e ricorrenti su variabili climatiche modificate/modificabili dal consumo di suolo. Pur tuttavia in tutti gli Autori è riportato il continuo monito ad approfondire le interferenze che le modificazioni dell’uomo operano all’ambiente attraverso urbanizzazione ed edificazione. Essendo ben noto il concetto che le risorse ambientali non sono infinite bisognerà, in futuro, programmare una regolamentazione a livello planetario del consumo di suolo imponendo quando prima l’applicazione dell’invarianza del consumo di suolo e l’obbligo di prevedere misure compensative nei casi in cui l’invarianza non possa essere applicata. Vedi qui una possibile metodica di calcolo del consumo di suolo nel rispetto del principio di invarianza.

    Paron, 16/07/2020

  • VENEZIA: UNA ALTERNATIVA ALLE PASSERELLE MOBILI

    E’ noto il grande problema del traffico pedonale a Venezia in situazioni di alta marea. Il Comune veneziano cerca di contenere il disagi utilizzando le cosidette passerelle mobili (vedi Figura 1).

    Figura 1

    Ma l’uso delle passerelle mobili comporta anche una serie di problemi:

    1) è necessaria una gestione manuale delle passerelle (trasporto, messa a dimora, asporto) con conseguenti oneri economici con trascurabili;

    2) è necessario un minimo di organizzazione nel preavviso/previsione dell’alta marea (in condizioni meteo particolari la posa potrebbe avvenire in ritardo…);

    3) con lunghi periodi di acqua alta le passerelle rimangono in posto (con conseguenti problemi estetici, intralci, pericoli per usi non autorizzati, ecc…);

    4) le passerelle garantiscono il servizio fino a una certa quota e non possono essere utilizzate per fronteggiare tiranti idrometrici maggiori. Per coprire quote idrometriche maggiori servirebbero passerelle modulari, in grado cioè di garantire il camminamento anche a quote superiori a 40-50 cm. Quindi le passerelle ordinarie possono coprire solo le alte maree minori;

    5) con alte maree eccezionali le passerelle vengono coperte dall’acqua (a volte con problemi di galleggiamento);

    6) per i prossimi decenni l’uso della passerella ordinaria può diventare obsoleto in quanto non adeguato a sopperire l’aumento della frequenza delle alte maree.

    Si espone ora un modo diverso di affrontare il problema del traffico pedonale in condizioni di acqua alta; il sistema della passerella stanziale a scomparsa.

    L’idea è molto semplice: utilizzare al posto della passerella convenzionale una passerella di tipo stanziale (ovvero installata permanentemente in un certo posto) ma a scomparsa (quindi non visibile in condizioni asciutte del suolo).

    Viene sviluppato un piccolo progetto di fattibilità di cui ora forniremo le linee fondamentali. Utilizzeremo, nella descrizione, una serie di foto a carattere indicativo, tratte da alcuni prototipi virtuali allo scopo sviluppati.

    Il progetto si basa su di un modulo di passerella lungo L=180 cm, largo B=120 cm, in grado di coprire una escursione massima di marea, netta sopra suolo, pari ad H=100 cm (vedi Figura 5).

    Figura 1

    Il modulo è composto da una parte scatolare fissa annegata nella pavimentazione e una parte mobile. La parte mobile presenta il lato superiore a vista, rifinito cioé con lastre di pietra del tipo ricorrente nelle pavimentazioni veneziane (vedi Figura 7).

    Figura 2

    In condizioni ordinarie la serie di moduli si intravvede appena sul selciato pedonale (vedi Figura 4) in quanto si notano esclusivamente i bordi delle lastre laterali in acciaio inox (vedi frecce grosse, Figura 3) ed il pozzettino di manutenzione (vedi freccia fina, Figura 3).

    Figura 3

    Non appena l’acqua invade il modulo (vedi sezione longitudinale, Figura 9) un sistema oleopneumatico attiva due martinetti bidirezionali che spingono, in modo controllato e lineare, con l’andamento del fronte liquido (indicativamente con velocità massime di 1 o 2 cm/min) la piastra superiore verso l’alto. Il movimento della piastra superiore comporta il movimento telescopico di una serie di lastre laterali accostate (vedi Figura 10). A titolo di esempio in Figura 11 viene simulato il livello di marea a quota +38 cm sul piano di calpestio.

    Figura 4

    Ogni modulo si muove per proprio conto (vedi Figura 12) e, fra modulo e modulo, si ha una distanza massima (vedi Figura 1) variabile fra 3 cm (posizione di riposo) e 6 cm (in condizioni di massima escursione verso l’alto). Tale aspetto è importante alla luce di problematiche di tipo antinfortunistico.

    Figura 5

    I moduli possono assumere varie configurazioni (vedi Figura 2, Figura 8 e Figura 12); dal semplice innalzamento della piattaforma superiore a qualche cm da terra, fino all’uscita completa della prima corona telescopica (+25 cm circa sul piano di calpestio) e così via sino all’elongazione massima di 100 cm.

    Figura 6

    Ogni modulo è a sè stante dal punto di vista costitutivo: comprende il circuito oleodinamico (vedi Figura 6), il materiale mobile in profilati e lamiere di acciaio inox, infine le piastre di ricoprimento e di base in calcestruzzo vibrocompresso.

    Figura 7

    Ogni modulo è altresì a se stante dal punto di vista funzionale: l’attivazione del servizio dipende da un sensore diverso per ogni modulo dimodoché è possibile ipotizzare la posa di passerelle stanziali a scomparsa anche in calli dotate di pendenze longitudinali non trascurabili.

    Figura 8
    Figura 9
    Figura 10
    Figura 11
    Figura 12

    Nell’elaborazione dell’idea si è tenuto conto di vari aspetti:

    A) la passerella risulta modulare per agevolare la manutenzione ordinaria (ad es. asporto del polverino accumulato nel volume entro terra) e quella straordinaria. E’ possibile scollegare il sistema pneumatico di un modulo dal precedente e dal successivo e, in modo relativamente agevole (anche manualmente ma con la presenza minima di 4 operatori) è possibile estrarre il modulo e sostituirlo con un altro ovvero provvedere alla riparazione fuori terra;

    B) un apposito chiusino con rivestimento a vista (quindi non percepibile in condizioni ordinarie) agevola la manutenzione del sistema pneumatico, agevola la pulizia dei depositi interni di materiale fino, permette di sollevare agevolmente il modulo, permette infine l’eventuale attivazione manuale ed isolata del modulo;

    C) le pareti a movimento telescopico in lamiera di acciaio inox proteggono le parti interne da atti vandalici, sono sufficientemente robuste per resistere esse stesse ad atti vandalici, sono conformate in modo tale da limitare al minimo il passaggio di materiale grossolano (particelle di limo e argilla) e sono conformate in modo tale da aprirsi e chiudersi all’unisono con l’azione dei martinetti. L’eventuale inceppamenti nel movimento (accoppiato) è impedito da una apposita conformazione dei puntoni e tiranti interni;

    D) la piastra superiore, in condizioni ordinarie, è allo stesso livello del terreno circostante e presenta a vista lo stesso tipo di pietra della pavimentazione (selciato). La piastra superiore è conformata in modo tale che le pietre di rivestimento possono essere asportate, rimesse, sistemate, fissate, senza intervenire sul modulo sottostante;

    E) la geometria dei moduli, le interdistanze fra le lamiere di due moduli successivi, la velocità stessa di movimentazione, impediscono rischiosi incidenti anche in presenza di pedone sbadato o maldestro. Poiché la gestione delle passerelle stanziali a scomparsa sarà completamente automatizzata, questo aspetto antinfortunistico assume notevole importanza;

    F) il tipo di sensore che attiva il movimento, il fatto che la parte interna è interessata dall’acqua al pari di quella esterna, la gestione oleopneumatica dei martinetti, sono stati messi a punto in modo tale da garantire omogeneità del movimento anche in presenza nei paraggi di forte moto dell’acqua di marea (onde secondarie in arrivo da canali, onde prodotte dal vento, onde prodotte dal passaggio di natanti e così via);

    G) sono previsti materiali compatibili con l’aggressivo ambiente marino. Quindi acciai inox speciali, calcestruzzi additivati, malte bicomponenti, ecc… E’ quindi garantita nel tempo la durata di ogni modulo;

    H) l’azione di sollevamento è accompagnata dalla successiva speculare azione di abbassamento (sempre indipendentemente dal carico) in quanto l’azione dei martinetti è bidirezionale, controllata e lenta. Il sistema oleopneumatico è studiato per altissime pressioni e bassissime portate di olio;

    I) oltre ai carichi permanenti è previsto il carico accidentale da normativa corretto con coefficiente dinamico 1,5 (600 daN/mq);

    L) le lastre laterali a movimento telescopico e la struttura interna possono resistere a carichi trasversali non insignificanti (conseguenti, ad esempio, a scontri con barche alla deriva durante l’acqua alta);

    M) è prevista l’attivazione automatica di ogni modulo (in funzione del livello dell’acqua risalente), ma è anche possibile l’attivazione manuale (l’operatore agisce direttamente sul sistema previa apertura del chiusino nascosto). Ciò può essere utile durante le manutenzioni;

    N) la conformazione del modulo agevola la manutenzione straordinaria per asportare il deposito di sedimento (ad esempio, una volta ogni 2 anni, ogni modulo può essere riempito di acqua e svuotato repentinamente con pompa);

    O) le pareti a movimento telescopico sono conformate in modo tale da impedire l’ingresso di corpuscoli superiori a 3-4 decimi di millimetro. L’inceppamento è un evento praticamente impossibile in quanto corpi grossolani (sabbie) non possano interessare l’interno del modulo;

    P) il sistema di sollevamento/abbassamento del basamento superficiale (sempre parallelamente al terreno anche in caso di azione disomogenea dei martinetti) permette di annullare possibili inceppamenti nello scorrimento delle lastre telescopiche laterali (sia in sollevamento che in abbassamento);

    Q) ogni modulo, quando attivo, è sempre pieno d’acqua. Non c’è quindi il rischio connesso a sollecitazioni secondarie dovute alla spinta archimedea;

    R) ogni modulo è facilmente asportabile (anche manualmente con presenza minima di 4 operai) e quindi è possibile facilmente intervenire su sottoservizi esistenti (parallelismi e attraversamenti) o prevederne di nuovi senza vincoli di posa;

    S) ogni mudulo presenta un approfondimento massimo di circa 35 cm, non c’è quindi interferenza irrisolvibile con sottoservizi esistenti;

    T) le misure standard di ogni modulo agevolano la progettazione dei punti di attacco a percorsi pedonali elevati (è possibile gestire fino a tre livelli di gradino, con passaggi garantiti larghi minimo 60 cm). I collegamenti a rampe o a gradini di ponti sono quindi sempre possibili;

    U) il controllo centralizzato interessa tratti significativi di passerelle stanziali a scomparsa (qualche centinaio di metri possano essere gestiti da una sola centralina di gestione dell’olio);

    V) in caso di mancanza di tensione, il movimento della passerella stanziale a scomparsa si congela nella situazione in cui è venuta meno la corrente;

    X) i moduli possono essere dotati, con spesa contenuta, di opportune valvole che impediscono fuoriuscite incontrollate di olio in caso di rottura dei tubi di adduzione (ad esempio per lavori di scavo) o a seguito di deterioramento dei tubi stessi;

    Y) il sovradimensionamento nei carichi di progetto permette di affrontare con sicurezza qualsiasi sollecitazione che possa interessare il modulo (sia nella condizione di stabile affossamento nel terreno, sia quando la pedana raggiunge il livello di sicurezza e ovviamente anche nelle situazioni intermedie, quando cioè avviene la movimentazione vera e propria).

    In Figura 13 si propone una piccola gif animata per chiarire funzionalità e operatività della passerella stanziale a scomparsa.

    Figura 13

    Paron, 07/07/20

  • CURVA DI PORTATA DI UN CANALE VENTURI

    In un misuratore a risalto avviene un cambiamento di regime da corrente lenta a veloce e, a seguire, un ritorno allo stato di corrente lenta tramite risalto. La corrente veloce e il risalto conferiscono al misuratore carattere semimodulare.

    Per via analitica è possibile determinazione la curva delle portate. Per un manufatto idraulico di questo genere, non è generalmente necessario eseguire una taratura in laboratorio su modello o prototipo; in questo caso si deve accettare una approssimazione sulla misura che si stima variare fra il 2 e il 4%.

    Consideriamo ora un canale esistente (vedi Figura 2) e ipotizziamo che non sia possibile impostare un salto di fondo significativo. Di seguito facciamo riferimento alla simbologia adottata dal prof. Giulio De Marchi nella nota Dispositivi per la misura della portata dei canali con minime perdite di quota, L’Energia Elettrica, gennaio 1936, pag. 6 (vedi Figura 1 seguente).

    Figura 1

    Sia quindi q la portata, k l’altezza critica nella sezione A-A, g la costante di gravità ed l la larghezza del restringimento. Per lo stato critico vale la relazione

    k = (q2/(g*l2))1/3 ___________________________________________[1]

    Tra le sezioni O-O e A-A, trascurando le perdite, vale la relazione

    hm + vm2/(2g) = 3k/2 _______________________________________[2]

    essendo hm il carico sul misuratore e vm la velocità media nella sezione O-O.

    Sfruttando l’equazione di continuità ed indicando con A(hm+a) l’area della sezione liquida nella sezione O-O corrispondente al livello

    hm+a ,

    essendo a la soglia del misuratore, si può scrivere

    hm + (k3gl2)/(2gA2(hm+a)) – 3k/2 = 0 . ________________________[3]

    Un possibile procedimeno di calcolo per determinare la curva delle portate deriva dai seguenti passaggi:

    1°) si fissa hm ( … fino a coprire l’altezza desiderata);

    2°) si determina A(hm+a);

    3°) si risolve l’equazione di terzo grado [3] ottenendo l’incognita k;

    4°) si determina la portata q tramite la [1];

    5°) si aggiorna hm ritornando al punto 1°).

    Nel punto 3°) la relazione [3] ammette tre radici reali di cui una negativa e due positive. Viene scelta delle due positive la minore (valore compreso fra 0 e hm). La radice maggiore fornirebbe infatti il valore di k, e quindi di q, che corrisponde ad una corrente veloce in arrivo per il livello hm.

    La procedura illustrata sottintende 3 semplificazioni fondamentali:

    a) le perdite fra la sezione O-O e la sezione A-A si ritengono trascurabili;

    b) la pressione è distribuita idrostaticamente tra la sezione O-O e la sezione A-A;

    c) il coefficiente di Coriolis nella sezione O-O è pari a 1 (ipotesi plausibile per l’azione regolarizzatrice indotta dal tronco convergente) .

    I calcoli risultano validi entro il limite modulare, cioè fino a quando il risalto, che interviene nel tratto divergente della strozzatura, si mantiene a distanza dalla sezione A-A tale da non esercitare alcuna influenza sulla dinamica del flusso nella stessa sezione. Se non stimiamo la relazione fra portata e limite modulare si presuppone che il fenomeno non venga mai influenzato dalle condizioni di valle.

    Il misuratore a risalto che stiamo considerando nella presente nota, deve essere inserito su un canale esistente (vedi sezione tipo in Figura 2) caratterizzato da debole pendenza con una portata massima di circa 1000 l/s.

    Figura 2

    Se ipotizziamo che la perdita complessiva del misuratore al limite di sommergenza sia 15 cm la larghezza in sezione ristretta di primo tentativo risulta

    l = 1/3*(3)1/2*0,15*(9,81*0,15)1/2 = 1,058 m .

    Fissiamo quindi la larghezza nel valore 1 m; la soglia viene invece fissata in 22,5 cm in modo da essere contenuta nella forma del fondo (vedi Figura 2).

    Secondo letteratura, per misuratori a risalto di tipo standard in canali a sezione rettangolare, dovremmo quindi derivare i seguenti valori:

    1) soglia 2,1/6 = 0,35 cm;

    2) larghezza restringimento 2*2,1/3 = 1,4 m;

    3) lunghezza strozzatura iniziale 2,1/2 = 1,05 m;

    4) lunghezza parte ristretta 2*2,1/3 = 1,4 m;

    5) lunghezza risagomatura finale 4*2,1/5 = 1,68 m .

    E’ stato predisposto un piccolo programma in liguaggio Basic che ci permette di acquisire i risultati per una larghezza del restringimento fissata nel valore 1 m (vedi successive Figure da 3 a 6).

    Figura 3
    Figura 4
    Figura 5
    Figura 6

    La seguente Figura 7 illustra i risultati dell’elaborazione. Si osservi come il carico massimo si ottiene, in corrispondenza alla portata massima, con hm pari a circa 70 cm.

    Figura 7

    Utilizzando i risultati del dimensionamento idraulico (vedi Figura 7) è possibile ricavare tutti i dati relativi al dimensionamento geometrico finale da dare al misuratore (richiamiamo la simbologia di Figura 1):

    a) soglia a pari a 22,5 cm;

    b) larghezza del restringimento l pari a 100 cm;

    c) lunghezza D1 pari a 0,5L ovvero 0,5*2,2 = 110 cm (per esigenze costruttive valore portato a 130 cm);

    d) lunghezza D2 pari a 2hm ovvero 2*70=140 cm;

    e) lunghezza D3 pari a 1,1*L ovvero 1,1*220 = 240 cm circa (per esigenze costruttive tale valore viene portato a 280 cm).

    La Figura 7 tabella il carico del misuratore riferito alla soglia (hm), riferito al fondo del canale (hf) e la portata teorica corrispondente (espressa in m3/s, l/s e m3/h). Risultano inoltre tabellate le velocità nella sezione a monte O-O (vm) e nella sezione di controllo A-A (vc).

    Le successive Figura 8, Figura 9 e Figura 10, illustrano rispettivamente la pianta, la sezione longitudinale in mezzeria e la vista frontale del canale Venturi calcolato, con il posizionamento indicativo del misuratore di livello.

    Figura 8
    Figura 9
    Figura 10

    La seguente Figura 11 presenta in brogliaccio le relazione utilizzate per il calcolo dell’area liquida in funzione del carico e della geometria del canale (è possibile derivare le relazioni utilizzate nel listato di cui alle Figure 3, 4, 5 e 6).

    Figura 11

    – – o o O o o – –

    Paron, 24/06/2020

  • CONTAGIO DA CORONAVIRUS E DISTANZA DI SICUREZZA

    Le infezioni respiratorie da Coronavirus si verificano attraverso la trasmissione di goccioline contenenti la carica virale (diametro caratteristico grossomodo sopra i 5 μm) e gli aerosol (grossomodo sotto 5 μm). Una buona parte della diffusione del COVID-19 sembra avvenire attraverso la trasmissione aerea di aerosol prodotti da individui asintomatici durante la respirazione.

    Vedi https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32294574/?dopt=Abstract

    Vari fattori quali la dimensione delle gocce, l’inerzia, la gravità e l’evaporazione, determinano fino a che punto le goccioline e gli aerosol emessi viaggiano nell’aria.

    Vedi https://bmcinfectdis.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12879-019-3707-y

    Le goccioline e gli aerosol di piccola dimensione evaporano più velocemente in rapporto alla velocità di deposito e, galleggiando più facilmente, sono influenzati dalle correnti d’aria e trasportati su lunghe distanze. I due principali vettori di trasmissione del virus sono quindi il contatto (tra persone e con superfici contaminate) e l’inalazione di volumi d’aria.

    Vedi https://www.valedo.com/umidita-temperatura-e-sars-cov-2/

    Con il SARS-CoV-2 è possibile che gli aerosol contenenti virus vengano trasferiti in profondità nella regione alveolare dei polmoni, dove però le risposte immunitarie sono trascurabili. È stato dimostrato che SARS-CoV-2 si diffonde rapidamente alla faringe da dove può essere rilasciato verso l’ambiente esterno attraverso la respirazione prima che la risposta immunitaria si attivi e produca sintomi. Quando compaiono i sintomi il paziente potrebbe quindi aver già trasmesso il virus senza saperlo.

    Vedi https://academic.oup.com/cid/advance-article/doi/10.1093/cid/ciaa410/5818134

    Le particelle di aerosol infettive possono essere rilasciate durante la respirazione e il parlato da parte di individui infetti asintomatici. Le CDC americane (Centers for Disease Control and Prevention) indicano la famosa misura di sicurezza di 6 piedi di distanza (circa 2 m); ma questa distanza non è probabilmente sufficiente se gli aerosol rimangono sospesi nell’aria per ore, si accumulano nel tempo e seguono i flussi d’aria su distanze elevate.

    Vedi https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32416374/?dopt=Abstract

    Si può ritenere che le concentrazioni virali siano più rarefatte, e più rapidamente diventino trascurabili, all’aperto; ma pochi sono gli studi relativi alla trasmissione in ambiente esterno del SARS-CoV-2. Inoltre SARS-CoV-2 subisce l’azione delle radiazioni ultraviolette ed è probabilmente sensibile a temperatura ambiente e all’umidità relativa, nonché alla presenza di aerosol atmosferici in aree altamente inquinate. I virus possono attaccarsi ad altre particelle come polvere e inquinamento, con la conseguente modifica delle caratteristiche aerodinamiche e l’aumento della dispersione. E’ dimostrato che persone che vivono in aree con maggiori concentrazioni di inquinamento atmosferico presentano una gravità più elevata di COVID-19.

    Vedi https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749120320601?via%3Dihub

    Se poco è noto circa produzione e comportamento aereo delle goccioline infettive, sarà difficile poter definire una attendibile e circostanziata distanza di sicurezza per attuare il distanziamento sociale. Quanto all’ambiente chiuso si può argomentare che, in presenza di individui asintomatici, le concentrazioni infettive di aerosol non possono che aumentare nel tempo. Allo stesso modo la probabilità di contrarre l’infezione al chiuso sarà legata alla quantità totale di SARS-CoV-2 inalato a sua volta dipendente da ventilazione eventualmente attiva e numero di persone di persone presenti. I citati CDC raccomandano l’uso di mascherine, anche di tipo non professionale e in semplice tessuto; le mascherine infatti forniscono una barriera riducendo il numero di virus infettivi nell’espirato.

    Vedi https://www.nature.com/articles/s41591-020-0843-2

    La mascherina riduce la probabilità e la gravità di COVID-19 riducendo in modo più o meno significativo le concentrazioni virali nell’aria.

    Vedi https://academic.oup.com/cid/advance-article/doi/10.1093/cid/ciaa325/5811871

    E’ quindi importante indossare la mascherina in luoghi con potenzialmente elevate concentrazioni di virus come i luoghi affollati (in particolare se caratterizzati da ventilazione ridotta). L’efficienza di filtraggio dell’aerosol di diversi materiali, spessori e strati utilizzati in mascherine di produzione domestica è stata dimostrata non trascurabile in rapporto alle mascherine professionali.

    Vedi https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acsnano.0c03252#

    Nella nota https://www.valedo.com/umidita-temperatura-e-sars-cov-2/ abbiamo prospettato un possibile legame fra espansione del vapore acqueo e diffusione della carica virale nell’espirato di una persona affetta da coronavirus. Si è concluso che determinate condizioni ambientali possono in qualche modo amplificare ben oltre un ordine di grandezza l’originario volume di aria espirata infetta emesso da una persona infetta portando ad una presenza di virus, ancorchè con densità minore, in volumi d’aria di entità ben maggiore.

    Nella medesima nota, focalizzando l’attenzione su di un espirato caratterizzato mediamente da una temperatura di 35°C e una umidita relativa di 80 punti centesimali, è stata ricavata una tabella (riproposta in Figura 1) che rende possibile stimare i coefficienti moltiplicatori del volume di aria espirata con cui stimare il volume circostante la persona infetta interessato da carica virale nell’ipotesi sopra riproposta che l’espansione del vapore acqueo governi la distribuzione di densità della carica virale. La tabella fornisce i coefficienti moltiplicatori per alcuni valori di temperatura ambiente T (0, 5, 10, 15, 20, 25, 30, 35°C) e per alcuni valori di umidità relativa ambiente Ur (10, 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80, 90 e 100%).

    Figura 1

    Sulla base delle ipotesi fatte ci proponiamo ora di passare a quantificare una stima dell’espansione/sviluppo della carica virale in termini di distanza. Come è noto il volume di una sfera esprime la misura dello spazio occupato dalla stessa sfera e si calcola moltiplicando per 4 il prodotto tra PiGreco e il cubo del raggio, dividendo il tutto per 3. Indicando con V il volume della sfera e con D il diametro della stessa vale quindi

    V=4 x 3,141592 x (D/2) x (D/2) x (D/2) x (1/3) .

    Dalla relazione precedente, esplicitando D, si ottiene

    D = 1,2407 x V ^ (1/3) .

    Ipotizziamo ora che il coefficiente moltiplicatore unitario della tabella di Figura 1 corrisponda ad una distanza unitaria standard di infezione virale. Con tale ipotesi e col legame evidenziato fra diametro D e volume V di una sfera la stessa tabella può essere rivista per correlare differenti situazioni di temperatura ambiente T e umidita relativa ambiente Ur attraverso un coefficiente moltiplicativo DX della distanza unitaria di infezione standard (ipotizzata presente con temperatura ambiente e umidità relativa ambiente simili alla temperatura e alla umidità relativa presenti nell’espirato di una persona infetta). DX è da intendere, in altri termini, come coefficiente moltiplicatore della distanza di infezione minima standard caratterizzabile in condizioni igrometriche ambientali e di temperatura ambientale simili a quelle presenti nell’espirato di una persone infetta.

    Figura 2

    Una possibile, seppur grossolana, formula regressiva di tipo lineare per interpolare i dati della tabella di Figura 2, e fornire una prima stima del coefficiente moltiplicatore DX, è:

    DX = 4,42 – T/15,6 – Ur/41,9 + (T*Ur)/3320 ,

    essendo T la temperatura ambiente in °C e Ur l’umidità relativa ambiente in %.

    Quindi, ad esempio, se la temperatura ambiente risulta 3°C e l’umidità relativa ambiente risulta 32%, dalla relazione precedente otteniamo DX = 3,49. In queste condizioni ambientali di umidita relativa e temperatura la distanza di sicurezza per fronteggiare una potenziale infezione in rapporto alla distanza di sicurezza di riferimento legata a T=35° e Ur=80% è di 3,49 volte maggiore.

    Paron

  • SULLA PERCEZIONE DEGLI EVENTI DI PIENA

    Un comune cittadino, in riferimento agli eventi meteorologici e alle relative conseguenze,  normalmente correla linearmente causa con effetto: quindi a molta pioggia corrisponde grande evento di piena, se aumenta la frequenza degli eventi di pioggia intensi aumenta la frequenza dei conseguenti eventi di piena, ecc…

    In realtà il legame causa-effetto nel caso precipitazione e portata massima non risponde o non trova ragione in una percezione immediata e superficiale dell’effettivo legame.

    Se consideriamo una bacino idrografico di area S, caratterizzato da tempo di corrivazione Tc, da piovosità h correlata a dato tempo di ritorno Tr, infine da coefficiente di deflusso Fi, è noto dal metodo razionale che la portata al picco QMAX dell’evento di piena dipende funzionalmente da S, Tc, h, Tr e Fi (vedi Figura 1). A parita di bacino, tempo di ritorno e precipitazione la portata massima dipende quindi da Tc e Fi. Quindi QMAX=f(Tc, Fi).

    Figura 1

    A titolo esemplificativo si consideri ora una quarantina d’anni di vita idrografica di un bacino (arco di tempo esperienziale per la vita di un comune cittadino osservatore). La percezione dell’andamento del dato idrologico può essere riassumibile dall’andamento nel tempo dei picchi di portata massima annuale (vedi Figura 2).

    Figura 2

    Il comune cittadino percepisce una data portata massima da intendersi come valore normale massimo Piniziale e relativamente costante in ogni anno; in alcuni anni il valore di portata massima annuale può essere più elevato del valore normale percepito ed essendo di maggior entità può trovare memoria nel comune cittadino ed essere riassunto in un intervallo medio di tempo Xiniziale nel quale tende ciclicamente a riproporsi.

    Quanto scritto presuppone l’invarianza di Tc e di Fi. Ipotizziamo ora che il bacino sia interessato da modificazioni urbanistiche dell’uso del suolo nell’arco dei 40 anni di vita idrografica presa in considerazione. Per comodità concentriamo all’anno 11, all’anno 21 e all’anno 29 gli interventi modificativi all’impermeabilizzazione del bacino. Ipotizziamo quindi che nell’anno 11 il valore Fi aumenti del 50%, nell’anno 21 di un ulteriore 50% e nell’anno 29 di un ulteriore 50%. Di conseguenza Fi dopo l’anno 11 aumenterà di 1,5 volte, dopo l’anno 21 di 2,25 volte, dopo l’anno 29 di 3,375 volte. Ricreiamo quindi la storia idrografica del nostro ipotetico bacino nei 40 anni (vedi Figura 3).

    Figura 3

    Le modificazioni imposte a Fi, a parità di Tc, porta ad un diverso andamento dei valori di portata massima annuale (vedi Figura 4).

    Figura 4

    La portata massima annuale ricorrente percepita dal valore Piniziale arriverà al valore Pfinale (quantitativamente superiore) mentre l’intervallo Xiniziale assumerà il valore Xfinale (di molto inferiore).

    Stimiamo ora, anche se in modo  relativamente grezzo, di quanto possono cambiare in 40 anni i valori che definiscono per ogni anno la QMAX al variare dei parametri sopra citati (ovvero S, Tr, h, Tc, Fi). Vedi Figura 5.

    Figura 5

    S può considerarsi di fatto una costante, quindi una invariante se l’obiettivo è qualificare la percezione del comune cittadino.

    h, e quindi Tr, con il quale è instaurabile un legame statistico-probabilistico numericamente quantificabile, possono assumere valori diversi nell’arco dei quarantanni. Si ritiene che ipotizzare variazioni del 20% o anche del 30% in più o in meno sia ampiamente cautelativo in riferimento alle considerazioni in parola.

    Tc? Sicuramente può variare nel’arco dei 40 anni; in ragione della variazione di h e Tr ma soprattutto in ragione della variazione di Fi (con il quale è più robustamente correlabile). In termini assoluti è ipotizzabile una variazione (in più o in meno) anche del 50-100% o più.

    Come incide invece Fi nella percezione di QMAX? Nell’ipotesi graficata in precedenza si è ipotizzato che Fi iniziale di seguito aumenti di 1,5; 2,25 e 3,375 (quindi con un aumento del 336%). Per una superficie completamente impermeabilizzata Fi potrebbe assumere anche valori maggiori (quasi prossimi all’unità). Se prendiamo un valore credibile e minimale di Fi (diciamo 0,05) ed una valore credibile massimo di Fi (diciamo 0,99) si ottiene un aumento massimo teorico del 1980%.

    Il parametro più incidente sul valore (e quindi sulla percezione) della portata massima QMAX, che si ripresenta ricorrentemente, è quindi Fi. Il parametro che più incide sulla percezione del comune cittadino, in merito all’intervallo di accadimento di eventi catastrofici, dovrebbe essere allo stesso modo il coefficiente di deflusso Fi. La variazione dello stesso nel tempo può considerarsi in genere la correlazione più robusta in riferimento all’andamento della QMAX e dell’intervallo percepibile di eventi catastrofici.

    Conclusioni:

    1) è fondamentale procedere a modificare il territorio urbanisticamente e con interventi edilizi con tecniche vincolanti di mitigazione idraulica (stabilizzazione idraulica degli interventi);

    2) il legame andamento entità e frequenza della piovosità intensa non è necessariamente lineare con il corrispondente andamento di entità e frequenza della portata massima di piena (alcuni parametri che qualificano in fenomeno incidono in modo trascurabile qualora gli stessi si modifichino o vengono modificati nel tempo, il parametro coefficiente di deflusso presenta un legame robusto e la corrispondente variazione incide sulla portata massima in modo percepibile anche se minimale in valore assoluto).

    3) può essere fuorviante considerare l’aumento della frequenza degli eventi di piena con dipendenza esaustiva e diretta soprattutto con l’ingresso di precipitazione. In tal senso la percezione del comune cittadino andrebbe attentamente corretta o specializzata.

    – – – – o – – – –

    Paron, 31/5/2020

  • STIMA SEMPLIFICATA DEI VOLUMI DI ESONDAZIONE COL METODO CINEMATICO

    Il modello della corrivazione nacque in Italia, nella prima meta del 1800, a seguito di intuizioni originali del prof. Domenico Turazza, professore di matematica applicata presso la Regia Università di Padova. Nella seconda edizione del Trattato di idrometria o di idraulica pratica (1867) il Turazza aveva posto le basi sia del concetto di perdita idrologica (… credo però in medio potersi valutare in 2/5 dell’acqua totale quella che và così perduta…) sia il concetto di curva di piena (… sarà dunque sufficiente di ordinare le cose in modo che l’acqua che può cadere per pioggia, nelle circostanze più ordinarie, sopra il dato terreno in 24 ore, e che sopravanza a quella che và perduta pella evaporazione e pegli infiltramenti, venga scaricata pure in 24 ore dagli scoli…) ed infine sia il concetto di ritardo nella formazione della piena (… si giudica, pare a me, assai male quando si paragonano le portate degli scoli a quelle medie delle correnti in rapporto alle piogge che cadono sovra i corrispondenti bacini, perché non credo potersi stabilire eguale accordo circa il tempo del deflusso…).

    Nei medesimi anni, ufficialmente nel 1851, l’irlandese Mulvaney presentò una nota che diventò la base del cosiddetto metodo razionale nella cultura idrologica anglosassone. Per Mulvaney la portata è pari al prodotto fra un coefficiente adimensionale compreso fra 0 e 1 (coefficiente afflussi-deflussi), l’intensità di pioggia correlata al tempo di concentrazione e la superficie del bacino. Le ipotesi base del modello della corrivazione sono:

    1) la formazione della piena è dovuta unicamente ad un fenomeno di trasferimento della massa liquida;

    2) ogni singola goccia si muove sulla superficie seguendo un percorso immutabile che dipende soltanto dalla posizione del punto in cui essa è caduta;

    3) la velocità di ogni singola goccia non è influenzata dalla presenza delle altre gocce;

    4) la portata defluente si ottiene sommando tra loro le portate elementari che si presentano nello stesso istante alla sezione di chiusura del bacino.

    Il ritardo con cui una goccia si presenta alla sezione di chiusura dipende in tal modo solo dal punto in cui essa è caduta e prende il nome di tempo di corrivazione del punto. Il tempo di ritardo massimo prende il nome di tempo di corrivazione del bacino e viene di seguito indicato con tCB.

    I luoghi dei punti caratterizzati da uno stesso valore del tempo di corrivazione vengono detti linee isocorrive; la curva che per assegnato valore del tempo di corrivazione tC permette di determinare l’area della porzione di bacino i cui punti hanno tempi di corrivazione t≤tC prende il nome di curva aree-tempi del bacino.

    Supponendo di aver tracciato le linee isocorrive con passo temporale Δt all’interno del quale l’intensità di precipitazione possa considerarsi costante, linearizzata la curva aree-tempi in ciascun intervallo, si ha che l’idrogramma di portata qK(t) che attraversa la k−1ma isocorriva in seguito alla precipitazione di intensità iJ, caduta nell’intervallo tJ−1=(j−1)Δt e tJ=jΔt sulla porzione di bacino di area ΔAK, compresa tra le isocorrive (k−1)Δt e kΔt, è descritto dalle equazioni:

    • se tJ-1≤t≤tJ qK(t)=(iJΔAK/Δt)(t-tJ-1);
    • se tJ≤t≤tJ+1 qK(t)=(iJΔAK/Δt)(tJ-t);
    • infine se t≥tJ+1 qK(t)=0 .

    La forma della curva di piena è triangolare e qK(t) assume il valore 0 per t=(J-1)Δt, il valore qK(t)=iJΔAK per t=JΔt e di nuovo qK(t)=0 per t=(J+1)Δt; il tempo alla base dell’idrogramma di piena é pari a 2Δt.

    L’idrogramma di portata che attraversa la sezione di chiusura in seguito alla precipitazione caduta nell’intervallo (j−1)Δt e jΔt sull’area ΔAK si ottiene traslando nel tempo l’idrogramma di piena di un intervallo pari a (K-1)Δt; quindi il valore al colmo ΔAKiJ giungerà alla sezione di chiusura al tempo (j+K-1)Δt. L’idrogramma di piena complessivo si ottiene sommando i contributi delle varie aree che giungono al medesimo istante alla sezione di chiusura.

    Le ulteriori ipotesi di linearità e stazionarietà consentono di semplificare la modellazione dei fenomeni di piena. Notoriamente:

    a) un sistema si dice stazionario quando a due ingressi uguali sfasati nel tempo di un certo intervallo di tempo corrispondono due uscite uguali sfasate dello stesso intervallo temporale;

    b) un sistema si dice lineare quando ad un ingresso combinazione lineare di due ingressi corrisponde un’uscita combinazione lineare secondo medesimi coefficienti moltiplicativi delle uscite relative agli stessi ingressi.

    Con linearità e con stazionarietà la relazione tra ingresso p(t) e uscita q(t) assume la forma di un’equazione lineare differenziale a coefficienti costanti che ha come soluzione l’integrale di convoluzione

    q(t) = ∫0tp(τ)h(t-τ)dτ

    essendo h(t) l’idrogramma unitario istantaneo (dove h(t) dimensionalmente è l’inverso del tempo).

    Il modello della corrivazione si configura quindi come un particolare modello lineare e stazionario schematizzabile come un insieme di infiniti canali lineari in parallelo; a ciascun elemento di area AI del bacino si può associare un canale lineare il cui ritardo caratteristico coincide con il tempo di corrivazione tC del punto.

    Con tale modello la portata massima si verifica in corrispondenza ad una durata della precipitazione maggiore o uguale al tempo di corrivazione e viene mantenuta per un tempo tP-tCB essendo tP la durata della precipitazione.

    Per un ipotetico bacino in cui la curva area-tempi risulta lineare, ovvero A(t)=ATt/tCB (essendo AT l’area totale del bacino) e nel caso di una pioggia netta di intensità costante i e durata tP abbiamo, alla chiusura del bacino, i seguenti idrogrammi di piena:

    Caso tP<tCB (vedi la Figura 1 seguente):

    Figura 1

    Quindi se tP<tCB con t≤tP vale

    q(t)= iATt/tCB ,

    con tP≤t≤tCB vale

    q(t)= iATtP/tCB ,

    con tCB≤t≤tCB+tP vale

    q(t) = iAT(1-((t-tP)/tCB))) ,

    e infine con t≥tCB+tP vale

    q(t)=0 .

    Caso tP=tCB (vedi Figura 2 seguente):

    Figura 2

    In questo caso se tP=tCB con t≤tP vale

    q(t)= iATt/tCB ,

    con t=tCB=tP vale

    q(t)=iAT ,

    con tCB≤t≤tCB+tP vale

    q(t) = iAT(1-((t-tP)/tCB)))

    e infine con t≥tCB+tP vale

    q(t)=0 .

    Caso tP>tCB (vedi Figura 3 seguente):

    Figura 3

    Se tP>tCB vale

    q(t)=iATt/tCB ;

    con tCB≤t≤tP vale

    q(t)=iAT ;

    con tP≤t≤tCB+tP vale

    q(t)=iAT(1-((t-tP)/tCB))) ;

    infine con t≥tCB+tP vale

    q(t)=0 .

    Normalmente nei modelli del tempo di corrivazione per il calcolo della portata al colmo QP si utilizza la relazione

    QP = CA∙CD∙IP∙AT

    dove

    CA rappresenta il coefficiente di afflusso (tiene conto delle sottrazioni legate alla infiltrazione, all’intercettazione e agli invasi di ritenzione),

    IP rappresenta l’intensità di pioggia per una durata pari al tempo di corrivazione,

    AT rappresenta la superficie totale del bacino e

    CD rappresenta un coefficiente detto di diffusione.

    Il coefficiente CD tiene conto che all’aumentare dell’area sottesa esiste una tendenza del flusso di piena ad attenuare il picco procedendo verso valle a seguito dell’effetto invaso in rete.

    Il modello della corrivazione tende a sovrastimare il picco di portata perché i valori di CA sono ricavati soprattutto per piccoli bacini; ricordiamo inoltre che la linearità fra portata e area è accettata solo per valori di AT variabili fra un minimo di 8 ha (vedi Debo e Reese, 1995) fino ad un massimo di 256 ha (in ambito urbano, vedi Veissman e Lewis, 1996) e di 1000 ha (in ambito rurale, secondo Gupta, 1989).

    Sono ricorrenti le seguenti approssimazioni conseguenti alla ipotesi operate del modello della corrivazione:

    Approssimazione 1: il picco di portata è il massimo che può verificarsi per una intensità di pioggia correlata ad una durata pari al tempo di corrivazione; al momento temporale corrispondente al tempo di corrivazione si ottiene quindi il massimo di portata. Nell’applicazione del modello della corrivazione si valuta di volta in volta se i picchi di piena possono considerarsi condizionati dai picchi di intensità di pioggia e non dal valore medio della stessa intensità.

    Approssimazione 2: il deflusso è direttamente proporzionale alla precipitazione. Come si vedrà il coefficiente di afflusso CA non è indipendente dalla piena; la determinazione di CA andrebbe quindi eseguita tenendo conto di tutti gli aspetti che possono influenzare questo valore.

    Approssimazione 3: la frequenza dei picchi di piena é la medesima frequenza della pioggia che genera la piena. Normalmente l’assunzione risulta accettabile in quanto le elaborazioni sono eseguite per eventi a tempo di ritorno inferiore a 100 anni.

    Approssimazione 4: la relazione fra picco di piena e area di drenaggio è un legame dello stesso tipo che si ha fra picco, intensità della pioggia e durata della pioggia (in altri termini il bacino di drenaggio è considerato a comportamento lineare e per determinare la portata basta semplicemente moltiplicare il coefficiente di afflusso per l’area e l’intensità di pioggia). Tale presupposto non può essere evidentemente sempre vero da cui l’introduzione, come anticipato, del termine CD per tener conto della mancanza di linearità.

    Approssimazione 5: CA è lo stesso per piene di diversa frequenza e quindi le perdite della precipitazione che non arriva alla sezione di chiusura del bacino sono una costante. Se tale presupposto può essere considerato valido per bacini con superfici impermeabili qualche perplessità può presentarsi per bacini dove le aree interessate da infiltrazioni o ritenzioni non sono trascurabili. Quando possibile la determinazione di CA va eseguita cercando di tener conto di tutti gli aspetti che possono influenzare questa evenienza.

    Approssimazione 6: CA utilizzato è lo stesso per tutte le piene su un dato bacino idrografico indipendentemente dalle condizioni di umidità in essere nel suolo. Normalmente vengono considerati eventi di piena a frequenza bassa o bassissima; si ritiene che riferirsi a condizioni di umidità medie possa giusitificare il non tener conto di questo fattore.

    Approssimazione 7: l’intensità di pioggia rimane costante per tutta la durata del tempo di corrivazione. Quando il metodo della corrivazione viene utilizzato per valutazioni di massima tale ipotesi si può ritenere accettabile.

    Approssimazione 8: il deflusso che porta al picco di portata si forma uniformemente su tutto il bacino; detto in altre parole il coefficiente CA rimane lo stesso su tutti i punti del bacino. In genere tale assunzione risulta accettabile quando le aree di drenaggio non superano qualche centinaio di ha di superficie.

    Approssimazione 9: il modello della corrivazione non considera, ne può considerare, situazioni di rigurgito di flusso nella rete di drenaggio. E’ accettabile tale limitazione quando le calcolazioni idrauliche risultano di natura conservativa.

    Col metodo della corrivazione viene normalmente utilizzata la formula di moto uniforme secondo Gauckler-Strickler:

    V=KS RH2/3 iS1/2

    con Q=AV e RH=A/PB essendo

    V = velocità del flusso (m/s) ,

    Q = portata massima (m3/s) ,

    A = area liquida (m2) ,

    KS = scabrezza secondo Stricker (m1/3/s) ,

    RH = raggio idraulico (m) ,

    iS = pendenza motrice (m/m) ,

    PB = perimetro bagnato (m) .

    Nell’applicazione del modello della corrivazione normalmente si prendono in considerazione due tipi di sezione:

    1) la sezione trapezoidale o rettangolare. Vengono forniti in ingresso la base minore b, la base maggiore B (larghezza del pelo libero con tirante idrico al limite di esondazione) e l’altezza massima del tirante idrico Y. Le formule ricorrenti sono:

    A = ((B+b)Y)/2 ,

    PB = 2(((B–b)/2)2+Y2)0,5+b ,

    RH = (((B+b)Y)/2)/(2(((B–b)/2)2+Y2)0,5+b) .

    2) la sezione circolare. Viene fornito in ingresso il diametro D. In questo caso le formule ricorrenti sono:

    A = 3.141592D2/4 ,

    PB = 3.141592D ,

    RH = D/4 .

    Le formulazioni precedenti possono essere utilizzate anche per il calcolo del tempo di scorrimento canalizzato (in situazione di deflusso massimo). In genere la pendenza motrice iS, nel caso di deflusso intubato, è la maggiore fra quella definita dalla livelletta di fondo e quella definita dalle quote di piano campagna fra inizio e fine del tratto.

    Stima delle perdite di portata (per inondazione)

    Nel modello della corrivazione le situazioni di alluvionamento localizzato possono essere considerate in modo semplificato secondo la seguente procedura. Prendiamo in considerazione lo schema seguente (vedi Figura 4).

    Figura 4

    In una determinata sezione, per una determinata durata di precipitazione, si abbia una curva di piena come indicato con tratto grosso (come da modello della corrivazione con curva superficie-tempo lineare). Ipotizziamo che il corrispondente tratto di canale o di tubo sia in grado di far defluire una portata massima pari a q1; si impone quindi che i differenziali di maggior portata siano dispersi per esondazione sul territorio circostante il tratto canalizzato o intubato. Dallo schema della figura precedente è possibile stimare il volume di acqua di pioggia esondato (volume V) e la durata teorica del fenomeno alluvionale (lunghezza b1).

    Possiamo sostanzialmente ritrovare due situazioni:

    caso 1): sono noti B e b (curva di piena dal modello della corrivazione) ed è noto il volume V (invaso di laminazione ovvero volume integrativo estraneo alle condizioni di deflusso). Si può facilmente dimostrare come b1 e q1 si ottengono facilmente con le relazioni:

    b1= ((b2q+2V(B–b))/q)0,5 ,

    q1 = q((B–b1)/(B–b)) .

    Le due relazioni precedenti permettono di determinare b1 e q1 anche qualora la curva di piena sia quella tipica del modello della corrivazione (ovvero triangolare con base pari al doppio del tempo di corrivazione e altezza pari al picco di portata); in questo caso occorre avere l’avvertenza di porre b=0 e q uguale alla portata di picco.

    caso 2): sono noti B e b (curva di piena dal modello della corrivazione) ed è noto q1 (portata massima che riesce a far defluire il tubo o il canale senza provocare esondazioni). Si può facilmente dimostrare come b1 e V si ottengono attraverso le relazioni:

    b1 = B-((q1/q)(B–b)) ,

    V = q((b12– b2)/(2(B–b))) .

    Le relazioni precedenti permettono di determinare b1 e V anche nel caso la curva di piena sia triangolare con base pari al doppio del tempo di corrivazione e altezza pari al picco di portata; in questo caso occorre avere l’avvertenza di porre b=0 e q uguale alla portata di picco.

    Paron, 16/5/2020

  • CORONAVIRUS A BERGAMO (Febbraio/Marzo 2020)

    Alcuni giorni fa è stato ipotizzato un possibile collegamento fra infettività da Coronavirus ed espansione del vapore acqueo contenuto nell’aria espirata (vedi ). La nota si conclude introducendo il parametro CM (coefficiente di amplificazione con cui ricavare il volume di aria interessato da carica virale in ragione del fenomeno di diffusione del vapore acqueo presente nel respiro).

    Presentiamo ora una valutazione dell’influenza del parametro CM nell’infezione da Coronavirus avvenuta nella Provincia di Bergamo dai primi giorni di Febbraio fino al 18 Marzo 2020.

    Figura 1

    Dalla Figura 1 si ottiene l’andamento complessivo di contagi, giorno per giorno, per la Provincia di Bergamo (vedi sito con dati). Dal sito sono stati estratti i numeri progressivi di casi dal 25/02/20 al giorno 18/03/20. Ricordiamo che il Primo Ministro italiano il 09/03/20 mise la firma su di un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) recante misure per il contenimento ed il contrasto al diffondersi del Covid-19 sull’intero territorio nazionale. Con medesimo DPCM venne vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Tali disposizioni produssero concreto effetto dal 10/03/20. Per tener conto delle infezioni accadute fino al 10/03/20 nella presente nota si considerano i dati di Coronavirus accertati nella Provincia di Bergamo fino al 18/03/20 (per tener conto del ritardo intercorrente fra momento dell’infezione e insorgere del Covid-19).

    Da questo sito vengono derivati gli andamenti di umidità relativa e delle temperature minime e massime nei mesi di Febbraio e Marzo 2020 in relazione alla stazione meteo dell’aeroporto di Bergamo – Orio al Serio. Le Figure 2 e 3 visualizzano l’andamento dei valori di umidità relativa; le Figure 4 e 5 visualizzano l’andamento dei valori di temperatura minima e massima.

    Figura 2
    Figura 3
    Figura 4
    Figura 5

    Con riferimento alle Figure 4 e 5, operando una media fra la massima e la minima, si ottiene per ogni giorno il valore rappresentativo della temperatura. Utilizzando la Tabella visualizzata nella Figura 5 presente nella nota Umidità, Temperatura e Coronavirus (vedi) vengono determinati nel periodo fra il giorno 11/02/20 e il giorno 18/03/20 i valori CM ovvero i valori dei coefficienti amplificativi del volume espirato interessato da carica virale caratteristici di ogni giorno considerato (vedi Figura 6). Nel periodo di interesse il valore CM varia da un minimo di 3,5 ad un massimo di 20,2.

    Figura 6

    Per ottenere una stima del ritardo temporale medio fra momento dell’infezione (giorno con dato valore CM) e momento della registrazione del caso acclarato di Coronavirus viene operata una regressione a mezzo funzione polinomiale di quarto grado fra andamento cumulato dei valori CM e andamento cumulato del numero di casi giornalieri acclarati. In particolare vengono eseguite 5 regressioni ipotizzando che i valori CM risultino sfasati in avanti rispettivamente di 2, 4, 6, 8 e 10 giorni; in tal modo si cerca di eliminare la differenza temporale fra i due momenti citati (tempo che intercorre tra l’infezione e la scoperta della positività). Nel caso di sfasamento 2 giorni ciò vuol dire, ad esempio, considerare l’andamento cumulato dei valori CM dal 23/02 al 16/03 “sovrapposti” all’andamento dei casi registrati di Coronavirus dal 25/03 al 18/03.

    Figura 7

    Nella Figura 7, relativa allo “sfasamento “ di 2 giorni, in ordinata Y rappresenta il numero progressivo di casi di Coronavirus e in ascissa X indica il numero progressivo cumulato di valori CM. Per ognuna delle 5 situazioni considerate sono stati quindi valutati i valori di R2 (coefficiente di determinazione = stima della varianza della variabile dipendente essendo la variabile dipendente corrispondente al numero di casi cumulati di Coronavirus) e di SSE (devianza spiegata dal modello):

    • sfasamento 2 giorni, R2=0,9947003, SSE=234398,8
    • sfasamento 4 giorni, R2=0,9986293, SSE=60626,6
    • sfasamento 6 giorni, R2=0,9956853, SSE=190824,7
    • sfasamento 8 giorni, R2=0,9922608, SSE=342294,5
    • sfasamento 10 giorni, R2=0,9923418, SSE=338717,1 .

    Tenendo conto dei sopra citati risultati statistici si ritiene attendibile il ritardo medio di 4 giorni fra il tempo dell’infezione e il tempo della scoperta della positività (sfasamento con valore R2 maggiore). Tale ritardo medio di seguito si assume pari a 5 (viene cioè aumentato di una ulteriore unità) per tener conto del presumibile ulteriore sfasamento temporale che intercorre fra ogni prelievo di tampone e processamento dello stesso.

    Figura 8

    Sfasando l’andamento dei valori CM progressivi cumulati di 5 giorni si ottiene la “corretta” sovrapposizione fra grafici come evidenziato in Figura 8. La successiva Figura 9 ripropone un ingrandimento di parte del grafico di Figura 8.

    Figura 9

    La Figura 9 sembra evidenziare come l’andamento dei picchi dei valori CM nei giorni dal 19/2 al 23/2 (caso 1) hanno in qualche modo influito sull’andamento del numero dei casi di Coronavirus dal 25/02 al 28/02 e come l’andamento dei picchi dei valori CM nei giorni da 27/02 a 29/02 (caso 2) allo stesso modo hanno influito sui casi Covid-19 registrati dal giorno 03/03 al giorno 07/03.

    Nella piccola elaborazione eseguita non si è tenuto conto dell’effetto legato al parametro R0 (numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto) ma in ogni caso sembra che CM abbia una influenza non trascurabile sul decorso della numerosità di casi registrati almeno con riferimento ai dati analizzati riferibili ai primi giorni della pandemia.

    Paron, 10/5/2020

  • UMIDITA’, TEMPERATURA e CORONAVIRUS

    I coronavirus (in particolare il SARS-COV-2) presentano un diametro di qualche decina di milionesimi di millimetro. Il meccanismo d’infezione del SARS-COV-2 è relativamente semplice: una volta legato alla membrana della cellula ospite il virus libera al suo interno il proprio genoma e le sostanze necessarie alla replicazione; a seguire una serie di processi biochimici porta alla produzione di nuovi microrganismi virali completi. Completate le replicazioni la cellula muore liberando i nuovi microrganismi nell’ambiente circostante (nei polmoni, in gola, ecc…).

    Il passaggio della malattia ad altre persone dipende dalla quantità di virus che penetra nel loro organismo. In genere, a parità di sistema immunitario, grandi quantità di virus vincono più facilmente le difese dell’organismo e si “insediano” con maggior successo. Nel SARS-COV-2 non è noto il valore della carica infettiva minima, non è noto quindi il numero minimo di particelle virali necessarie ad avviare la malattia nell’ospite. In linea di massima si può ritenere che, in caso di sistema immunitario debole, il valore delle carica infettiva minima possa considerarsi anche appena significativo.

    La diffusione per via aerea può attuarsi per:

    1) trasmissione tramite l’aria attraverso grosse goccioline emesse con tosse e starnuti;

    2) trasmissione attraverso “nuclei” di microgoccioline, a distanza e per diverso tempo, anche in assenza della sorgente di infezione;

    3) trasmissione mediante ri-sospensione di polveri contaminate derivate dall’essiccamento delle goccioline grosse precedentemente depositate su superfici.

    Nella respirazione l’aria atmosferica viene umidificata prima di arrivare agli alveoli polmonari diventando satura di vapore acqueo. Il vapore acqueo è lo stato aeriforme dell’acqua ed esercita una sua specifica pressione parziale; a 37°C la tensione di vapore acqueo è di circa 47 mmHg e quando il respirato è umidificato e in equilibrio con l’acqua che bagna la superficie delle vie respiratorie anche la pressione parziale del vapore acqueo della miscela di gas è pari a 47 mmHG. Di conseguenza nella fase espiratoria emettiamo grandi quantità di vapore acqueo sotto forma di sospensione di microparticelle d’acqua. Come è noto la massa volumica del vapore acqueo, a parità di temperatura, è circa due terzi rispetto a quella dell’aria e quindi il vapore acqueo espirato tende a “galleggiare” nell’aria. Nell’espirato di una persona infetta da coronavirus, insieme a queste microparticelle d’acqua vi sono anche cellule epiteliali vive o morte e quindi un numero elevatissimo di virus attivi.

    L’espirato è costituito da goccioline o micro particelle d’acqua di diametro variabile da 0,001 mm a 1 mm. Le goccioline con diametro superiore a un decimo di millimetro non evaporano rapidamente, cadono per gravità al suolo, aderiscono a superfici e possono diventare parte della polvere ambientale. L’allontanamento di queste goccioline, qualora infette, dà luogo ad una contaminazione dell’aria di brevissima durata e, in rapporto alla spinta dinamica (es. colpo di tosse), possono compiere tragitti che non superano qualche metro e si fermano normalmente nel giro di pochi secondi.

    Le particelle d’acqua di diametro inferiore a un decimo di millimetro evaporano parzialmente nell’aria in pochissimi secondi ma i “nuclei” degli agglomerati di vapore acqueo, dove compare il materiale organico con carica virale, sono in grado di rimanere in sospensione anche per vari giorni.

    In generale possiamo affermare che, con i citati sistemi di diffusione del primo tipo e del secondo tipo, la possibilità di infettare una persona vicina, con adeguata resa e probabilità, dipende soprattutto dalle dimensioni delle goccioline o microparticelle d’acqua, ma anche dalla capacità delle stesse di rimanere in aria, dalla temperatura e dalle condizioni di umidità ambientale.

    L’umidità dell’aria “racchiude” la relazione fra vapore acqueo e gli altri gas atmosferici. E’ noto che l’umidità assoluta (ovvero la massa di vapore acqueo contenuta nell’aria in rapporto al volume da essa occupato) cambia al variare della temperatura dell’aria. In particolare al decrescere della temperatura decresce il valore di umidità assoluta. Quindi, a parità di volume, una massa d’aria calda ha più “capacità” di contenere vapore acqueo rispetto ad una analoga massa d’aria fredda. All’aumentare della temperatura il moto delle particelle è via via sempre più turbolento; al diminuire della temperatura i movimenti delle particelle sono più lenti e una miscela tende a occupare meno volume essendo minore l’energia cinetica delle singole particelle. Diminuendo gli spazi intermolecolari diminuisce anche la capacità delle molecole di acqua di infiltrarsi all’interno della miscela e l’aria fredda risulta più densa e più pesante rispetto all’aria calda (diminuendo gli spazi intermolecolari). Dal punto di vista volumetrico una massa di aria calda occupa maggiore spazio rispetto ad una pari massa di aria più fredda (cambia il volume occupato, maggiore per l’aria calda in virtù della citata maggiore oscillazione molecolare).

    A parità di temperatura per la componente vapore acqueo il rapporto tra la pressione parziale e quella di saturazione rappresenta l’umidità relativa. La pressione di saturazione (il limite che deve raggiungere la pressione del vapore per arrivare alla condensazione) dipende dalla temperatura. Se la temperatura diminuisce la quantità di vapore acqueo solubile in un determinato volume d’aria diminuisce e diminuisce di converso la sua pressione parziale. Raffreddando un’aria umida c’è un aumento della sua umidità relativa (la quantità del vapore acqueo è stabile mentre la quantità di vapore di saturazione diminuisce). Si osservi che il vapore acqueo, finchè la pressione parziale rimane inferiore al valore della pressione di saturazione e quindi non si arriva alla condensazione, si può considerare a tutti gli effetti un gas ideale.

    Ma torniamo al metodo secondo di diffusione del virus in aria. I residui piccolissimi di materiale organico infettante miscelato a microparticelle di acqua sono in grado di rimanere in sospensione nell’aria formando agglomerati elementari o nuclei di materiale organico o inorganico e microparticelle di acqua. A differenza delle goccioline di dimensioni maggiori, questi nuclei rimangono nell’atmosfera per un tempo molto più lungo (ore o addirittura giorni) essendo irrilevante il peso. Trasportati dai movimenti dell’aria, si spostano a distanze ragguardevoli diffondendo il contagio anche in ambienti diversi da quello della sorgente di emissione. La formazione dei nuclei richiede pochi millesimi di secondo e ulteriori microrganismi sospesi nell’aerosol, purchè piccolissimi, possono diventare parte dei nuclei. In presenza di umidità ambientale elevata (come nella miscela di aria espirata nella fase di respirazione) si formano quindi veri e propri nuclei in grado di “accorpare” ulteriormente il vapore acqueo presente nell’aria. Come è noto i gas di diversa concentrazione tendono a mischiarsi e soprattutto le molecole contenenti vapore acqueo tentano rapidamente di passare dalla parte a maggior concentrazione a quella a minore concentrazione fino al raggiungimento dell’equilibrio (fenomeno noto come diffusione di vapore acqueo).

    L’aria espirata dai polmoni può “trovare” all’esterno particolari e diversissime condizioni ambientali. Si è già accennato alla temperatura, ma ora focalizziamoci sull’umidità relativa. In rapporto all’aria espirata al diminuire della temperatura ambiente la tensione di vapore decresce e il vapore acqueo si avvicina alle condizioni di saturazione. I “nuclei” e la relativa carica virale inglobata, correlati al sistema di diffusione di tipo 2), possono favorire ulteriore condensazione; infatti ulteriore vapore acqueo in determinate situazioni può aggregarsi anche con umidità relativa molto bassa accrescendo il contenuto di umidità dello stesso nucleo anziché evaporare.

    Ma le condizioni di umidità ambientale possono influire nella potenzialità di una persona infettata di infettare a sua volta un’altra persona? L’aria espirata si trova normalmente a temperatura confrontabile con quella corporea (diciamo che un valore possibile di temperatura ricorrente potrebbe essere 35°C) e con contenuto di umidità elevatissimo (è possibile ipotizzare che l’umidità relativa sia almeno l’80 e più percento).

    Al diminuire della temperatura dell’ambiente la tensione di vapore decresce; mentre ossigeno, azoto e gli altri gas presenti nell’aria espirata sono gas che si raffreddano restando aeriformi, il vapore acqueo può avvicinarsi sempre più alle condizioni di saturazione. Può verificarsi che l’elevata densità dello stesso, all’uscita dalla bocca/naso, non sia più compatibile con l’analogo parametro presente con bassi valori di temperatura nell’aria ambiente. In questo caso le molecole di acqua vanno progressivamente rallentando e, di conseguenza, le forze di coesione molecolare si fanno efficaci fino anche a far condensare il vapore acqueo in minuscole goccioline. Ma l’acqua si riscalda quando avviene la condensazione e arriva ad un equilibrio con la temperatura dell’ambiente rilasciando il calore latente di condensazione che riscaldando l’aria intorno al volume di condensa ne abbassa la densità facendo si che la zona in condensazione galleggi (come già accennato il complesso delle particelle di vapore, insieme con l’aria rarefatta da esse riscaldata, pesa meno del corrispondente quantitativo di aria spostato).

    Per data pressione atmosferica la condensazione del vapore acqueo si verifica quando la temperatura è pari o inferiore alla temperatura di rugiada. Tale valore di temperatura, insieme all’umidità relativa, funge da “regolatore” del processo di condensazione. Ai fini della presente nota possiamo quindi considerare l’aria espirata in relativo equilibrio con il vapore acqueo presente alla temperatura corporea; nell’aria esterna a temperatura minore il vapore acqueo contenuto nell’espirato rapidamente evolve verso parametri che caratterizzano situazioni prossime o pari a quelle di condensazione. Ipotizziamo ora che il comportamento del vapore acqueo caratterizzi anche il comportamento degli agglomerati o nuclei (formati da materiale organico infetto e microparticelle di vapore acqueo) nel citato secondo sistema di diffusione del virus nell’aria; ciò è plausibile tenuto conto dei valori di entalpia del vapore acqueo che caratterizzano questi processi.

    Prendiamo in considerazione una ipotetica persona infetta da SARS-COV-2 che si trova in ambiente esterno caratterizzato da umidità relativa del 40% e temperatura di 5°C. Ipotizziamo che l’aria espirata, carica di virus nei citati nuclei di condensazione, all’uscita dalla bocca presenti 35°C di temperatura e umidità relativa dell’80%. Da un qualsiasi diagramma psicrometrico si deduce che a tali valori corrisponde un contenuto di vapore acqueo di circa 29 grammi per chilogrammo di aria secca; seguendo la isoentalpica del diagramma, a valle della fase di espirazione cioè appena fuori della bocca, i “nuclei” espirati vanno rapidamente alla temperatura di 31,5°C e c’è un primo “aumento” del tenore di vapore acqueo al valore di 30,5 grammi per chilogrammo di aria secca. L’aria espirata successivamente si raffredda e seguendo la curva del punto di rugiada arriva a 5°C ad un contenuto di 5,5 grammi per chilogrammo di aria secca per poi passare a 2 grammi per chilogrammo di aria secca alle condizioni ambientali considerate (temperatura 5°C e umidità relativa 40%).

    Ogni atto respiratorio è caratterizzato mediamente da mezzo litro d’aria che entra nella trachea e nei polmoni; solo 350 ml (ovvero il 70%) arrivano agli alveoli polmonari. Poiché una persona compie normalmente 12 atti respiratori al minuto in un minuto si può stimare complessivamente 6 litri di aria respirata ed espirata (di cui 4,2 litri strettamente necessari alla funzionalità polmonare).

    Il peso ricorrente di un litro di aria secca è di circa 1,29 grammi; se una persona mediamente compie 12 atti respiratori al minuto per circa 6 litri di aria respirata, 15.000 sono in media i litri di aria respirata/espirata giornalmente. Se l’espirato è caratterizzato da una umidità relativa dell’80% e da una temperatura di 35°C  (quindi umidità specifica di 29 grammi per chilogrammo di aria secca) mentre l’aria esterna è caratterizzata da una umidità relativa media del 40% e una temperatura media di 5°C (quindi umidità specifica di 2,1 grammi per chilogrammo di aria secca) è possibile stimare:

    1. il quantitativo di vapore acqueo emesso, per litro di aria espirata, pari a (29/1000)*1,29 = 0,03741 grammi di vapore acqueo per litro;
    2. il tenore del contenuto di vapore acqueo nell’aria ambiente pari a (2,1/1000)*1,29 = 0,002709 grammi di vapore acqueo per litro.

    Se ora ipotizziamo che l’espansione del vapore acqueo immediatamente a valle dei punti di emissione (bocca/naso) non sia compromessa da vento, da rimescolamenti locali indotti, da fenomeni convettivi e sia ininfluente la velocità di uscita dell’aria dalla bocca/naso, deriva che il vapore acqueo espirato, ad esempio in 5 ore (quindi 15000*5/24=3.125 litri di aria espirata) viene ad interessare un volume di aria nell’ambiente pari a (0,03741/0,002709)*3.125 ovvero 43.154,8 litri e quindi 43,15 metri cubi. Nell’ipotesi che il contenuto di vapore acqueo disperso nell’ambiente rimanga correlabile linearmente al tasso di presenza della carica virale deriva che 13,8 volte il volume dell’aria espirata continuerebbe a contenere, nelle condizioni medie esterne di umidità e temperatura considerati, una carica batterica, seppur ridotta in termini di densità. Determinate condizioni ambientali possono quindi amplificare anche ben oltre un ordine di grandezza l’originario volume di aria carica di virus emesso da una persona infetta.

    Se ci focalizziamo su un espirato caratterizzato mediamente da una temperatura di 35°C e una umidita relativa di 80 punti centesimali è possibile elaborare le informazioni deducibili dal diagramma psicrometrico per varie combinazioni di temperatura ambiente (0, 5, 10,15,20, 25,30, 35°C) e per varie combinazioni di umidità relativa ambiente (10, 20, 30, 40, 50, 60, 70, 80, 90 e 100%). E’ possibile ottenere in tal modo i coefficienti moltiplicatori del volume di aria espirata con cui quantificare il volume circostante la persona infetta teoricamente interessato da carica virale (vedi Figura 1).

    Figura 1

    Consideriamo ora una ipotetica situazione ambientale in grado di generale una amplificazione del volume espirato interessato da carica virale pari al fattore 60 (ovvero temperatura 0°C e umidità relativa del 10%). Vediamo di valutare l’impatto dell’espirato infetto da virus di una persona ferma in un punto per varie durate nell’ipotesi che l’espansione del vapore acqueo (e quindi della carica virale) attorno alla persona:

    1) non sia compromessa da presenza di vento;

    2) non sia interessata da rimescolamenti locali indotti;

    3) non sia interessata da fenomeni convettivi;

    4) sia trascurabile l’effetto indotto dalla velocità di uscita dell’espirato dalla bocca/naso e

    5) si deroghi per semplicità degli effetti amplificativi della carica virale correlati alla reimmissione nei polmoni di aria infetta al procedere dell’attività respiratoria.

    Si tratta evidentemente di ipotesi cautelative che rendono ulteriormente cautelativi i valori deducibili dal grafico di Figura 1 qualora si ricerchino situazioni di massima resa dell’infezione.

    Nel caso A (vedi Figura 2) con respirazione continua per 1 minuto e quindi emissione di circa 6 litri di aria umida sviluppata  nei polmoni il volume dell’espirato (qui schematizzato con volume a forma di sfera) la carica virale che interessa 22,5 cm dalla bocca in condizioni di temperatura e umidità analoga a quella dell’espirato viene ad interessare 88,2 cm se correlata ad una condizione di umidità e temperatura esterna in grado di amplificare di 60 volte il volume interessabile da carica virale (coefficiente amplificatore CM pari a 60).

    Con una attività respiratoria di 3 minuti da 32,5 cm passiamo a 127,3 cm (caso B) mentre con attività respiratoria continuata di 10 minuti (caso C) si passa da 48 cm a 190,2 cm.

    Mediamente la lunghezza caratteristica che in qualche modo qualifica il volume interessato dalla presenza di carica virale aumenta di circa il 400% per ognuno dei tre casi.

    Figura 2

    E’ intuitivo come esistano varie condizioni ambientali caratterizzate da coefficienti di amplificazione CM non trascurabili.

    Ad esempio nei voli aerei l’umidità relativa in fusoliera è normalmente bassa; non di rado si ravvisano situazioni ambientali caratterizzate da umidità relativa del 15% e temperatura pari a 25°C. In questo caso il modellino esposto indica un coefficiente amplificativo CM del volume espirato interessato da carica virale pari ad un fattore 11.

    Nella Pianura Padana nei mesi di gennaio o febbraio è possibile il verificarsi di condizioni ambientali caratterizzate da 2-3°C di temperatura e umidità relativa del 20-30%; in queste situazioni il coefficiente di amplificazione CM assume valori compresi fra 20 e 30. La Figura 3 illustra l’andamento dell’umidità relativa alla stazione meteo dell’aeroporto di Bergamo – Orio al Serio nel mese di febbraio 2020. La Figura 4 illustra l’andamento della temperatura massima e minima per la medesima stazione per il medesimo mese (https://www.woitalia.it/weather/maps/city)

    Figura 3
    Figura 4

    Nei supermercati l’umidità relativa viene spesso mantenuta sul valore 40% con temperatura ricorrente pari a 25°C; in questo caso il valore CM assume il valore 5.

    In una cella frigorifera sono spesso presenti temperature di circa 0°C e umidità relativa di circa il 90%; in queste situazioni si possono stimare valori CM pari a 8-10 unità.

    In montagna, a quote medio-alte, spesso si ravvisano temperature dell’aria di circa 0°C con umidità relativa del 20%; in questo caso CM assume valore 35.

    In appartamenti molto riscaldati talvolta umidità relativa è solo del 10 o 20% (si può provare un senso di freddo anche con temperatura ambiente di 25 °C). In questi casi CM assume valori compresi fra 7 e 15.

    La seguente tabella, valevole per una temperatura dell’espirato di 35°C e una umidità relativa sempre dell’aria espirata pari all’80%, riassume i principali valori di CM per valori caratteristici di temperatura T(°C) e umidita relativa ambientale Ur(%).

    Figura 5 – Valori CM al variare della temperatura e umidità relativa

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    INTEGRAZIONE 23/10/2020

    In riferimento alle isole di calore create dai centri urbani, pur con molta approssimazione, si può ritenere l’area urbana in genere più calda e secca rispetto ad un’area rurale contermine. Le differenze di temperatura più marcate si verificano di notte [ad es. caso di Modena, tipicamente tra 2°C e 5°C, ma si arriva anche a 8°C, soprattutto nei mesi estivi. Vedi Microclima urbano: impatto dell’urbanizzazione sulle condizioni climatiche locali e fattori di mitigazione, a cura di Giovanni Bonafè, Area Meteorologia Ambientale, Servizio IdroMeteorologico ARPA Emilia-Romagna, 12/2006]. Sempre con riferimento a Modena le differenze di umidità relativa risultano più marcate nelle ore notturne (tipicamente tra -10% e -40%) e spesso anche d’inverno, nelle ore diurne, non sono affatto trascurabili (tra 0% e -20%).

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    Paron, 10/4/2020

  • POZZETTOSFERA

    IL PROBLEMA

    Nel mondo esistono circa 3500 specie di zanzare (una sessantina in Italia). Le zanzare hanno un corpo lungo da 3 a 10 mm. Il ciclo di riproduzione può svilupparsi con una sola generazione l’anno ovvero con più generazioni (in questo ultimo caso possiamo avere anche 15 generazioni l’anno). L’intera fase di sviluppo si svolge generalmente nell’acqua, in un intervallo di tempo di durata subordinata alle condizioni climatiche locali. La durata del ciclo di sviluppo varia da 4 giorni a 1 mese. In genere i maschi hanno una vita di 10-15 giorni, mentre le femmine vivono da circa 1 mese nelle generazioni estive e 4-5 mesi nel caso di femmine svernanti.

    Le ovature a seconda delle specie possono essere isolate e/o sparse ovvero aggregate in piccole galleggianti di decine o centinaia di uova; il numero di uova deposte varia da specie a specie (da 100-150 a 500 uova). Il completamento della maturazione delle uova ha luogo solo dopo che la zanzara femmina ha assunto un pasto di sangue (ricordiamo che durante il pasto la zanzara “marca” l’ospite che ha subito la puntura lasciando sostanze attrattive che attirano altre femmine di zanzara).

    L’attività degli adulti di zanzara mostra in genere uno o due picchi giornalieri di massima intensità alternati a fasi di riposo; abbiamo picchi nelle ore notturne, dal crepuscolo all’alba, ma in alcune specie l’attività interessa anche le ore diurne. Alcune specie di zanzare hanno un raggio di azione molto stretto (da decine a centinaia di metri), altre specie sono invece in grado di spostarsi anche su grandi distanze. La velocità in volo può variare da 1 a 5 km/h. La zanzara effettua un pasto di sangue in corrispondenza ad ogni ovatura (anche 5 mg per una sola puntura).

    L’habitat delle zanzare è rappresentato sia da piccole quantità di acqua stagnante sia da grandi aree umide; risultano colonizzabili sia le acque dolci sia quelle salmastre. Nelle aree urbane diverse specie di zanzara si sono adattate sfruttando le opportunità offerte laddove vi è la possibilità che si formi un ristagno idrico di una certa durata.

    La puntura delle zanzare non è di per sé particolarmente dannosa; in Europa l’importanza delle zanzare è soprattutto legata alla trasmissione di malattie a carico degli animali domestici ed alla molestia arrecata alle persone. Il rischio medico-sanitario associato alle zanzare e la molestia che questi insetti producono, sono alla base degli interventi finalizzati, se non a sradicarle, quanto meno a limitarne la proliferazione o gli attacchi.

    Una lotta contro la proliferazione delle zanzare è efficace quando si ottiene la rimozione delle cause che possono creare condizioni per la formazione di temporanei microambienti acquatici atti ad agevolare l’ovulazione dei fastidiosi insetti. Illustriamo ora PozzettoSfera ovvero un dispositivo che può impedire alle zanzare adulte l’uso del fondo dei pozzetti di fognatura per deporre le proprie uova.

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    IL DISPOSITIVO

    PozzettoSfera è un manufatto che permette la gestione selettiva del passaggio dell’acqua piovana nelle caditoie stradali.

    Si definiscono caditoie stradali i dispositivi che captano le acque defluenti nelle cunette poste nelle carreggiate urbane. Le caditoie sono costituite da una luce d’intercettamento, da un pozzetto sottostante e da una condotta trasversale alla strada che le collega al più vicino canale di fognatura.

    L’uso di PozzettoSfera permette di ottenere, sia per i pozzetti-caditoia esistenti che per quelli di nuova costruzione, i seguenti obiettivi:

    • agevolare il confinamento, a secco, degli odori di fogna;
    • impedire l’ingresso/uscita di piccoli animali al/dal fondo del pozzetto-caditoia;
    • impedire il deposito di uova di insetti sul fondo del pozzetto-caditoia;
    • ridurre drasticamente l’ingresso della luce solare al fondo del pozzetto.

    Con il confinamento a secco si evita la sistematica presenza del cuscino d’acqua tipico dei comuni sistemi a sifone utilizzati nei pozzetti per annullare o ridurre le trasmissioni di odori sgradevoli verso l’ambiente esterno, particolarmente nelle fognature destinate a gestire contemporaneamente il flusso di acqua nera e il flusso di acqua di pioggia.

    Con PozzettoSfera piccoli animali quali lucertole, ratti e topi, insetti, non possono uscire/entrare dal/nel fondo del pozzetto-caditoia. In particolare l’impossibilità di ingresso/uscita di insetti implica che non possono verificarsi depositi di uova sulle acque stagnanti presenti sul fondo dei pozzetti; si ha quindi il particolare vantaggio di annullare l’annidamento e riproduzione delle zanzare.

    PozzettoSfera impedisce alla luce solare di arrivare copiosamente al fondo del pozzetto riducendo drasticamente l’attività batterica aerobica e la crescita di micro-organismi.

    PozzettoSfera è composto:

    1) da una sfera cava dotata di peso specifico notevolmente inferiore a quello dell’acqua (vedi Figura 1);

    Figura 1

    2) da una lastra (vedi Figura 1) dotata di foro circolare avente diametro minore del diametro della sfera e opportune aste metalliche (vedi Figura 1) destinate a limitare gli spostamenti orizzontali della sfera stessa.

    Quando la caditoia non riceve acqua la sfera chiude il foro (vedi Figura 2)

    Figura 2

    e ciò impedisce il passaggio di odori, luce solare e animali.

    Quando la caditoia riceve  acqua di pioggia in quantità elevata la sfera si alza per spinta archimedea (vedi Figura 3)

    Figura 3

    permettendo il deflusso verso il fondo del pozzetto. Quando arriva poca acqua di pioggia sopra la lastra si forma in cuscino d’acqua di limitata altezza che defluisce lentamente al fondo del pozzetto attraverso piccole fessure posizionate sul perimetro del foro della stessa lastra.

    PozzettoSfera deve essere installato in pozzetti-caditoia per acqua di pioggia ove le acque in transito siano prevedibilmente prive di sostanze colloidali in quantità elevata e con ridotto rischio di trasportare in sospensione oggetti voluminosi. Per tale motivo la caditoia ove installare PozzettoSfera deve essere destinata a drenare superfici pavimentate rifinite in asfalto, pietra, porfido, calcestruzzo o comunque rifinite con rivestimento di tipo impermeabile; dette superfici devono essere prive di terreni o particelle fini colloidali in quantità elevata e a rischio dilavamento (come depositi di terra fine, accumuli di sabbia, accumuli di materiale organico, ecc…). Preferibilmente il pozzetto dove inserire PozzettoSfera dovrebbe essere dotato di caditoia a nido d’ape (le caditoie a feritoia agevolano maggiormente l’ingresso di materiali intasanti).

    E’ sconsigliabile installare PozzettoSfera in pozzetti-caditoia per i quali sono prevedibili rarissime immissioni di acqua di pioggia. L’immissione dell’acqua di pioggia permette infatti l’azione pulente dei bordi del foro centrale della piastra e l’azione pulente della superficie della sfera; con l’immissione di acqua di pioggia vengono inoltre ridotti i rischi di formazione di depositi stabili di materiale intasante sulla superficie della piastra. La perdurante mancanza di acqua di pioggia in transito agevola la sedimentazione permanente di materiale sulla superficie della piastra ed aumenta il rischio di blocco del movimento della sfera.

    Se il carico d’acqua sopra la caditoia assume proporzioni catastrofiche (ad esempio fenomeni alluvionali che comportano un tirante idrico sull’estradosso della caditoia maggiore di circa 5-10 cm) esiste il rischio di blocco del movimento della sfera e quindi di blocco del deflusso verso il fondo del pozzetto. Per tale motivo é sconsigliabile installare PozzettoSfera in pozzetti-caditoia vistosamente sottodimensionati in relazione all’area afferente da drenare.

    Nei casi dubbi, per tener conto delle sopracitate controindicazioni, si consiglia l’attivazione di un sito di prova su cui sperimentare il comportamento di un paio di PozzettoSfera per un periodo non inferiore ad almeno 12/24 mesi.

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    MODALITA’ DI INSTALLAZIONE

    Passaggio 1)

    Valutare innanzitutto l’idoneità del pozzetto ad ospitare PozzettoSfera (vedi i limiti di utilizzo accennati in precedenza. Rimuovere la caditoia (Figura 4).

    Figura 4

    Passaggio 2)

    Controllare la sezione interna del pozzetto. A seconda della sezione andrà scelto il modello appropriato di PozzettoSfera.

    Passaggio 3)

    Controllare l’idoneità della luce di accesso. La sezione netta lasciata dal supporto in ghisa della caditoia deve permettere il passaggio di PozzettoSfera (vedi Figura 5).

    Figura 5

    Passaggio 4)

    Controllare l’assenza di disallineamenti significativi fra le pareti interne del pozzetto ed i corrispondenti  spigoli interni del supporto in ghisa della caditoia (deve essere garantita la possibilità di poter movimentare e posizionare correttamente PozzettoSfera). Controllare inoltre che il sistema di scarico del pozzetto non sia troppo alto: il punto più alto del tubo di scarico sul fondo del pozzetto deve trovarsi ad una distanza dell’intradosso della caditoia superiore da quella del punto di fissaggio dei supporti di almeno 2 cm (vedi Figura 6).

    Figura 6

    Passaggio 5)

    Pulire fondo e pareti del pozzetto da residui e sfridi di malta. Segnare i punti di posizionamento dei tasselli. Utilizzando un trapano a basso voltaggio ed a percussione creare 1 foro con punta da 9 mm sulla mezzeria di ogni lato interno del pozzetto esattamente alla distanza dalla parte centrale dell’intradosso della caditoia fissata dal modello da installare di PozzettoSfera (vedi Figura 7).

    Figura 7

    Passaggio 6)

    Fissare i 4 supporti (tasselli a occhiello posizionati orizzontalmente). Se i fori sono stati eseguiti inclinati piegare ogni singolo occhiello per renderlo orizzontale (vedi Figura 8).

    Figura 8

    Passaggio 7)

    Inserire delicatamente la piastra forata entro il pozzetto. La presenza della guarnizione EPDM ai bordi dovrebbe facilitare l’operazione in quanto la sezione rigida della piastra presenta dimensioni inferiori alla larghezza interna del pozzetto. Al contempo la presenza di “funghetti” nella parte terminale delle astine riduce il rischio di subire abrasioni e tagli alle mani e agli arti (vedi Figura 2).

    Passaggio 8)

    Controllare che PozzettoSfera risulti perfettamente orizzontale ed “appoggiato” su tutti i tasselli a occhiello (vedi Figura 9).

    Figura 9

    Passaggio 9)

    Assicurarsi che i bordi della piastra in gomma EPDM risultino rivolti verso la parte alta del pozzetto. In tal modo si evitano ristagni d’acqua ai bordi della piastra (vedi Figura 10).

    Figura 10

    Passaggio 10)

    Inserire nel pozzetto la sfera e posizionare la stessa sfera sopra il foro centrale della piastra (vedi Figura 2).

    Passaggio 11)

    Accertarsi della corretta installazione e del corretto funzionamento di PozzettoSfera svuotando un secchio d’acqua dentro il pozzetto-caditoia. La palla deve ritornare nella posizione originale di chiusura del foro (vedi Figura 11).

    Figura 11

    Passaggio 12)

    Riposizionare la caditoia a chiusura del pozzetto (Figura 12) e programmare gli interventi di manutenzione. Inizialmente la frequenza degli interventi di manutenzione deve essere impostata su valori elevati; con l’andar del tempo, a seconda del comportamento del sistema con riferimento al rischio intasamento, la frequenza di manutenzione potrà essere via via minore.

    Figura 12

    Paron, 25/3/2020

  • IL POZZETTO DI LAMINAZIONE

    Prendendo a riferimento le figure seguenti vengono presentati alcuni schemi per la realizzazione di un pozzettone di controllo in uscita delle acque la laminare (pozzetto di laminazione). Si espongono inoltre alcune considerazioni circa il dimensionamento del pozzettone di laminazione.

    Figura 1 – Prospettive di un pozzetto di laminazione

    Nei due spaccati di Figura 1 è evidente il collettore di arrivo F (ad esempio dall’anello di fognatura bianca a diametro maggiorato, destinato a recuperare volume d’invaso, collocato attorno all’edificio) che sbocca in B entro lo scatolare L. Il pozzettone viene diviso da un muretto E con profilo sfiorante D. L’acqua in arrivo dall’anello di invaso perviene al vano M dove subisce una parziale riduzione del materiale trasportato per la presenza di un’altezza di deposito I. Nel vano M il pelo libero si alza fino a riempire il volume di invaso. Con A indichiamo i manufatti necessari a proteggere le luci di deflusso parzializzato (ad es. griglie). Il profilo sfiorante D risulta grossomodo in linea col filo superiore della tubazione F. Con semplice luce di deflusso a forma circolare la portata in uscita varia fra il valore 0 (tirante uguale allo scorrimento del tubo) e il valore massimo al momento dello sfioro in D.

    Esistono in commercio manufatti da collocare in A in grado di garantire il valore costante della portata di laminazione fra i due estremi di tirante indicati (ad es. la valvola di Mosbaek); con detti manufatti è possibile mantenere sensibilmente costante lo scarico dell’acqua al vano di valle H in modo invariante rispetto il livello del pelo libero in M e in tal modo ottenendo il miglior rendimento del processo di laminazione.

    E’ buona norma munire gli sbocchi delle luci di deflusso sono protetti da “porte” G anti-riflusso. Al tempo di ritorno fissato per il dimensionamento del sistema, l’acqua sfrutta tutto l’invaso di monte e si alza fino a raggiungere il bordo di sfioro D; al tempo di ritorno fissato per la verifica si dimensiona lo stramazzo in modo da far transitare con sicurezza l’acqua in eccesso (differenza tra acqua in arrivo da monte e acqua che transita nelle valvole A).

    Figura 2 – Pianta e sezione del pozzettone di laminazione

    I parametri da dimensionare sono:

    B = Larghezza interna pozzetto = lunghezza sfioratore (cm). Il valore deve essere scelto in base alle misure commerciali possibili (prevedendo un manufatto in calcestruzzo armato prefabbricato) e in base alla larghezza di stramazzo necessaria a far passare la portata di verifica del sistema con tempo di ritorno elevato (ad esempio di 100 anni). Nella stragrande maggioranza dei casi e per aree del lotto idraulico minori di 5.0000-10.000 m2 tale valore varia fra 120 e 150 cm.

    Figura 3 – Sezione longitudinale del pozzetto di laminazione.

    L = Lunghezza interna del pozzetto (cm). In genere pari a B (misure commerciali di pozzetti prefabbricati).

    Du = Diametro del tubo in uscita (cm). In genere conviene sia pari al diametro di ingresso; ma non c’è motivo per non prevedere anche un valore minore.

    Di = Diametro del tubo in ingresso (cm). Valore fisso normalmente pari a 80 cm o 100 cm in caso di lotto idraulico inferiore all’ettaro di superficie. Oppure corrisponde al tirante massimo raggiungibile nel caso di volume d’invaso ottenuto utilizzando sezioni trapezoidali a cielo aperto.

    HTU = Quota filo inferiore (scorrimento) del tubo in uscita (m s.r.). Dipende dalle condizioni geometriche di posa della rete a monte e dai vincoli imposti al sistema di laminazione.

    LU = Lunghezza del vano di carico (cm). In genere pari alla metà di L.

    Li = Lunghezza del vano di arrivo (cm). In genere sono da prevedere almeno 60 cm (necessari alle operazioni di manutenzione).

    HTi = Quota filo inferiore (scorrimento) del tubo di ingresso (m s.r.). Detto valore deve coincidere sempre con la quota dell’asse del foro di scarico.

    HV = Altezza deposito materiale sedimentabile (HTi–HTU) in (m). Valore maggiore o uguale a 15-20 cm.

    ФA = Diametro foro sul muretto verso monte (cm). Valore che deriva dal dimensionamento idraulico. Motivazioni di ordine pratico consigliano di non scendere mai sotto il valore di 3-4 cm (cfr. problema intasamento).

    ФB = Diametro foro sul muretto ФB>ФA (cm). Valore tipo 20 cm.

    HS = Distanza sfioro – intradosso copertura (cm). Almeno 40 cm.

    LS = Distanza minima fra foro-parete e foro-foro (cm). Almeno 20 cm.

    DH = Differenza fra quota filo superiore tubo e quota di sfioro (cm). Tra 0 e 5 cm.

    LM = Larghezza muro stramazzo (cm). Dipende da considerazioni di natura statica (cfr. spinta dell’acqua).

    QU = Portata massima dal foro al limite di sfioro (l/s). Il valore dipende dalle elaborazioni idrauliche.

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    CONSIDERAZIONI SUL PUNTO DI SCARICO

    Il punto di scarico può assumere varie conformazioni, in genere riconducibili alle due situazioni evidenziate nella figura successiva:

    caso A = scarico in pozzetto di fognatura (Figura 4) e

    caso B = scarico in canale a cielo aperto (Figura 5).

    Figura 4
    Figura 5

    Nella progettazione dello scarico il parametro più importante è Hcrit cioè la quota  massima che raggiunge il pelo libero, nel ricevente, durante i grandi eventi di pioggia.

    Se Hcrit risulta maggiore di HTi occorre dotare i  fori nel pozzettone di laminazione di valvole di non ritorno. Un valore massimo consigliabile per Hcrit è il valore di quota ottenuto sommando ad HTi il diametro del tubo di laminazione; se il valore supera detto valore non può essere garantita la laminazione in quanto ovviamente l’acqua rigurgita all’interno direttamente dallo stramazzo di controllo.

    Con valori di Hcrit compresi fra HTi e HTi+Di converrà, per sicurezza, aumentare convenientemente la lunghezza del tubo di laminazione utilizzando un coefficiente correttivo C1, espresso come aliquota decimale da sommare all’unità con cui correggere il valore L calcolato. Si può porre C1=0 quando Hcrit é sempre minore o uguale a HTi e C1=0,8 quando Hcrit può assumere un valore pari a HTi+Di (eventualmente con interpolazione lineare per situazioni intermedie).

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    PARTICOLARI DELLA STROZZATURA IDRAULICA

    La strozzatura idraulica sul muretto del pozzetto di laminazione può essere eseguita, senza spesa eccessiva, nel modo visualizzato nella Figura 6 successiva. Il sistema evidenziato è studiato in modo da ridurre i rischio intasamento nel foro di passaggio.

    Figura 6

    E’ consigliabile utilizzare carpenteria in acciaio inox in modo da ridurre gli interventi di manutenzione. 

    La strozzatura ΦA è ovviamente sensibile a fenomeni di intasamento collegati alla presenza di materiale intasante entro il volume di laminazione (sacchetti di plastica, materiale in sospensione, ecc…).

  • MITIGAZIONE IDRAULICA COL METODO CINEMATICO

    TEORIA DEL MODELLO DELLA CORRIVAZIONE

    Il ritardo con cui una goccia si presenta alla sezione di chiusura di un bacino dipende dal punto in cui essa è caduta; detto ritardo prende il nome di tempo di corrivazione del punto. Il tempo di ritardo massimo prende  il  nome  di  tempo  di  corrivazione  del  bacino e viene qui indicato con tC.  I  luoghi  dei  punti  caratterizzati  da  uno stesso valore del tempo di corrivazione vengono detti linee isocorrive; la curva che per assegnato valore del tempo di corrivazione fornisce l’area della porzione di bacino i cui punti hanno tempi di corrivazione t≤tC prende il nome di curva aree-tempi del bacino.

    Supponendo  di  aver  tracciato  le  linee  isocorrive  con  passo  temporale  Dt  all’interno  del  quale l’intensità  di  precipitazione  possa  considerarsi  costante, linearizzata  la  curva  aree-tempi in ciascun intervallo, si ha che l’idrogramma di portata qK(t) che attraversa la k−1ma isocorriva in seguito alla precipitazione di intensità iJ, caduta nell’intervallo tJ−1=(j−1)Dt e tJ=jDt sulla porzione di bacino di area DAK compresa tra le isocorrive (k−1)Dt e kDt è descritto dalle equazioni:

    1. se tJ-1≤t≤tJ vale qK(t)= (iJDAK/Dt)(t-tJ-1);
    2. se tJ≤t≤tJ+1 vale qK(t)= (iJDAK/Dt)(tJ-t);
    3. se t≥tJ+1 vale qK(t)=0.

    La forma della curva di piena è triangolare dove qK(t) assume il valore 0 per t=(J-1)Dt, qK(t)=iJDAK per t=JDt e di nuovo qK(t)=0 per t=(J+1)Dt; il tempo alla base dell’idrogramma di piena é pari a 2Dt. L’idrogramma di portata che attraversa la sezione di chiusura in seguito alla precipitazione caduta nell’intervallo (j−1)Dt e jDt sull’area DAK si ottiene traslando nel tempo l’idrogramma di piena illustrato di un intervallo pari a (K-1)Dt; quindi il valore al colmo DAKiJ  giungerà alla sezione di chiusura al tempo (j+K-1)Dt. L’idrogramma  di piena complessivo  si  ottiene  sommando  i  contributi  delle  varie  aree  che  giungono  al medesimo  istante  alla  sezione  di  chiusura. Le ipotesi di linearità e stazionarietà consentono  di  semplificare  la modellazione dei fenomeni di piena; in particolare:

    • un sistema si dice stazionario quando a due ingressi uguali sfasati nel tempo di un  certo intervallo di tempo corrispondono  due  uscite  uguali  sfasate  dello  stesso intervallo temporale;
    • un sistema si dice lineare quando ad un ingresso combinazione lineare di  due  ingressi corrisponde  un’uscita  combinazione  lineare secondo medesimi coefficienti moltiplicativi delle uscite relative agli stessi ingressi.

    Con linearità e con stazionarietàla relazione tra ingresso p(t) e uscita q(t) assume la forma di un’equazione lineare differenziale a coefficienti costanti che ha come soluzione l’integrale di convoluzione

    q(t)=∫0tp(τ)h(t-τ)dτ

    essendo h(t) l’idrogramma unitario istantaneo [h(t) dimensionalmente è l’inverso del tempo].

    Il  modello  cinematico  del tempo di corrivazione si  configura quindi come  un  particolare  modello  lineare  e  stazionario schematizzabile  come  un insieme  di  infiniti  canali  lineari  in  parallelo; a  ciascun  elemento  di  area  SI del  bacino  si  può associare un canale lineare il cui ritardo caratteristico coincide con il tempo di corrivazione del punto. Con tale modello la portata massima si verifica in corrispondenza ad una durata della precipitazione maggiore o uguale al tempo di corrivazione e viene mantenuta per un tempo tP-tC essendo tP la durata della precipitazione. Per un ipotetico bacino in cui la curva area-tempi risulta lineare, ovvero S(t)=STt/tC (essendo ST l’area totale del bacino) e nel caso di una pioggia netta di intensità costante i e durata tP abbiamo il seguente idrogramma di piena:

    • nel caso tP≤tC, a1) con t≤tP vale q(t)= iSTt/tC; a2) con tP≤t≤tC vale q(t)= iSTtP/tC; a3) con tC≤t≤tC+tP vale q(t)= iST(1-((t-tP)/tC)); infine a4) con t≥tC+tP vale q(t)=0;
    • nel caso tP≥tC, b1) con t≤tC vale q(t)= iSTt/tC; b2) con tC≤t≤tP vale q(t)= iST; b3) con tP≤t≤tC+tP vale q(t)= iST(1-((t-tP)/tC)); infine b4) con t≥tC+tP vale q(t)=0.

    La rappresentazione del deflusso sopra descritta indica come il tempo di corrivazione tC eserciti, almeno per le piogge di durata inferiore, una sorta di effetto moderatore in confronto alla portata massima che si avrebbe se allo sbocco ci fosse la contribuzione simultanea dell’intero bacino; se la durata della pioggia è pari al tempo di corrivazione c’è un trascurabile effetto di ritardo nella moderazione della portata. Nel caso di funzione di pioggia a due parametri del tipo h=atn la portata media che affluisce sul bacino per unità di superficie è data da J=atn-1 e si può indicare la portata media per unità di superficie che raggiunge la sezione di chiusura il valore Jm=atn/(t+tC). Il valore massimo di Jm al variare della durata della precipitazione è dato dalla equazione differenziale dJ(t)/dt=d(atn/(t+tC))/dt=0 che fornisce n soluzioni per valori nulli della durata critica tCRIT e una, ed una sola, soluzione fisicamente accettabile per  tCRIT=tC/((1/n)-1); nel momento in cui si verifica la massima portata lorda per unità di superficie alla sezione di chiusura la relazione tCRIT=tC/((1/n)-1) correla la durata critica  tCRIT della precipitazione ed il tempo di corrivazione tC.

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    STABILIZZAZIONE IDRAULICA BASE

    Il principio di stabilizzazione idraulica base (meglio conosciuto con il termine invarianza idraulica) prevede che la curva di piena generata da un bacino, dopo modifica urbanistica o edilizia all’uso del suolo, sviluppi una portata massima dello stesso ordine di grandezza di quella che si sviluppa ante modifica dello stesso uso del suolo. Nelle problematiche di mitigazione idraulica, a parità di tempo di ritorno dell’evento pluviometrico, é importante determinare la durata di precipitazione critica tCRIT e il corrispondente massimo valore del volume di detenzione (che qui indicheremo con VCRIT); la conoscenza di VCRIT permette di predisporre le opere di difesa idraulica destinate a far acquisire la stabilizzazione idraulica base dell’intervento.

    Figura 1

    Indichiamo con Ψ1 il coefficiente di afflusso orario, con S l’area del bacino, con j l’intensità efficace di pioggia, con QM la portata massima in corrispondenza ad un tempo pari al tempo di corrivazione tC del bacino con uso futuro del suolo, QL la portata di laminazione (portata massima in condizioni attuali di uso del suolo ovvero portata su cui tarare il processo di mitigazione); indichiamo inoltre al solito con a ed n i coefficienti della curva di possibilità pluviometrica monomia a due parametri. Dai fondamenti del metodo della corrivazione deriva che al variare della durata tP della precipitazione varia il volume da invasare per fare in modo che la portata in uscita non sia mai superiore alla portata di laminazione QL (il volume é rappresentato in Figura 1 dalla superficie ABCD nella ipotesi che la portata di laminazione abbia andamento lineare dall’inizio del fenomeno con valore 0 sino al punto t* con valore QL). Si dimostra che

    V=QItP-tPQL*0,5-tCQL*0,5

    essendo

    QI=JS=Ψ1SatP((4n/3)-1) .

    Derivando rispetto a tP la relazione precedente e ponendo uguale a zero la stessa derivata si ricava il valore di tP critico che massimizza l’invaso. Indicando con tCRIT il valore critico di tP vale la relazione (G. Zen, 2008):

    e il volume critico si può stimare con la relazione (G. Zen, 2008):

    Nelle problematiche di mitigazione idraulica per detenzione andrà applicato il concetto di stabilizzazione idraulica base determinando innanzitutto la portata massima QM1 nella situazione attuale di uso del suolo, essendo tC=tC1 (tempo di corrivazione nella situazione ante intervento), ponendo inoltre Ψ1=Ψ1ORA ovvero il coefficiente di afflusso medio orario relativo alla situazione attuale; successivamente verrà posto QL=QM1.

    Definite le modalità di acquisizione dell’invaso (tubi interrati, canale, fossato, vasca o altro) si tratterà di definire come garantire il controllo della portata allo scarico, da tarare in corrispondenza al tirante massimo sulla portata di laminazione  QL, e di dimensionare infine i volumi di detenzione con la precedente relazione [B].

    Con l’utilizzo di una curva di pioggia a tre parametri del tipo h=at/(b+t)c le relazioni precedenti diventano:

    A) invaso

    V = QItP-tPQL*0,5-tCQL*0,5

    essendo

    QI=(aSΨ1tP(1/3)(b+1)(c/3))/(b+tP)(4c/3) ;

    B) tempo critico

    [((4/3)tCRI(1/3))/((b+tCRI)(4c/3))][1-(ctCRI/(b+tCRI)c)]=QL/(2aΨ1S(b+1)(c/3)) ;

    C) invaso critico

    VCRIT=[(aSΨ1(b+1)(c/3)tCRI(4/3))/((b+tCRI)(4c/3))]-tCRIQL/2-TCQL/2 ;

    D) portata massima in condizioni critiche

    QCRI=(aSΨ1tCRI(1/3)(b+1)(c/3))/(b+tCRI)(4c/3) .

    Indicando con vCRIT il volume specifico (su unità di superficie del bacino) in condizioni di pioggia critica, con uCRIT il coefficiente udometrico con pioggia critica, con uL il coefficiente udometrico di laminazione, vale la relazione

    vCRIT = uCRItCRI-tCRIuL*0,5-tCuL*0,5 .

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    STABILIZZAZIONE IDRAULICA DEDUTTIVA

    Consideriamo un bacino idrografico schematizzato nella Figura 2 seguente (area verde).

    Figura 2

    Entro il bacino principale consideriamo un sottobacino D (area arancione) nel quale è previsto un intervento di modificazione idrologica dell’uso del suolo (ad esempio la realizzazione di un piano di lottizzazione o di una strada). Ipotizziamo infine che entro il bacino principale (area verde) esista un’area C (a valle di D) interessata da esondazioni (area celeste).

    Al fine di garantire condizioni di sostenibilità, entro l’area D, degli interventi di trasformazione del territorio da realizzare entro la stessa area D, si è visto come sia necessario prevedere opere di stabilizzazione idraulica base; in tal modo le curve di piena sviluppate dal sottobacino D comporteranno portate al colmo dello stesso ordine di grandezza sia prima che dopo l’intervento di trasformazione del territorio.

    Vediamo ora come tener conto, partendo sempre dal concetto di stabilizzazione idraulica, dei fenomeni di esondazione che si verificano nell’area C; chiaramente l’intervento urbanistico in D non deve peggiorare la situazione in C.

    … “non deve peggiorare” è normalmente imposto dalle leggi urbanistiche (ad esempio la legge regionale 11/2004 della Regione Veneto) …

    In questo caso lo schema idrologico è completamente diverso: a parità di tempo di ritorno la portata massima transitabile in C è quella sviluppata da precipitazioni efficaci di durata pari al tempo di corrivazione tAC. Dal metodo della corrivazione è noto che la portata massima si verifica in corrispondenza ad una durata della precipitazione maggiore o uguale al tempo di corrivazione e rimane costante per un tempo pari alla differenza fra il tempo di pioggia e il tempo di corrivazione. Se ipotizziamo che per il bacino chiuso in C si abbia:

    1) curva area-tempi lineare,

    2) pioggia netta di intensità costante con durata pari al tempo di corrivazione e

    3) per l’area D valga A(tD)=AT(tDC)/(tAC)

    ne consegue il mantenimento del rapporto, fra portata massima e tempo di pioggia corrispondente, sia in D che in C. Applicare il concetto di  stabilizzazione idraulica deduttiva vuol dire fare in modo che la curva di piena generata dal bacino D dopo le modifiche all’uso del suolo crei una portata massima alla sezione C dello stesso ordine di grandezza, comunque non superiore, di quella che si verificava prima della modifica dello stesso uso del suolo; ciò equivale a riapplicare il concetto di stabilizzazione idraulica base ove però la portata di laminazione QU non consegue al massimo di portata entro il sottobacino D (portata sviluppata da una pioggia di durata pari al corrispondente tempo di corrivazione) ma viene individuata da una precipitazione di durata tAC (tempo di corrivazione del bacino chiuso in C) che interessa sempre il sottobacino D ovviamente nelle condizioni di uso del suolo non variate. Indicheremo nel prosieguo convenzionalmente tAC come tempo di corrivazione esterno, in contrapposizione al tempo di corrivazione proprio del sottobacino D.

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    STABILIZZAZIONE IDRAULICA INDUTTIVA

    Alcune caratteristiche del bacino chiuso in B (vedi Figura 2) possono portare ad un diverso approccio idraulico. Potrebbe risultare troppo oneroso, per risolvere i problemi di esondazione in C, intervenire con opere idrauliche fra D e C o anche fra C e B: ad esempio la conformazione assunta dal territorio antropizzato potrebbe presentare caratteristiche tali:

    1) da non permettere di ricavare con oneri sopportabili volumi con cui laminare le piene e ridurre il rischio idraulico in C e

    2) da non rendere fattibile la ricalibratura della rete idrografica fra D e B.

    D’altro canto in determinare situazioni può prevalere una strategia di intervento che predilige il controllo alla fonte (al contrario del controllo terminale); le opportunità più economiche e più semplici di gestione dell’acqua di pioggia potrebbero collocarsi infatti alla sorgente del deflusso, cioè dove il deflusso si forma. Ad esempio l’area chiusa in D potrebbe essere già completamente impermeabilizzata e non è detto che non sia conveniente, senza oneri economici elevati, operare con tecniche di mitigazione idraulica in D al fine di ridurre le portate alla sezione di chiusura B (il discorso è ovviamente indipendente dal fatto che in D venga previsto o meno alcun intervento di impermeabilizzazione del suolo); si parla allora di stabilizzazione idraulica induttiva.

    Similmente al paragrafo precedente ipotizziamo che per il bacino chiuso in B valgano le ipotesi di linearità e stazionarietà e sia applicabile il modello cinematico lineare e stazionario (modello della corrivazione). La portata massima si verifica quindi in corrispondenza ad una durata della precipitazione uguale al tempo di corrivazione e per durate maggiori rimane su valori massimi per un tempo pari alla differenza fra il tempo di pioggia e il tempo di corrivazione.

    Allo stesso modo ipotizzamo che per il bacino chiuso in B si abbia:

    a) una curva area-tempi lineare,

    b) la pioggia netta di intensità costante e infine

    c) per l’area D valga

    A(tD)=AT(tDC+tCB)/(tAC+tCB) .

    Con tali ipotesi consegue il mantenimento del rapporto, fra portata massima e tempo di pioggia corrispondente, sia in D che in B.

    Si può dimostrare che, come nel caso della stabilizzazione idraulica deduttiva, anche nel caso della stabilizzazione idraulica induttiva possiamo riportarci alle modalità di calcolo idraulico della stabilizzazione idraulica base, una volta definita l’aliquota di riduzione del contributo di portata massima del sottobacino D, che qui indichiamo con P; si dimostra che la portata di laminazione è pari a (1-P) moltiplicato la portata massima alla sezione B (calcolata nella situazione attuale di uso del suolo con tempo di pioggia pari a tAC+tCB) moltiplicato ancora per il rapporto fra il tempo di corrivazione del sottobacino D nella situazione attuale di uso del suolo e tAC+tCB.

    Detta portata di laminazione può altresì ottenersi da un coefficiente udometrico massimo il cui significato fisico dovrebbe però essere correlato alla relazione innanzi illustrata.

    ing. Giuliano Zen, maggio 2008.

    Ordine Ingegneri di Treviso, posizione A1070.

  • POZZI DI INFILTRAZIONE CON SEDIMENTATORE INCORPORATO

    Nei territori con strati superficiali di suolo a permeabilità elevata è possibile conferire nel sottosuolo le acque di pioggia previo trattamento delle stesse per l’eliminazione del materiale trasportato in sospensione.

    Figura 1 – Parti prefabbricate per pozzi di dispersione

    I pozzi di infiltrazione (vedi Figura 1) sono realizzati assemblando semplici manufatti prefabbricati in calcestruzzo (piastre circolari, anelli di dispersione perdenti, anelli a tenuta). Tale manufatto oltre ad avviare nel sottosuolo l’acqua di pioggia deve permettere la decantazione del materiale solido normalmente presente nei reflui di fognatura bianca originati da superfici residenziali e/o produttive/commerciali (in questo ultimo caso con attività necessariamente non inquinanti). Si espone ora una possibile soluzione ad abbinare volumi di dispersione con volumi di decantazione.

    Figura 2

    L’acqua di drenaggio viene fatta confluire ad un vano interrato V1 composto da anelli a tenuta C e da due piastre di copertura B (vedi Figura 2 e Figura 3); ambedue le piastre sono dotate di aperture per la manutenzione (a piano campagna un passo d’uomo D presidiato da un chiusino A e sul fondo della vasca V1 un chiusino in calcestruzzo I).

    Figura 3 – Particolare vano interrato V1 del pozzo tipo di dispersione

    Il numero minimo di anelli a tenuta tipo C è normalmente 2, ma potranno prevedersi altri anelli in funzione del valore della quota di scorrimento del tubo F in arrivo rispetto al piano campagna (Ht). Sulla piastra inferiore B viene ricavato un ulteriore foro su cui si inserisce uno spezzone di tubo avente diametro pari a 1,5 volte quello del tubo in arrivo (tubo H); il tubo H permette il collegamento fra vano superiore V1 e vano inferiore V2. Il vano inferiore V2 (vedi Figura 4) è formato da anelli di dispersione L appoggiati su un cordolo N in calcestruzzo armato.

    Figura 4 – Particolare vano interrato V2 del pozzo tipo di dispersione

    Il funzionamento del manufatto così assemblato è semplice: quando l’acqua di pioggia in arrivo dal tubo F entro il vano V1 supera l’altezza del tubo H (indicata con Hs) inizia a sfiorare entro il tubo H e passa alla camera inferiore V2; il tempo di permanenza dell’acqua di pioggia nella camera superiore V1 permette la separazione della parte solida presente sul refluo in arrivo (deposito sedimento indicato con G). Procederemo ora a determinare le modalità di dimensionamento del pozzo perdente. Le ipotesi su cui si basa la procedura sono:

    1) si ipotizza che eventuali livelli di falda freatica non creano disturbo ne arrivano a minare l’operatività del pozzo perdente. L’ipotesi è plausibile soprattutto in territori ove le vie d’acqua risultano fortemente “incassate” rispetto al contesto morfologico circostante;

    2) il terreno circostante il pozzo di dispersione risulta permeabile. Ai fini della presente nota ipotizziamo che il terreno circostante sia caratterizzato da un coefficiente medio di infiltrazione Ks pari a 5*10-5 m/sec = 5*10-3 cm/sec (valore caratteristico per sabbia fine). Ricordiamo che la conduttività idraulica Ks dipende fortemente dalla temperatura (una diminuzione della temperatura da 25 a 5°C comporta un decremento del 40% della stessa conduttività);

    3) la determinazione dei parametri di dimensionamento deve essere eseguita sulla base di curve di possibilità pluviometrica valevoli per il territorio di posa del disperdente relativamente a tempi di ritorno degli eventi massimi annuali di precipitazione almeno non inferiori a 50 anni.

    DIMENSIONAMENTO DEL VANO DI DISPERSIONE

    Per il dimensionamento degli anelli di dispersione nel vano inferiore V2 si esegue una comparazione fra il flusso di acqua di pioggia in arrivo, il coefficiente medio di conduttività idraulica Ks relativo al suolo nell’intorno del pozzo ed il volume immagazzinabile. Facciamo riferimento allo schema rappresentato nella Figura 5 seguente.

    Figura 5 – Schema per il modello di calcolo

    Assegnato il tempo di ritorno TR della precipitazione, e quindi le curve di possibilità pluviometrica che regolano la quantità di precipitazione da trattare, uno dei metodi di calcolo più utilizzati comporta l’utilizzo ricorsivo della relazione:

    V=J*Ai*t–Ks*Sc*t                     (1)

    essendo V il volume massimo immagazzinabile all’interno del pozzo di infiltrazione (m3); J l’intensità di precipitazione (m/s); Ai l’area “efficace” del bacino drenato (ovvero l’area “ridotta” del bacino drenato a coefficiente di deflusso fittizio pari a 1);  t la durata della precipitazione critica (sec);  Ks la conduttività idraulica (m/s); Sc l’effettiva superficie di infiltrazione (base della campana di infiltrazione) in m2.

    Qualora il volume V sia riempito con materiale in grado di garantire un porosità N avremo Ve = volume effettivo = volume dei vuoti = N*V. Tale relazione fra volume effettivo e volume totale risulta utile per tener conto della presenza di eventuali ammassi granulari sotto il volume di dispersione V2 (vedi Figura 2).

    Per stimare l’effettiva area di infiltrazione si utilizzare la relazione

    Sc=A1*SiN1

    essendo Si l’area di base dell’anello di dispersione,

    A1=2740,5*Ks0,5086

    ed

    N1=0,0168*Ks-0,2893 .

    … vedi l’articolo di Freni G., Oliveri E., Viviani G., “Infiltration facilities design: comparison between simplified approaches and detailed physically based modelling”, Novatech 2004 …

    Ai fini della presente nota consideriamo ora i dati di precipitazione  relativi alla stazione pluviometrografica di Bassano del Grappa (VI); dati opportunamente rielaborati in modo da determinare per il tempo di ritorno di 50 anni le curve di precipitazione espresse nella formula monomia

    h=atn .

    Le curve vengono ricavate per precisi intervalli temporali e di conseguenza vengono determinate varie coppie di valori a ed n eseguendo i calcoli statistico-probabilistici adottando la funzione di probabilità EV1 con adattamento al campione secondo i momenti pesati in probabilità.

    Riassumiamo di seguito i risultati delle elaborazioni (R=coefficiente di correlazione):

    per durate fra 15 e 45 min: h=66,27t0,560 con R=1

    per durate fra 30 e 60 min: h=64,22t0,498 con R=0,999

    per durate fra 45 e 180 min: h=61,72t0,232 con R=0,983

    per durate fra 60 e 360 min: h=63,80t0,199 con R=1

    per durate fra 180 e 720 min: h=59,89t0,245 con R=0,996

    per durate fra 360 e 1440 min: h=53,44t0,297 con R=1 .

    E’ stato infine predisposto infine un piccolo modello di calcolo basato sull’uso ricorsivo della formula (1); fissati i valori Ai, Ks e Sc la relazione (1) è stata applicata iterativamente fino a coprire tutti i tipi di pioggia compresi fra 10 min e 1440 min arrivando parallelamente a determinare il valore massimo raggiunto dal parametro V. I risultati delle elaborazioni sono riassunti nel grafico evidenziato nella seguente Figura 6.

    Figura 6 – Grafico per il dimensionamento dei pozzi disperdenti con la pioggia tipica di Bassano del Grappa (VI)

    L’uso del diagramma in Figura 6 è immediato. Una volta definita l’area impermeabile di monte è possibile determinare facilmente la combinazione fra diametro interno D degli anelli disperdenti e l’altezza H (parte effettivamente disperdente) del pozzo. Si rimanda il lettore all’esempio applicativo presentato alla fine della nota.

    DIMENSIONAMENTO DEL VANO DI SEDIMENTAZIONE

    Dimostreremo ora che il dimensionamento idraulico permette indirettamente il corretto dimensionamento del volume V1 (vedi Figura 3) dove avviene la sedimentazione del materiale trasportato in sospensione. Si dimostrerà in particolare che, tenendo conto della geometria dei manufatti prefabbricati presenti in commercio, una volta dimensionato il comparto di infiltrazione V2 risulta allo stesso modo dimensionato anche il comparto di sedimentazione V1.

    Il dimensionamento del comparto di sedimentazione  viene eseguito utilizzando la legge di Stokes; la legge di Stokes permette di stimare la velocità di sedimentazione Vs:

    Vs=((ROS–ROL)xgxDP2)/(18xMU)

    essendo ROS la densità media della particella, ROL la densità dell’acqua, DP il diametro della particella, g l’accelerazione di gravità e MU la viscosità cinematica dell’acqua. Ponendo come obiettivo la separazione delle particelle con diametro DP>0,2 mm si ottiene una velocità teorica di sedimentazione pari a Vs=1,1 cm/sec; nel nostro caso all’interno del comparto di sedimentazione (definito dall’anello più basso che compone il volume V1, vedi Figura 3) l’altezza massima dell’acqua al momento dello sfioro verso il comparto di infiltrazione è pari a circa 45 cm

    … in genere Ha (vedi Figura 2 o Figura 3) è pari a 50 cm (misura commerciale); Hs può essere dell’ordine dei 45 cm, Ht dell’ordine dei 55 cm e Hp dell’ordine dei 60 cm …

    e quindi il tempo di sedimentazione è stimabile in 41 sec. La superficie del comparto di sedimentazione minima, tale da garantire un carico superficiale minore della velocità di sedimentazione, vale 0,502 m2 per l’anello di dispersione da 80 cm di diametro, 0,785 m2 per l’anello con diametro 1 m, 1,767 m2 per il diametro 1,5 m; 3.142 m2 per il diametro 2 m ed infine 4,909 m2 per il diametro 250 cm. Per tali superficie la portata media massima accettabile in entrata è pari a 0,011*(3.141592*Da2/4).

    In definitiva abbiamo 5,5 l/s per il diametro 0,8 m; 8,6 l/s per il diametro 1 m; 19,4 l/s per 1,5 m di diametro; 34,5 l/s per il diametro 2 m ed infine 54 l/s per l’anello da 250 cm. Considerando una intensità di pioggia di 0,10 m/ora = 0,027 mm/sec ed un coefficiente di deflusso unitario, alle portate sopraesposte corrispondono secondo il metodo della corrivazione le superfici drenanti rispettivamente di 198 m2, 310 m2, 698 m2, 1242 m2 e 1944 m2.

    Come di può facilmente osservare detti valori sono sempre maggiori dei corrispondenti valori di area drenante gestita dagli anelli di dispersione fino alla profondità di 6 m (vedi  grafico in Figura 6) e quindi il comparto di sedimentazione nei termini proposti in Figura 3 risulta sempre adeguato allo scopo.

    CARATTERISTICHE DEI MANUFATTI CHE FORMANO IL DISPERSORE

    Tubo di immissione F. Il tubo F dovrà essere sufficientemente grande da facilitare la manutenzione periodica (almeno 150-250 mm di diametro) e dovrà avere un pendenza sufficiente a impedire il deposito di sedimenti (almeno 1 cm per m). Nella vasca di decantazione V1 il tubo F dovrà sporgere di qualche decina di centimetri in modo che lo scarico sia più vicino possibile al centro della vasca.

    Vano di decantazione. E’ rappresentato dal volume V1 formato dagli anelli a tenuta C visualizzati in Figura 2 e in Figura 3; gli anelli a tenuta C si appoggiano sulla piastra B che copre il vano di infiltrazione e a loro volta sono coperti da una piastra B di copertura a piano campagna. L’accesso al vano di decantazione V1 dovrà essere facilitato in modo da poter celermente provvedere all’asporto del materiale sedimentato (deposito G); per tale motivo si può prevedere un accesso D avente diametro minimo 600 mm (se circolare) o lato minimo 600 mm (se quadrato). Il volume di decantazione entro il vano V1 è limitato dall’altezza Hs oltre il cui valore l’acqua comincia a tracimare attraverso il tubo H al vano inferiore di infiltrazione V2. Il volume offerto da Hs nella gran parte dei casi é sufficiente a garantire il deposito del materiale grossolano. La frequenza degli interventi per la rimozione del materiale sedimentato G dipenderà dalle caratteristiche dell’area di drenaggio, dipenderà cioè dalla capacità dell’area di monte di rilasciare materiale sedimentabile durante gli eventi di pioggia.

    Vano di filtrazione. E’ rappresentato dal volume V2 racchiuso dagli anelli di dispersione L visualizzati in Figura 4; al vano di infiltrazione si potrà accedere attraverso il passo d’uomo D a mezzo del sigillo I.

    E’ consigliabile che il pozzo di infiltrazione sia sempre posizionato con molta attenzione rispetto ad edifici, corsi d’acqua o altri pozzi vicini; in via del tutto cautelativa sarà bene che il manufatto sia posizionato almeno a 4-6 m da edifici, almeno a 20-30 m da corsi d’acqua ed almeno 15-20 m da pozzi.

    Vediamo altri elementi caratteristici:

    Geotessuto. Una stuoia di geotessuto P deve separare il limite di scavo O dal manufatto di infiltrazione; il geotessuto deve inoltre rivestire gli anelli di dispersione  e separare gli ammassi granulari realizzati con ghiaietto 20/30 dal terreno arido di riporto e sottofondo S.

    Sottofondo in materiale granulare. La realizzazione dell’ammasso granulare di altezza Hg non è un particolare obbligatorio e quindi se ne può fare a meno. Va considerato però che se il riempimento viene eseguito con ghiaietto 20/30 mm per l’ammasso si può stimare una porosità pari a 0,4 (rapporto fra il volume dei vuoti entro l’ammasso e il volume totale). Quindi il volume identificato da Hg e dal diametro Da corrisponde ad un ulteriore anello di dispersione avente altezza pari a Hg*0,4.

    Tubo di troppo pieno T. Il tubo T dovrà essere sufficientemente grande da facilitare la manutenzione periodica (come per il tubo F almeno 150-250 mm di diametro) e dovrà avere un pendenza sufficiente a impedire il deposito di sedimenti (almeno 1 cm per m). La soglia di presa (definita dall’altezza Hp) dovrà collocarsi sopra Hs ma sotto la quota di scorrimento del tubo F.

    La seguente Figura 7 visualizza le fasi realizzative di un manufatto di immissione in falda delle acque di pioggia in arrivo da aree residenziali o altro tipo ma tassativamente sempre a ridotto o nullo rischio inquinamento.

    Figura 7

    Fase 1. Si prepara lo scavo avente caratteristiche di profondità e larghezza dipendenti dai valori di dimensionamento determinati (valori Ht, Hg e numero di anelli di dispersione tipo L).

    Fase 2. Si riveste pareti e fondo scavo con geotessuto di adeguata resistenza, durata e capacità filtrante.

    Fase 3. Fino a raggiungere l’altezza Hg si posa e si costipa il ghiaietto 20/30 mm sul fondo dello scavo. Il ghiaietto deve essere tassativamente lavato, scevro da particelle fini e di fiume (arrotondato).

    Fase 4. Si esegue un cordolo di fondazione in corrispondenza dell’appoggio degli anelli di infiltrazione (in cemento armato); la parte interna del cordolo andrà riempita con ghiaietto similare a quello utilizzato nella Fase 3.

    Fase 5. Posa degli anelli di dispersione per realizzare il vano V2, aventi diametro Da ed altezza Ha. Sopra gli anelli viene posata una piastra con passo d’uomo per consentire la manutenzione straordinaria dello stesso vano V2; viene infine rivestita con geotessuto la parete esterna degli anelli di dispersione. Gli elementi in calcestruzzo prefabbricato devono essere reciprocamente ammorsati con malta di cemento espansiva.

    Fase 6. Riempimento dello spazio fra gli anelli del vano V2 e le pareti dello scavo con ghiaietto delle medesime caratteristiche presenti alla Fase 3. Formazione di un foro sulla piastra B di copertura del vano V2 ed ammorsamento di un tubo H di diametro pari ad almeno 1,5 volte il diametro F del tubo di scarico dell’acqua di pioggia. Lo spezzone del tubo deve sporgere sopra la piastra B di copertura del vano V2 per almeno l’80% dell’altezza Ha degli anelli di dispersione. Prima di passare alla fase successiva viene collocato sulla verticale del tubo H una piastra M in calcestruzzo armato prefabbricato a presidio antierosione del fondo del volume V2.

    Fase 7. Posa di due anelli a tenuta per realizzare la prima parte del vano V1, anelli aventi diametro Da ed altezza Ha; gli anelli devono essere reciprocamente collegati con malta di cemento espansiva. Posa di stuoia di geotessuto sopra lo strato di ghiaietto 20/30 mm posato alla Fase 4 e stesa di terreno arido, costipato per strati non superiori a 25 cm fino ad arrivare alla quota di scorrimento del tubo F e  del tubo T (se previsto).

    Fase 8. Posa dell’ultimo anello del vano V1, formazione dei fori sulle pareti e posizionamento dei tronconi di tubo F e T (quest’ultimo se previsto); i tubi vanno ammorsati utilizzando malta espansiva. I giunti che collegano gli spezzoni di tubo posati ed i rimanenti collettori di scarico o di troppo pieno devono essere collocati più vicino possibile alle pareti esterne degli anelli tipo C.

    Fase 9. Posa della piastra B di copertura del vano V1 e del chiusino di accesso/manutenzione A. Il chiusino A deve avere caratteristiche tali da non permettere il passaggio dei raggi di luce solare entro il volume V1.

    Fase 10. Rinterro con materiale arido sopra i tubi di scarico e/o di troppo pieno e lavorazioni finali.

    ESEMPIO APPLICATIVO

    Il sistema avrà un’area di drenaggio ATOT composta da tipi diversi di uso del suolo e di trattamento della superficie. Per determinare AI, cioè la quantità di superficie impermeabile ovvero la superficie teorica di raccolta acqua, al netto di infiltrazione ed evaporazione, occorrerà di volta in volta fare una media pesata per tipologie di superficie attraverso opportuni coefficienti di afflusso ΨM. In presenza di m superfici AJ ognuna dotata di coefficiente di afflusso ΨMi il valore AI può quindi determinarsi con la seguente sommatoria estesa fra 1 ed m:

    AI=ΣAJ·ΨMi .                

    Valori tipici di ΨM sono di seguito riassunti:

    • strade e piazze in asfalto o cls senza fughe: 0,90
    • strade e piazze in massello con fughe strette: 0,75
    • piazze e strade in ghiaia pressata: 0,60
    • piazze e strade in massello con fughe larghe: 0,50
    • piazze e strade in ghiaia non pressata: 0,30
    • piazze e strade in masselli autobloccanti e masselli drenanti: 0,25
    • piazze e strade in acciotolato erboso: 0,15
    • coperture pendenti in acciaio, cls impermeabile o vetro: 0,95
    • coperture pendenti in ardesia o materiale isolante: 0,90
    • coperture pendenti meno di 3° in acciaio, cls o vetro: 0,93
    • coperture pendenti meno di 3° in ardesia o materiale isolante: 0,90
    • coperture pendenti meno di 3° in ghiaia: 0,70
    • tetti verdi fino a 15° con spessore humus minore di 10 cm: 0,50
    • tetti verdi fino a 15° con spessore humus maggiore di 10 cm: 0,30 .

    Ovviamente vale la relazione (con la sommatoria estesa fra 1 ed m) ATOT=ΣAJ .          

    Il diametro interno degli anelli di dispersione di tipo commerciale (valore Da evidenziato nella Figura 2) sono usualmente di 50, 80, 100, 150, 200 e 250 cm; ogni anello è normalmente alto 50 cm, indipendentemente dal diametro, e presenta un certo spessore minimo legato al sistema produttivo. Ogni anello perdente presenta un certo numero di fori di drenaggio (indicativamente di diametro variabile fra 8 e 15 cm); se questi fori sono ben distribuiti ed in numero sufficiente l’esatta determinazione o previsione degli stessi non influenza in modo significativo il calcolo idraulico.

    Illustriamo ora un esempio di dimensionamento di un sistema di dispersione nel sottosuolo delle acque di pioggia a mezzo pozzi perdenti realizzati con anelli di filtrazione. Ipotizziamo di essere in presenza di un sottosuolo dotato di permeabilità non trascurabile, assimilabile a sabbia fina. In un lotto di terreno di complessivi 1.445 m2 l’uso futuro del suolo prevede 4 tipi idrologici di uso della superficie e, quindi, 4 valori dei coefficienti ΨMi:

    •             A1 = strada in asfalto senza fughe per 250 m2,   ΨM1=0,90
    •             A2 = slargo stradale in ghiaia non pressata per 650 m2,  ΨM2=0,30
    •             A3 = park e pedonale in masselli drenanti per 255 m2,  ΨM3=0,25
    •             A4 = edifici con copertura pendente in cotto per 290 m2, ΨM4=0,90 .

    Applicando la relazione  AI=ΣAJ·ΨMi otteniamo quindi

    AI=0,9×250+0,3×650+0,25×255+0,90×290=745 m2.

    Utilizzando il grafico di Figura 6 deriva che la superficie di 745 m2 può essere coperta con 3 perdenti realizzati con anelli di dispersione da 2 m di diametro e 3 metri di altezza netta interna, in grado di coprire quindi 216,7*3=650,1 m2;

    … si osservi che nel grafico di Figura 6 in corrispondenza a D=2 m ed H=3 m si ottiene Ai=216,7 m2…

    i rimanenti 745-650,1=94,5 m2 verranno serviti da ammassi granulari sotto le fondazioni dei tre perdenti per i quali si ipotizza una valore di porosità pari a 0.4, quindi ognuno di spessore (9/650.1)*94,5/0,4/3=1,09 m.

    Se lo scorrimento dei tubi di scarico si posiziona, per ogni perdente, a 100 cm di profondità dal piano campagna, lo scavo di ognuno dei tre pozzi sarà profondo 100+55+25+300+25+109=614 cm. Nel calcolo si è ipotizzato che le piastre di copertura siano spesse 25 cm e che l’area afferente di ogni perdente corrisponda ad 1/3 dell’intero lotto in termini di capacità di formare il flusso di pioggia (suddivisione dei dispersori per aree di drenaggio uguali).

    Giuliano Zen, marzo 2005.

    Ordine Ingegneri Treviso, posizione A1070.

  • IL CALCOLO DEL CONSUMO DI SUOLO (nella Regione Veneto)

    PREMESSA

    Al concetto di consumo del suolo si possono relazionare fenomeni assai diversi quali la perdita di suolo fertile, la perdita di naturalità, l’occupazione della superficie agricola per usi extragricoli, l’allargamento dell’impronta urbana, ecc… A seguito di processi di impermeabilizzazione, in un ambiente antropizzato, la riduzione della vegetazione, l’asportazione o il ricoprimento dello strato superficiale di suolo ricco di sostanza organica e il conseguente insorgere di fenomeni di compattazione, possono determinare fenomeni erosivi, grande trasporto di sedimento, effetti indiretti sul microclima locale.

    Nella L.R. Veneto 14/2017

    … Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo e modifiche della Legge Regionale 23 aprile 2004 n°11. Norme per il governo del territorio e in materia di paesaggio. …

    il consumo di suolo viene definito incremento della superficie naturale e seminaturale interessata da interventi di impermeabilizzazione del suolo, o da interventi di copertura artificiale, scavo o rimozione, che ne compromettono le funzioni eco-sistemiche e le potenzialità produttive; il calcolo del consumo di suolo si ricava dal bilancio tra le predette superfici e quelle ripristinate a superficie naturale e seminaturale.

    La stessa legge definisce impermeabilizzazione del suolo il cambiamento della natura o della copertura del suolo che ne elimina la permeabilità, impedendo alle acque meteoriche di raggiungere naturalmente la falda acquifera; tale cambiamento si verifica principalmente attraverso interventi di urbanizzazione, ma anche nel caso di compattazione del suolo dovuta alla presenza di infrastrutture, manufatti, depositi permanenti di materiali o attrezzature.

    Escludendo attività di scavo o rimozione ciò che quindi qualifica maggiormente il consumo di suolo, in particolare compromettendo le funzioni eco-sistemiche, è sostanzialmente la riduzione o eliminazione della permeabilità naturale e, a seguire, la riduzione o eliminazione del conferimento dell’acqua di pioggia nel primo suolo e di seguito nella falda acquifera.

    L’accenno della Legge regionale a funzionalità  eco-sistemiche dei suoli è sostanziale; il suolo infatti fornisce benefici multipli e lo spreco comporta indiretta riduzione o annullamento di tali servizi. L’impermeabilizzazione, ad esempio, inibisce parzialmente o del tutto la possibilità del suolo di esplicare le proprie funzioni vitali; in particolare l’impermeabilizzazione riduce o annulla l’infiltrazione dell’acqua, diminuisce o annulla la traspirazione, diminuisce l’umidità, diminuisce o annulla la ricarica delle falde, sottrae suolo ad altri usi, impedisce o limita le funzioni ecologiche (es. stoccaggio del carbonio) e, da un punto di vista ambientale, crea frammentazione degli habitat ed interruzione dei corridoi migratori per le specie animali.

    Costituiscono suolo consumato tutti i corpi di fabbrica, la viabilità asfaltata o sterrata, i piazzali, i cortili e altre aree pavimentate o in terra battuta, le strutture ferroviarie, le banchine-piste-aree di movimentazione impermeabili di porti e aeroporti, i campi impermeabili destinati ad attività sportiva, le serre,a allevamenti e annessi rustici utilizzati in agricolatura, le discariche, i cantieri, ecc.. Non costituiscono suolo consumato le aree a prato, le aree seminate eventualmente con alberi ed arbusti, i corpi idrici, gli alvei dei fiumi in secca, le zone rocciose, le spiagge, le dune, i ghiacciai, le aree sportive completamente permeabili, altre aree permeabili in ambito urbano suscettibili comunque di potenziale utilizzo produttivo agricolo, ecc….

    Ai fini urbanistici, anche in vista del 2050, anno nel quale la Commissione Europea

    … European Commission (2011), Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni. Tabella di marcia verso una Europa efficiente nell’impiego delle risorse, COM(2011) 571, pagina 17. …

    rende attivo l’obbligo di azzerare il consumo di suolo per gli Stati Membri, è di fondamentale importanza determinare una metodologia per calcolare la variazione del consumo di suolo a seguito delle attività edilizie e di urbanizzazione del territorio. Attualmente non esistono metodiche o procedure standardizzate, in particolare relativamente all’elaborazione di dati cartografici o uso di carte tecniche degli strumenti urbanistici comunali, provinciali e/o regionali, finalizzate al calcolo del consumo di suolo.

    La definizione di consumo di suolo si può estendere anche ad ambiti rurali e naturali, ben oltre l’area dell’insediamento urbano; di converso si possono invero escludere le aree aperte naturali e semi naturali all’interno dello stesso ambito urbano. La valutazione del consumo del suolo deve partire ovviamente dalla misura delle superfici edificate ovvero impermeabilizzate; ma anche pertinenze o altre aree pur essendo parzialmente impermeabilizzate risultano alterate dall’attività umana e dovrebbero rientrare nella sommatoria, in quanto trasformate o comunque utilizzate diversamente rispetto alle superfici originarie, agricole, o naturali. Per finire, al fine di calcolare il suolo già consumato o il suolo che una determinata trasformazione urbanistica potenzialmente consumerà, è necessario disporre di una categorizzazione dell’uso del suolo oggettiva, chiara e informatizzabile.

    CONSIDERAZIONI IDRAULICHE

    L’impermeabilizzazione riduce la superficie che permette l’infiltrazione dell’acqua di pioggia nel primo suolo. Di converso nella medesima superficie impermeabilizzata vengono a modificarsi o arrestarsi tutta una serie di processi di scambio termico, chimico e biologico tra l’orizzonte interessato dall’impermeabilizzazione e gli orizzonti di primosuolo.

    Nel ciclo idrologico che regola il fenomeno afflussi-deflussi solo quando l’invaso superficiale è pieno e l’intensità di pioggia è maggiore del tasso di infiltrazione si innesca il deflusso superficiale (la parte più vistosa del flusso di piena). Pur se il deflusso superficiale è qualificabile in termini differenti fra superfici impermeabilizzate e superfici permeabili dal punto di vista quantitativo gli eventi di piena si differenziano comunque dall’entità dell’acqua di pioggia che riesce ad infiltrarsi nel sottosuolo nelle due condizioni.

    La quota parte di precipitazione che interessa il sottosuolo attraverso l’infiltrazione dipende da moltissimi parametri: il tipo idrologico di suolo, il grado di impermeabilizzazione, la pendenza del territorio, la scabrezza superficiale, le condizioni di umidità precedenti, la durata della pioggia, l’intensità della pioggia, il tempo di ritorno della precipitazione, l’invaso superficiale, l’intercettazione fogliare, ecc…

    La caratterizzazione del fenomeno dell’infiltrazione in un bacino idrografico è quindi molto complessa ma i tassi di infiltrazione sono legati fortemente alle proprietà fisiche dei suoli. In letteratura i suoli vengono classificati in base alle loro potenzialità di drenaggio. Negli Stati Uniti il l’ex Soil Conservation Service (SCS) classifica i suoli in quattro gruppi (A, B, C, D);

    … Gruppo A (scarsa potenzialità di deflusso. Comprende sabbie profonde con scarsissimo limo e argilla; anche ghiaie profonde, molto permeabili). Gruppo B (potenzialità di deflusso moderatamente bassa. Comprende la maggior parte dei suoli sabbiosi meno profondi che nel gruppo A. Il gruppo nel suo insieme mantiene alte capacità di infiltrazione anche a saturazione). Gruppo C (potenzialità di deflusso moderatamente alta. Comprende suoli sottili e suoli contenenti considerevoli quantità di argilla e colloidi, anche se meno che nel gruppo D. Il gruppo ha scarsa capacità di infiltrazione a saturazione). Gruppo D (potenzialità di deflusso molto alta. Comprende la maggior parte delle argille con alta capacità di  rigonfiamento, ma anche suoli sottili con orizzonti pressoché impermeabili in superficie). …

    conoscere il gruppo idrologico di suolo e le condizioni iniziali di umidità dello stesso è sufficiente per stimate il tasso di infiltrazione.

    Ai fini della presente nota è accettabile utilizzare un approccio semplificato all’infiltrabilità del suolo in quanto, ai fini del consumo di suolo, è più importante la definizione delle superfici impermeabili.

    E’ comune ritenere che sussista una relativa linearità fra aumento della impermeabilizzazione e consumo di suolo. In realtà, nel momento in cui il consumo di suolo risulta associato anche alla perdita delle funzionalità  eco-sistemiche, e quindi alla perdita o riduzione dei corrispondenti benefici, la questione è leggermente più complicata.

    Si prenda in considerazione una superficie di terreno naturale orizzontale di forma quadrata di lato B; ad una piovosità di altezza A corrisponde, particolarmente nei terreni molto permeabili, un fronte di immissione nel suolo di spessore in qualche modo correlabile all’altezza  A, almeno nell’ipotesi di completo assorbimento nel primo suolo della precipitazione. Si ipotizzi ora che una parte del quadrato di lato B sia interessata da impermeabilizzazione, per semplicità sempre di area quadrata e di lato α·B, ed ipotizziamo altresì che tutta la pioggia che interessa il corrispondente sedime sia allontanata per deflusso canalizzato.  L’acqua che riesce ad infiltrarsi interesserà un fronte di spessore β·A però da considerarsi distribuito su tutto il sedime del quadrato di lato B (particolarmente con presenza di falda elevata e in ragione diretta alla distribuzione omogenea delle superfici rimaste permeabili). In questa situazione per continuità vale la relazione A·B2–α2·B2·A=B2· β·A ovvero

    1-α2= β.

    Come si può dedurre dal modello semplificato esposto non risulta lineare il legame che lega il coefficiente α, che qualifica lo sviluppo dell’impermeabilizzazione, al coefficiente β, che in qualche modo qualifica la perdita delle funzionalità eco-sistemiche nel primo suolo. Da questo punto di vista è quindi azzardato ipotizzare a priori una linearità fra aumento della impermeabilizzazione e consumo di suolo.

    Secondo il metodo SCS

    … Soil Conservation Service, (1972), National Engineering Handbook, section 4, Hydrology, U.S. Department of Agriculture, Washington D.C., U.S.A. …

    la capacità idrica massima o volume specifico di saturazione S

    … S viene a rappresentare il volume disponibile all’interno del primo suolo per immagazzinare l’acqua infiltrata. …

    nel suolo è relazionata al tipo di suolo tramite il parametro CN (runoff curve number) attraverso l’equazione

    S = (25400/CN) – 254 .                                                                                  [1]

    CN e S sono correlati in modo non lineare: la capacità idrica massima del suolo S varia, teoricamente, da zero a infinito e con tale equazione si ottiene un campo di variazione del parametro CN compreso tra 0 e 100. Il parametro CN è di fatto un indicatore del deflusso potenziale a parità di tipo di suolo e quindi il volume specifico di saturazione S dipende dalla natura litologica e pedologica del terreno e dall’uso del suolo (rappresentati appunto dal parametro CN). In altri termini S, ovvero CN, qualificano il fenomeno dell’infiltrazione ovvero l’assorbimento dell’acqua infiltrata nel primo suolo.

    Una stima grossolona dell’SCS Curve Number può essere ottenuta attraverso l’equazione

    CN = 98 IMP + CN0(1-IMP) ,                                                                         [2]

    … vedi Rossmiller R.L., Rational Formula Revisited. Proceeding of the Conference on Stormwater detention Facilities, 1982, Henniker, New Hampshire, 146-162. …

    dove CN0 rappresenta un numero adimensionale che varia al variare della suddivisione SCS in gruppi di suolo

    … ricordiamo: per il gruppo A il parametro CN0 vale 39, per il B vale 61, per il C vale 74 ed infine per il gruppoD il parametro CN0 vale 80. …

    mentre IMP indica l’aliquota decimale della parte impermeabilizzata del bacino (variabile quindi fra 0 e 1).

    VALUTAZIONE SISTEMICA DEL CONSUMO DI SUOLO

    Secondo la definizione della Legge della Regione Veneto 14/2017 la stima analitica del consumo di suolo non può che derivare da una semplice sottrazione geometrica dall’area allo stato naturale o seminaturale della superficie interessata da modificazioni di tipo antropica che ne compromettono le capacità produttive (di qualunque tipo, ad esclusione quindi di modificazioni relative al normale utilizzo del suolo per le attività agricole). Indichiamo queste modalità di calcolo come metodo geometrico.

    Ma la stessa Legge regionale associa il consumo di suolo ad interventi di impermeabilizzazione del suolo, o da interventi di copertura artificiale, …. che ne compromettono le funzioni eco-sistemiche …. Ciò complica la questione su come determinare il consumo di suolo attesa la non linearità, come accennato in precedenza, fra variazione areale del suolo interessato da impermeabilizzazione e variazione areale del suolo compromesso nelle funzioni eco-sistemiche dallo stesso sviluppo dell’impermeabilizzazione.

    Se il consumo di suolo è sostanzialmente correlato alla riduzione o eliminazione della permeabilità del suolo, e quindi alla riduzione o eliminazione del conferimento dell’acqua di pioggia nel primo suolo interessato dall’infiltrazione, è però possibile ipotizzare che il consumo di suolo possa stimarsi, in rapporto alla superficie urbanistica come variazione della capacità idrica S1 in una data fase 1 del processo di impermeabilizzazione in rapporto a quella massima S0. Indicando con Φ il valore con cui moltiplicare la superficie urbanistica per ottenere il consumo di suolo avremo quindi

    Φ = (S0 – S1) /  S0.                                                                                                   [3]

    Sostituendo ai valori S0 e S1 le corrispondenti relazioni che derivano dalla [1] si ottiene

    Φ = 1 – [(100CN0 – CN0CN1) /  (100CN1–CN0CN1)]                                           [4]

    La relazione [4] permette la determinazione del consumo di suolo fra la situazione iniziale caratterizzata da impermeabilizzazione nulla e la situazione 1 caratterizzata da impermeabilizzazione IMP1. Il coefficiente Φ ottenuto con la [4] determina la quota parte di suolo consumato nel processo di impermeabilizzazione tenendo conto, anche se in modo semplificato, della perdita di funzionalità eco-sistemica. Ciò presuppone una modalità di calcolo del consumo di suolo che qui indicheremo come metodo sistemico.

    La relazione [2] permette di ottenere il Curve Number alla situazione di calcolo partendo dal Curve Number minimo CN0 per tipologia idrologica di suolo e partendo dall’aliquota decimale di impermeabilizzazione IMP. Ai fini della presente nota e ai fini del calcolo con metodo sistemico del consumo di suolo il valore 98 può essere sostituito dal valore 100, ovvero

    CN = 100 IMP + CN0(1-IMP)  .                                                                       [5]

    Il Curve Number minimo CN0,per data tipologia idrologica di suolo, identificherà una condizione di suolo allo stato naturale o seminaturale (consumo nullo di suolo).

    L’immagine seguente (Figura 1) evidenzia l’andamento del coefficiente Φ correlato alla relazione [4] per diversi tipi di suolo (da tipo A a tipo D ovvero per CN0=39, CN0=61, CN0=74 e CN0=80)  in funzione dell’aliquota di impermeabilizzazione IMP1 della fase 1 di uso del suolo e quindi in funzione dello stesso Curve Number CN1 tenuto  conto della relazione [5]. La linea nera nel grafico corrisponde alla retta Φ = IMP ovvero alla piena linearità fra aliquota di impermeabilizzazione ed aliquota di consumo di suolo.

    Figura 1 – Andamento del coefficiente Φ per diversi tipi di suolo.

    La Figura 1 permette di evidenziare le seguenti considerazioni:

    a) per valore IMP pari a 0 (impermeabilizzazione nulla) si ottiene Φ = 0 per ogni tipo di suolo; siamo quindi in presenza di “suolo non consumato“;

    b) per valore IMP pari a 1 (impermeabilizzazione massima) si ottiene Φ = 1 per ogni tipo di suolo; siamo quindi in presenza di “suolo completamente consumato“;

    c) per valori intermedi il coefficiente Φ assume valori superiori a quelli deducibili dal legame lineare  Φ = IMP con gradualità crescende verso i valori mediani di  IMP e, a parità di IMP, valori maggiori quanto minore è la potenzialità a creare deflusso superficiale ovvero quanto maggiore è la capacità di assorbire acqua di pioggia per infiltrazione a seconda del tipo idrologico di suolo considerato.

    CALCOLO DEL CONSUMO DI SUOLO E DECORSO USO URBANISTICO DEL SUOLO

    La valutazione sistemica del consumo di suolo non può non essere anticipata dalla definizione del gruppo idrologico di appartenenza del suolo in condizioni naturali o seminaturali. In via semplificata, come introdotto in precedenza, ciò può essere fissato classificando il sedime di interesse al più prossimo gruppo SCS di appartenenza.

    Se quindi il sedime oggetto di stima del consumo di suolo, nelle condizioni naturali o seminaturali, è caratterizzato da scarsa potenzialità di deflusso e comprende sabbie profonde con scarsissimo limo e argilla, ovvero ghiaie profonde molto permeabile, ci troviamo di fronte ad un suolo di gruppo A e il valore di CN0 viene posto pari a 39.

    Se di converso detto sedime è interessato da suolo allo stato naturale o seminaturale con potenzialità di deflusso moderatamente bassa, quindi suoli in genere sabbiosi meno profondi rispetto al gruppo A ma sempre con significative capacità di infiltrazione anche a saturazione, ci troveremo di fronte ad un suolo di gruppo B e il valore di CN0 viene posto pari a 61.

    Con sedime naturale o seminaturale caratterizzato da potenzialità di deflusso moderatamente alta e presenza di suoli sottili contenenti non trascurabili quantità di argilla e collodi e con scarsa capacità di infiltrazione a saturazione ci troveremo di fronte ad un suolo di gruppo C e il valore di CN0 viene posto pari a 74.

    Infine con condizioni naturali o seminaturali caratterizzate da potenzialità di deflusso molto alta con grande presenza di argille, particolarmente con alta capacità di rigonfiamento, ma anche suoli sottili con orizzonti pressochè impermeabili in superficie ci troveremo di fronte ad un suolo di gruppo D e il valore di CN0 viene posto pari a 80.

    Nella Regione Veneto, particolarmente in ambito di alta, media e bassa pianura, sono state prodotte varie cartine tematiche con suddivisione dei suoli nei 4 gruppi idrologici accennati in precedenza; per un sito oggetto di valutazione del consumo di suolo è quindi normalmente disponibile il valore CN0.

    La stima del consumo di suolo, definito il gruppo idrologico di appartenenza del sito di interesse, in condizioni naturali o seminaturali, andrà eseguita in una precisa conformazione di opere antropiche realizzate o da realizzare, quindi sia nella condizione in essere e/o sia nella condizione di progetto. Occorrerà stimare il consumo di suolo sia con metodo geometrico e occorrerà stimare il consumo di suolo sia con metodo sistemico e adottare il valore finale corrispondente al maggiore fra i due valori ottenuti.

    Per quanto riguarda il metodo geometrico la zona di interesse andrà quindi suddivisa in sottoaree Ai con i variabile da 1 al numero complessivo delle sottoaree omogenee; indicando con PGi l’aliquota decimale geometrica di area interessata da intervento edilizio o urbanistico non più produttiva con uso agricolo del suolo, il consumo di suolo con metodo geometrico CSG deriva dalla semplice sommatoria

    CSG = ∑ Ai PGi   ,                                                                                        [6]

    in quanto tutta la quota parte di sedime non più produttiva, o comunque non più allo stato naturale, coincide con suolo consumato.

    Allo stesso modo, con l’applicazione del metodo sistemico, la zona di interesse andrà suddivisa in sottoaree Ai con i variabile da 1 al numero complessivo delle sottoaree omogenee; indicando con PSi l’aliquota decimale sistemica di area impermeabile interessata da intervento edilizio e/o urbanistico, si dovrà inizialmente determinare l’aliquota decimale media sistemica ponderata PSM di area impermeabile valida sulla zona di interesse attraverso la media pesata

    PSM = ∑ Ai PSi / ∑ Ai  .                                                                                  [7]

    Il valore calcolato PSM andrà quindi inserito nella relazione [5] al posto di IMP determinando quindi il Curve Number CN dell’area ad intervento edilizio/urbanistico realizzato o ad intervento edilizio/urbanistico di progetto. Il consumo di suolo con metodo sistemico CSS deriva dalla relazione

    CSS =  Φ ∑ Ai                                                                                                  [8]

    essendo il coefficiente Φ calcolato con la relazione [4].

    Il consumo di suolo CS cercato sarà il valore maggiore fra CSG e CSS.

    ESEMPIO DI CALCOLO DEL CONSUMO DI SUOLO

    Si analizzano ora 4 situazioni differenti di conformazione edilizia/urbanistica di una area (arbitraria) di 9.734 m2 in origine allo stato seminaturale con uso agricolo del suolo; le situazione saranno indicate come conformazione 1, conformazione 2, conformazione 3 e conformazione 4.

    Si ipotizza altresì che l’intero lotto di 9.734 m2 sia ricompreso in un territorio appartenente alla classe SCS A di uso idrologico di suolo (quindi CN0 = 39).

    CONFORMAZIONE 1

    Figura 2 – Configurazione consumo di suolo n°1.

    Il lotto di complessivi 9.734 m2 è composto inizialmente da tre tipi idrologici di suolo (vedi Figura 2). Col numero 1 cerchiato si indica il suolo interessato da tetti e marciapiedi impermeabili (area 305 m2) caratterizzato da una aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 (ovvero tutta la superficie risulta impermeabilizzata) e da una aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1 (è quindi impedita completamente la filtrazione nel primo suolo).  Con 2 cerchiato viene indicata un’area di 1.170 m2 con aliquota decimale relativa al metodo geometrico pari a 1 (superficie manomessa ed inutilizzabile a fini produttivi o similare) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0,3 (si tratta di terreno bonificato con ghiaia per garantire la lavorabilità al cantiere di costruzione della casetta che riduce al 30% la capacità di assorbimento dell’acqua di pioggia per infiltrazione nel primo suolo). La rimanente parte del lotto sia interessata da terreno di tipo agrario o incolto per 8.259 m2 con aliquota decimale di impermeabilità nulla sia dal punto di vista del calcolo geometrico che dal punto di vista del calcolo sistemico.

    Nella coformazione 1 il consumo di suolo dal punto di vista del calcolo geometrico CSG  risulta pari a

    305 x 1 + 1.170 x 1 + 8.259 x 0 = 1.475 m2.

    Dal punto di vista del calcolo sistemico la quota parte di area impermeabile risulta pari a

    305 x 1 + 1.170 x 0,3 + 8.259 x 0 = 656 m2

    e quindi l’aliquota decimale media sistemica PSM applicando la [7] risulta

    656/9.734 = 0,0674.

    Il valore 0,0674 viene quindi immesso nella relazione [5] al posto di IMP determinando un Curve Number CN pari a 43,114. Dalla relazione [4] si ottiene

    Φ = 1 – [ ( ( 100 x 39– 39 x 43,114 ) / ( 100 x 43,114 – 39 x 43,114 ) ) ] = 0,1564

    e quindi il consumo di suolo sistemico CSS vale

    9.734 x 0,1564 = 1.522 m2.

    In riferimento al lotto di 9.734 m2 il valore maggiore fra CSG (pari a 1.475 m2) e CSS (pari a 1.522 m2) risulta 1.522 m2 che diventa il consumo di suolo urbanistico nella conformazione 1.

    Nella conformazione 1 il consumo di suolo maggiore risulta quello stimato con metodo sistemico.

    CONFORMAZIONE 2

    Figura 3 – Configurazione consumo di suolo n°2.

    Nella conformazione 2 il lotto, sempre di complessivi 9.734 m2, è composto inizialmente da cinque tipi idrologici diversi di uso del suolo (vedi Figura 3).

    Col numero 1 cerchiato si indica il suolo interessato da tetti e marciapiedi impermeabili di area 305 m2, suolo caratterizzato da una aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 (ovvero tutta la superficie risulta impermeabilizzata) e da una aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1 (filtrazione nel primo suolo completamente impedita).

    Con 2 cerchiato viene indicata una superficie artificializzata assorbente completamente la precipitazione (strato di graniglia dello spessore di 20 cm stabilizzata con geogriglia) di area pari a 664 m2 con aliquota decimale relativa al metodo geometrico pari a 1 (quindi superficie manomessa ed inutilizzabile a fini produttivi) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0 (la pavimentazione è in grado di assorbire qualsiasi tipo di precipitazione).

    Con 3 cerchiato viene indicata un’area di 110 m2 con aliquota decimale relativa al metodo geometrico pari a 1 (superficie manomessa ed inutilizzabile a fini produttivi o similare) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0,3 (si tratta di terreno di ingresso al lotto bonificato con ghiaia per garantire stabilità in accesso che riduce al 30% la capacità di assorbimento dell’acqua di pioggia per infiltrazione nel primo suolo).

    Con 4 cerchiato viene indicata un’area di 308 m2 con aliquota decimale relativa al metodo geometrico pari a 1 (superficie manomessa ed inutilizzabile a fini produttivi o similare) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0,4 (si tratta di terreno rifinito a ghiaia che riduce del 40% la capacità di assorbimento dell’acqua di pioggia per infiltrazione).

    La rimanente parte del lotto sia interessata da terreno di tipo agrario o incolto per 8.302 m2 con aliquota decimale di impermeabilità nulla sia dal punto di vista del calcolo geometrico che dal punto di vista del calcolo sistemico.

    Il consumo di suolo dal punto di vista del calcolo geometrico CSG  risulta pari a

    305 x 1 + 664 x 1 + 110 x 1 + 308 x 1 + 8.302 x 0 = 1.432 m2.

    Dal punto di vista del calcolo sistemico la quota parte di area impermeabile risulta pari a

    305 x 1 + 664 x 0 + 110 x 0,3 + 308 x 0,4 + 8.302 x 0  = 398,2 m2

    e quindi l’aliquota decimale media sistemica PSM applicando la [7] risulta

    398,2/9.734 = 0,0409.

    Immettendo 0,0409 nella [5] al posto di IMP determinando CN che a sua volta inserito nella [4] permette di ottenere Φ e un consumo di suolo sistemico CSS pari a 1.200 m2.

    In riferimento al lotto di 9.734 m2 il valore maggiore fra CSG (pari a 1.432 m2) e CSS (pari a 1.200 m2) risulta 1.432 m2 che diventa il consumo di suolo urbanistico nella conformazione 2.

    Nella conformazione 2 il consumo di suolo maggiore risulta quello stimato con metodo geometrico.

    CONFORMAZIONE 3

    Figura 4 – Configurazione consumo di suolo n°3.

    Nella conformazione 3 il lotto si considera composto da 7 tipi idrologici diversi di uso del suolo (vedi Figura 4).

    Col numero 1 cerchiato si indica il suolo interessato da tetti e marciapiedi impermeabili di area 305 m2, quindi suolo caratterizzato da una aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 (ovvero tutta la superficie risulta impermeabilizzata) e da una aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1 (filtrazione nel primo suolo completamente impedita). 

    Con 2 cerchiato viene indicata una superficie artificializzata in grado di assorbire completamente la pioggia (strato di graniglia dello spessore di 20 cm stabilizzata con geogriglia) di area pari a 664 m2 con aliquota decimale relativa al metodo geometrico pari a 1 (in quanto superficie manomessa ed inutilizzabile a fini produttivi) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0 (pavimentazione in grado di assorbire qualsiasi tipo di precipitazione).

    Con 3 cerchiato si indica il suolo interessato da strade asfaltate per 1.776 m2, quindi suolo caratterizzato da una aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 e da una aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1. 

    Con 4 viene indicata una superficie artificializzata assorbente completamente la pioggia destinata a parcheggio (con utilizzo di grigliati assorbenti) di area 318 m2 con aliquota decinale relativa al metodo geometrico pari a 1 (superficie manomessa ed inutilizzabile a fini produttivi) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0 (pavimentazione in grado di assorbire qualsiasi tipo di precipitazione).

    Con 5 cerchiato si indica il suolo interessato da volume produttivo e pedonali contermini per 1.502 m2, quindi suolo caratterizzato da una aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 e da una aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1.

    6 cerchiato indica suolo destinato allo stoccaggio di macchinari con superficie impermeabile per 140 m2 (aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 e aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1).

    Infine con 7 cerchiato viene indicata una superficie di tipo agrario o incolto per 4.984 m2 con aliquota decimale di impermeabilità nulla sia dal punto di vista del calcolo geometrico che dal punto di vista del calcolo sistemico.

    Il consumo di suolo CSG dal punto di vista del calcolo geometrico  risulta pari a

    305 x 1 + 664 x 1 + 1.776 x 1 + 318 x 1 + 1.502 x 1 + 140 x 1 + 4.984 x 0 = 4.750 m2.

    Dal punto di vista del calcolo sistemico la quota parte di area impermeabile risulta pari a

    305 x 1 + 664 x 0 + 1.776 x 1 + 318 x 0 + 1.502 x 1 + 140 x 1 + 4.984 x 0 = 3.768 m2

    e quindi l’aliquota decimale media sistemica PSM applicando la [7] risulta

    3.768 / 9.734 = 0,3871.

    Immettendo 0,3871 nella [5] al posto di IMP si determina CN che a sua volta inserito nella [4] permette di ottenere Φ e un consumo di suolo sistemico CSS pari a 6.018 m2.

    In riferimento al lotto di 9.734 m2 il valore maggiore fra CSG (pari a 4.750 m2) e CSS (pari a 6.018 m2) risulta 6.018 m2 che diventa il consumo di suolo urbanistico nella conformazione 3.

    Nella conformazione 3 il consumo di suolo maggiore risulta quello stimato con metodo sistemico.

    CONFORMAZIONE 4

    Figura 5 – Configurazione consumo di suolo n°4.

    Nella conformazione 4 il lotto si considera composto da 7 tipi idrologici diversi di uso del suolo (vedi Figura 5).

    Col numero 1 cerchiato si indica il suolo interessato da tetti e marciapiedi impermeabili per 350 m2 (aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 ovvero tutta la superficie risulta impermeabilizzata e aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1 ovvero filtrazione nel primo suolo dell’acqua di pioggia completamente impedita).

    Con 2 cerchiato viene indicata una superficie artificializzata assorbente completamente la pioggia di area pari a 664 m2 con aliquota decimale relativa al metodo geometrico pari a 1 (in quanto superficie manomessa ed inutilizzabile a fini produttivi di tipo agricolo) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0 (in quanto pavimentazione in grado di assorbire qualsiasi tipo di precipitazione).

    Con 3 cerchiato si indica il suolo interessato da strade interne asfaltate per 862 m2 (aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 e aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1).

    Con 4 viene indicata una superficie artificializzata assorbente completamente la pioggia destinata a parcheggio (con utilizzo di grigliati assorbenti) di area 318 m2 con aliquota decimale relativa al metodo geometrico pari a 1 (superficie inutilizzabile a fini produttivi agricoli) e una aliquota decimale relativa al metodo sistemico pari a 0 (pavimentazione in grado di assorbire qualsiasi tipo di precipitazione).

    Con 5 cerchiato si indica il suolo interessato da un complesso residenziale con pedonali contermini per 1.497 m2 (aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 e da una aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1).

    6 cerchiato indica suolo destinato sedime di cordonate e recinzioni per 140 m2 (aliquota decimale di superficie impermeabilizzata dal punto di vista geometrico pari a 1 e aliquota decimale di superficie impermeabilizza dal punto di vista sistemico sempre pari a 1).

    Infine con 7 cerchiato viene indicata una superficie di tipo agrario, giardino o incolta per 5.903 m2 con aliquota decimale di impermeabilità nulla sia dal punto di vista del calcolo geometrico che dal punto di vista del calcolo sistemico.

    Il consumo di suolo CSG dal punto di vista del calcolo geometrico  risulta pari a

    350 x 1 + 664 x 1 + 862 x 1 + 318 x 1 + 1.497 x 1 + 140 x 1 + 5.903 x 0 = 3.831m2.

    Dal punto di vista del calcolo sistemico la quota parte di area impermeabile risulta pari a

    350 x 1 + 664 x 0 + 862 x 1 + 318 x 0 + 1.497 x 1 + 140 x 1 + 5.903 x 0 = 2.849m2

    e quindi l’aliquota decimale media sistemica PSM applicando la [7] risulta

    2.849/9.734 = 0,2927.

    Immettendo 0,2927 nella [5] al posto di IMP si determina CN che a sua volta inserito nella [4] permette di ottenere Φ e  a seguire un consumo di suolo sistemico CSS pari a 5.011m2.

    In riferimento al lotto di 9.734 m2 il valore maggiore fra CSG (pari a 3.831 m2) e CSS (pari a 5.011 m2) risulta 5.011 m2 che diventa il consumo di suolo urbanistico nella conformazione 4.

    Nella conformazione 4 il consumo di suolo maggiore risulta quello stimato con metodo sistemico.

    La tabella seguente (Figura 6) riassume sinteticamente i risultati:

    Figura 6 – Consumo del suolo nelle 4 conformazioni considerate.

    Un possibile decorso della storia urbanistica del lotto ipotetico di terreno considerato, in relazione al consumo di suolo, può quindi essere così riassunto:

    1) nel lotto di 9.734 m2 in origine viene rilasciato un Titolo Edilizio che permette di consumare 1.432 m2 di suolo. Nel tempo di validità del Titolo l’intervento edilizio non viene concluso;

    2) dal Proprietario viene quindi richiesto un ulteriore Titolo Edilizio per completare l’opera. Al momento della richiesta il suolo consumato ammonta a 1.522 m2 (90 m2 in più di quello originariamente concesso). Dopo aver pagato una sanzione amministrativa  (in quanto “opera non completata” e “conformazione del lotto con maggior consumo di suolo rispetto a quanto previsto dall’originario Titolo Edilizio”) il Proprietario termina l’edificazione e il lotto viene ad assumere la conformazione 2 con consumo di suolo definito dal Titolo Edilizio licenziato;

    3) di seguito viene richiesto un nuovo Titolo Edilizio per eseguire ulteriori interventi edilizio/urbanistici riassunti nella conformazione 3. L’ulteriore suolo consumato (4.586 m2) viene recuperato dal Concessionario riportando, nell’ambito del territorio comunale, superfici già “consumate” all’originaria conformazione di suolo naturale ovvero in configurazione di suolo semi-naturale ma potenzialmente utilizzabile a fini di produttività agricola;

    4) per finire dal Proprietario del lotto viene richiesto un ulteriore Titolo Edilizio per eseguire interventi edilizio/urbanistici ulteriori riassunti nella conformazione 4. L’esecuzione dell’intervento comporta una riduzione del suolo consumato (-1.007 m2) immessa a cura del Concessionario nel mercato immobiliare e annotata nel registro comunale destinato a memorizzare il decorso analitico del consumo di suolo.

    Se ipotizziamo che il lotto considerato ricada nel gruppo idrologico SCS tipo D la tabella precedente si modifica nel modo seguente (vedi Figura 7):

    Figura 7 – Consumo del suolo nelle 4 conformazioni considerate con suolo tipo D.

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    giugno 2019

    ing. Giuliano Zen

    Albo Treviso, posizione A1070 dal 1985.

  • UNA PROPOSTA ALTERNATIVA AL MO.S.E.

    Ripropongo di seguito (testo corsivo) una proposta alternativa per la realizzazione, in Laguna di Venezia, di un sistema di protezione dall’acqua alta (proposta alternativa al MO.S.E.). La proposta venne presentata al Comune di Venezia nell’ottobre del 2005.

     

    La soluzione del problema dell’acqua alta nella laguna di  Venezia non può non tener conto delle seguenti considerazioni:

    1) APPORTI SECONDARI. In situazioni di marea sostenuta la laguna riceve acqua non solo dalle bocche di porto ma anche da una serie di apporti secondari: a) la rete di drenaggio del bacino scolante, b) le precipitazioni meteoriche, c) le infiltrazione dal sottosuolo sia da lato mare che da lato terraferma; d) situazioni locali relative alle portate di piena dei fiumi non ancora risolte (su tutte il taglio esistente sull’argine destro del fiume Sile presso Portegrandi). Il livello medio dell’acqua nel catino lagunare, dopo la chiusura dei collegamenti diretti col mare, non rimane quindi costante durante gli eventi di alta marea, ma tende ad aumentare in ragione diretta con la durata dell’evento e con l’intensità della fenomenologia meteorologica. Gli eventi più significativi di acqua alta possono durare un intervallo di tempo sufficiente a permettere agli apporti secondari  di accumulare volumi idrici, alzando il livello medio dell’acqua in laguna; questi rialzi, stimati da vari studi, sono tuttavia non ancora del tutto compiutamente spiegati, soprattutto dal punto di vista dei valori massimi probabili e della corrispondente frequenza.

    2) DURATA OPERATIVA DELL’OPERA. La durata operativa di qualsiasi opera di difesa dalle acque alte, tenuto conto degli oneri economici connessi alla realizzazione della stessa opera, non può che interessare archi temporali molto elevati (non decine di anni ma dai cento anni in su). Le condizioni ambientali presumibilmente muteranno durante la vita dell’opera; avremo ad esempio: a) variazioni del livello del medio mare (eustatismo); b) variazioni delle quote che regolano la morfologia delle terre emerse (subsidenza); c) variazioni  dell’uso dell’ambiente lagunare (attività antropiche, acquacoltura, …); d) variazioni del sistema di drenaggio nel bacino scolante (modificazione degli apporti in situazione di piena, sia in termini qualitativi che quantitativi…); e) variazioni delle caratteristiche delle attività portuali; f) variazioni all’uso turistico dell’ambiente lagunare.

    3) RICADUTA SOCIALE ED ASPETTI ECONOMICI. La soluzione deve essere attentamente valutata anche in termini di ricaduta sociale, nell’immediato e nel futuro. Gli eventi di acqua alta interessano comunque periodi temporali relativamente limitati nell’arco dell’anno (qualche giorno nel complesso). La soluzione adottata, oltre che tecnicamente valida, potrebbe essere funzionale ad altri usi, magari con ricadute economiche immediate e non trascurabili.

    4) IDRODINAMICA LAGUNARE. La soluzione adottata dovrà fronteggiare situazioni idrodinamiche peculiari della laguna veneta, alcune delle quali attualmente non ancora ben conosciute e poco studiate. A titolo di esempio si richiama il fenomeno dei sovralzi differenziali durante i periodi di bora o scirocco fra gli estremi della gronda (Chioggia e Cavallino); i venti innescano movimenti di masse d’acqua ingenti entro la gronda lagunare, sviluppando dinamiche non ancora del tutto chiarite.

    5) UTILIZZI PARTICOLARI. La soluzione adottata deve essere occasione anche per utilizzi non ortodossi del sistema di difesa. Ad esempio la gestione selettiva degli interventi di chiusura ed apertura per attivare fenomeni di vivificazione artificiale dell’ecosistema lagunare, ovvero interventi mirati in situazione di sovralzo differenziato, ecc…

    Con il progetto attualmente in itinere (qui indicato per semplicità col termine MO.S.E.) tutti i punti accennati sono stati sostanzialmente presi in considerazione; le opere previste dal progetto rispondono in vario modo alle esigenze sopra accennate. Pur tuttavia è possibile proporre alla discussione, oltre che una serie di aspetti probabilmente poco valutati o da approfondire ulteriormente, anche una soluzione alternativa al problema dell’acqua alta a Venezia.

    Vediamo innanzitutto i parametri meteo-marini di riferimento per dimensionare o validare il progetto. L’evento massimo di riferimento [ad esempio nella valutazione dell’incidenza dei citati apporti secondari di cui al ptrecedente punto 1)] è sempre l’evento del novembre 1966; nel 1966 si verificò il massimo storico di marea misurato a Punta della Salute. Pur tuttavia potrebbe sorgere qualche dubbio circa la validità di considerare di riferimento, per un’opera con durata operativa dell’ordine dei cento e più anni, la marea del 1966. Se ipotizziamo, ad esempio, il concomitante verificarsi di livelli di marea elevati sull’Adriatico meridionale…

    – ricordiamo che nell’autunno del 2002, ad Otranto, furono misurati persistenti e significativi valori di marea nell’arco di 3-4 settimane. Durante lo stesso periodo la conseguenza diretta del fenomeno fu una sequenza ininterrotta di fastidiose alte maree a Venezia –

    ... e l’instaurarsi del campo barico sull’Europa centro meridionale come accaduto nel 1966, avremo livelli massimi di marea a Venezia similari a quelli misurati nel 1966 ma con decorso del fenomeno mareale su una durata maggiore; ben maggiore sarebbe inoltre il valore medio dei livelli di marea nell’ambito della medesima durata. Con riferimento al progetto MO.S.E., ipotizzando uno scenario con punte massime di marea (anche) più basse ma con valori medi più elevati, sorge spontanea la domanda: fino a che punto è accettabile  scegliere un sistema di chiusura che permette il deflusso in laguna, per soluzione tecnica originaria, di milioni di metri cubi di acqua di mare durante un evento di acqua alta eccezionale?

    – si allude evidentemente al sistema di paratoie mobili del MO.S.E.. Il sistema, quando operativo, permette l’ingresso in Laguna dell’acqua di mare attraverso gli spazi fra le paratoie e attraverso i varchi creati dal movimento alternato delle stesse paratoie (movimento indotto dal moto ondoso) –

    Anche il punto 3) non è di secondaria importanza. E’ pensabile mettere in campo una soluzione con costi economici elevatissimi e probabilmente spropositati rispetto alla frequenza dell’evento o spropositati rispetto al possibile danno arrecato dall’evento stesso? In altri termini: vista l’entità economica dei costi correlati all’esecuzione del sistema di difesa dalle acque alte, la scelta tecnica sul possibile sistema da adottare deve limitarsi a considerare il solo aspetto della protezione dalle acque alte?

    Il punto 4) dovrebbe necessariamente far propendere ad una soluzione tecnica di tipo bidirezionale; in altri termini l’opera di difesa dalle acque alte dovrebbe fronteggiare non solo le sollecitazioni dal mare verso la laguna (sovralzo idrometrico, moto ondoso, ecc…) ma anche dalla laguna verso il mare. E’ stata sufficientemente approfondita la corrispondenza fra durata temporale necessaria a modificare l’assetto delle paratoie del sistema MO.S.E. e durata temporale del transitorio durante il quale avviene l’inversioni di flusso alle bocche di porto in situazione di bora o scirocco?

    La soluzione di seguito esposta tiene conto che l’opera di chiusura delle bocche di porto, finalizzata a proteggere la gronda lagunare dall’acqua alta, dovrebbe

    A) avere una ricaduta sociale immediata,

    B) essere accettata dalla popolazione residente e

    C) avere un utilizzo plurimo.

    Sulla base di questi presupposti le opere di difesa devono essere sfruttabili con elevata frequenza (sistemi flessibili e costi operativi contenuti) e devono permettere, almeno durante i massimi ed i minimi di marea ordinaria, il collegamento veicolare e pedonale fra Chioggia,  Pellestrina,  Lido e Cavallino.

    Si propone quindi un sistema di ponti mobili, per ognuna delle tre bocche di collegamento fra la laguna e il mare. Il sistema di ponti mobili, in condizioni non operative, rimane parcheggiato entro tunnels interrati; in tal modo viene ridotto l’impatto paesaggistico. Il sistema di ponti mobili, in condizioni operative, permette la chiusura dei canali di accesso alla gronda lagunare con situazioni meteo-marine avverse e permette la transitabilità veicolare e pedonale fra Chioggia, Pellestrina,  Lido e Cavallino, in condizioni meteorologiche ordinarie.

    Dal punto di vista della mobilità viaria e pedonale il sistema deve garantire:

    1°) la percorribilità in sicurezza,

    2°) un efficace sistema di indicazione del periodo (orario) di operatività,

    3°) un sistema preferenziato di utilizzo (a pagamento per i non residenti, agevolato o gratuito per i residenti a Pellestrina e Lido),

    4°) un efficace intervento in caso di incidente o malfunzionamenti.

    Dal punto di vista del presidio contro le maree il sistema deve garantire:

    5°) celerità nelle operazioni di apertura e chiusura;

    6°) utilizzo combinato e/o simultaneo tra le tre bocche, ma anche l’utilizzo singolo;

    7°) impermeabilità totale all’ingresso dell’acqua, tra mare e laguna, in situazioni operative;

    8°) robustezza e durabilità nel tempo;

    9°) apprestamenti per ridurre le spese ed i tempi di manutenzione.

    Le figure allegate permettono un approfondimento delle caratteristiche tecniche della proposta. La figura 1 evidenzia in sezione le caratteristiche del manufatto modulare che compone il ponte mobile.

     

    FIGURA 1
    Il ponte mobile è formato da elementi modulari in serie costituiti da una coppia di cassoni A (lunghi indicativamente 10 m, larghi 5 m ed alti circa 4 m) collegati da un telaio di profilati metallici reciprocamente saldati (G, H) sul quale due pareti metalliche M separano l’interno della struttura dall’esterno. I due cassoni A, per ragioni più avanti precisate, sono dotati di un sistema semiautomatico di pompaggio che può riempire il volume interno di acqua di mare fino ad una quota desiderata; l’acqua può essere dirottata a marea attraverso gli scarichi B e può essere immessa attraverso le paratoie C. Lungo le pareti M sono presenti delle ulteriori paratoie ad apertura automatica ed elettrica che permettono l’ingresso dell’acqua entro l’interno del ponte mobile sia dalla parte a mare che dalla parte in laguna. I valori delle altezze D (legate al problema navigabilità) e E (fondale) dipendono dalla bocca di porto da presidiare (Lido, Malamocco o Chioggia). Una platea Q ancorata sul fondo supporta le guide di scorrimento N. Annegati nella platea i collettori P e Q contengono i cavi che permettono la movimentazione del ponte. Il collegamento fra ponte e linee guida (N) permette lo sviluppo di azioni di contrasto in tutte le direzioni, con la sola esclusione della direzione di movimentazione del ponte (durante le fasi di chiusura ed apertura). La parte superiore F (larga indicativamente 13,5-14 m) permette lo sviluppo di 2 corsie stradali da 3,5 m cadauna, di due marciapiedi da 1,5 m cadauno e di due fascie di rispetto multiuso larghe 2 m circa.

     

    In condizioni non operative i moduli sono parcheggiati sotto un tunnel interrato ordinariamente pieno d’acqua (vedi successiva figura 3) ma che saltuariamente può essere svuotato (vedi figura 2) per permettere la manutenzione dei manufatti.

     

    FIGURA 2
    Sezione tipo del ponte mobile entro il tunnel in condizioni asciutte (acqua di mare espulsa dal vano D). A indica il piano campagna contermine, B la soletta di copertura (eventualmente transitabile), C sono i due muri d’ambito che continuano ammorsandosi nel sottosuolo.
    FIGURA 3
    Sezione tipo del ponte mobile entro il tunnel in condizioni normali (acqua di mare A che riempie il tunnel. B indica il livello dell’acqua entro il tunnel (corrispondente al livello presente nella bocca di porto). In queste condizioni l’azione di sforzo normale sulle rotaie di appoggio C é negativa (il ponte mobile praticamente galleggia) in quanto manca l’acqua entro i due cassoni che formano il supporto del piano viario.

     

    Per ogni ponte mobile sono previste due situazioni di utilizzo ordinario:

    a) utilizzo quotidiano con marea ordinaria e nei periodi in cui i gradienti di mare non sviluppano velocità eccessive alle bocche di porto (colmi e ventri di marea astronomica), durante i quali i ponti diventano operativi permettendo il collegamento viario fra Cavallino, Lido, Pellestrina e Chioggia.

    b) utilizzo di emergenza con alta marea, col blocco dei sovralzi mareali alle bocche di porto.

    Avremo invece un utilizzo straordinario quando la gestione dei ponti mobili si svilupperà su utilizzi particolari (es. strozzatura dei punti di ingresso della marea per la vivificazione lagunare). Le figure 4, 5, 6 e 7 illustrano le tipiche manovra per attivare l’utilizzo quotidiano.

     

    FIGURA 4
    Apertura FASE 1. Entro il tunnel il ponte mobile presenta i cassoni A vuoti, è pieno d’acqua con quota del pelo libero uguale alla quota esterna (nella bocca di porto); i supporti C sono sollecitati a trazione (la struttura galleggia). A seguito di allarme marea o durante i colmi/ventri di marea ordinaria, inizia la movimentazione del ponte.
    FIGURA 5
    Apertura FASE 2. Il ponte mobile è uscito dal tunnel. I cassoni A sono ancora vuoti; il livello dell’acqua nella parte a mare, nella parte verso la laguna e entro il ponte sono identici (E); le paratoie B sono aperte per permettere la risoluzione di eventuali scompensi piezometrici; le guide C sono sollecitate solo a trazione o per spinta laterale causato dall’eventuale moto ondoso entro la bocca di porto.

     

    FIGURA 6
    Apertura FASE 3. Il ponte mobile è arrivato a metà della bocca di porto e si è unito alla parte simmetrica. I cassoni A vengono riempiti di acqua per stabilizzare la struttura; le paratoie D e C vengono chiuse in caso di apertura giornaliera; gli appoggi B sono sollecitati a compressione.

     

    FIGURA 7
    Apertura FASE 4. In caso di apertura ordinaria viene aperto il transito agli automezzi (C, B) e alle persone  (A).

     

    FIGURA 8
    Situazione del fondale in corrispondenza alle linee di corsa C quando il ponte mobile è riposto nel tunnel. Tra A e B viene garantito il tirante necessario all’idrodinamica delle bocche lagunari e alla movimentazione dei natanti.

     

    La figura 9 illustra la configurazione in situazione di utilizzo di emergenza.

     

    FIGURA 9
    Ponte mobile che chiude la bocca di porto in situazione di alta marea. Il cassone C è riempito di una quantità d’acqua maggiore della parte D per attivare un momento stabilizzante. La paratoia E continua ad essere aperta in modo da stabilizzare il livello fra interno del ponte mobile e livello laguna. Tra mare e laguna si crea una differenza di livello pari alla quota A meno la quota B.

     

    La figura 10 illustra una tipica configurazione di utilizzo straordinario.

     

    FIGURA 10
    Esemplificazione di come la parziale chiusura del ponte mobile alla bocca di porto permetta l’acquisizione di un rapporto di chiusura L2/L1 utile alla vivificazione lagunare e alla gestione delle maree minori intervenendo unicamente sulla sezione di flusso alla bocca di porto.

     

    L’utilizzo ordinario viene rappresentato anche nelle figure 13, 15, 17, 18 e 19.

     

    FIGURA 11
    Esploso del ponte mobile durante la manovra di chiusura/apertura. Si evidenzia: 1) la suddivisione in moduli M; 2) la posizione delle paratoie di compenso laterali D; 3) le linee guida C. A indica il pelo libero, F la superficie dell’acqua nella bocca di porto ed E il fondale.
    FIGURA 12
    Immaginiamo di essere in una delle bocche di porto (Lido, Chioggia o Malamocco), qui indicata senza acqua per evidenziare le parti del ponte mobile sotto il livello del mare. G indica il fondo della bocca di porto; H indica le scogliere d’ambito; A sono le strade che conducono al ponte mobile; B la piattaforma di raccordo fra A ed il ponte mobile; C la copertura del tunnel che contiene il ponte mobile in condizioni di stallo; D il sistema di raccordo fra B e l’inizio del ponte mobile; E le paratoie o porte vinciane che racchiudono il tunnel (sagomate come la sponda H in modo da ridurre l’impatto paesaggistico quando il ponte mobile risulta non attivo); F le vie di corsa posizionate sul fondale G (regolano la movimentazione del ponte).
    FIGURA 13
    Evidenziamo gli stessi elementi della FIGURA 12 ma con acqua L entro la bocca di porto; si osservi che tutti gli elementi del ponte mobile non sono visibili o presentano un impatto paesaggistico trascurabile.
    FIGURA 14
    La bocca di porto viene qui indicata senza acqua per evidenziare le parti del ponte mobile sotto il livello del mare. Inizia allarme alta marea e viene attivata  l’apertura del ponte mobile. Comincia ad aprirsi la paratoia scorrevole indicata con A.
    FIGURA 15
    Stessa situazione di FIGURA 14 ma con acqua presente. Inizia l’allarme alta marea e comincia aprirsi la paratoia A (in ambedue le sponde della bocca di porto); nel tunnel C (vedi FIGURA 12) è presenta acqua di mare con pelo libero alla stessa quota della bocca di porto per cui l’apertura delle paratoie può avvenire senza particolari problemi.
    FIGURA 16
    La figura illustra sempre la zona delle operazioni senza la presenza dell’acqua di mare.  Dopo l’apertura della paratoia A inizia ad uscire il ponte mobile B (sia da una sponda che dall’altra). Il ponte, con i cassoni opportunamente alleggeriti viene trascinato lungo le guide F (vedi FIGURA 12); la conformazione del modulo in uscita in C (punto di attacco alle guide F) permette l’asportazione di eventuali accumuli di sabbia.
    FIGURA 17
    Dopo l’apertura della paratoia A inizia ad uscire il ponte mobile B (sia da una sponda che dall’altra).
    FIGURA 18
    I due ponti mobili continuano ad uscire dai rispettivi tunnels di stallo; è possibile prevedere velocità medie di percorrenza variabili fra 20-30 e 50-60 cm/sec.
    FIGURA 19
    Operazione conclusa. In questa situazione il ponte è transitabile durante i periodi di alta marea ordinaria  durante le 3-4 ore a cavallo dei colmi e dei ventri. In situazioni di allarme marea il sistema è pronto a resistere ai sovralzi di marea che si formano a mare.

     

    In situazione di acqua alta abbiamo la situazione illustrata nelle figure 20 e 21.

     

    FIGURA 20
    In situazione di allarme marea la transitabilità lungo il ponte viene sospesa. Il livello a mare si alza rispetto al livello in laguna (marea meteorologica).
    FIGURA 21
    Il livello a mare continua ad aumentare fino ad arrivare al valore maggiore (colmo di marea) di 2,5 e più metri oltre la quota in laguna. In questa configurazione il sistema è idoneo a fronteggiare mareggiate e forti venti. La gronda lagunare non è toccata da sovralzi del pelo libero a mare.

     

    In condizioni non operative i ponti mobili non sono visibili nelle bocche di porto (vedi figura 8 e figura 13) e risultano parcheggiati entro i tunnels interrati (figura 3).

    Una possibile soluzione del sistema a ponti mobili, alla bocca di Lido, viene visualizzato nella figura 24.

     

    FIGURA 22
    Il livello a mare ritorna ad essere confrontabile con quello in laguna. Il ponte mobile può essere riaperto; in A avviene lo sgancio ed ognuna delle due parti del ponte mobile ritorna all’interno del corrispondente tunnel di stallo.
    FIGURA 23
    Dopo la chiusura delle due paratoie A si ritorna alla situazione originaria.
    FIGURA 24
    Ipotesi di soluzione viaria alla Bocca di Lido. A indica le strade di accesso (doppia corsia); B le zone di ingresso al ponte mobile (con parcheggi e biglietteria); C indica i manufatti esterni (stazioni di gestione del ponte mobile); F indica il sedime dei tunnels coperti (interrati) che permettono lo stallo dei ponti quando non operativi; E indica il sedime a mare occupato dai ponti quanto operativi; G i manufatti di controllo delle operazioni.

     

    La figura 25 ripropone la soluzione alla bocca di Lido evidenziando specificatamente gli elementi che in condizioni normali risultano a vista e modificano effettivamente la morfologia locale rispetto alla situazione attuale.

     

    FIGURA 25
    Ipotesi di soluzione viaria alla Bocca di Lido. Rispetto alla figura 24 non vengono evidenziate le parti interrate o nascoste. A indica la strada di accesso; B la zona di ingresso al ponte mobile; C i manufatti esterni di manovra; F indica la nuova penisola a mare  dove è posizionato il tunnel di stallo collocato in corrispondenza al molo sud della bocca di Lido; G indica i manufatti di controllo delle operazioni.

     

    Allo stesso modo le figure 26/27 e le figure 28/29, illustrano una possibile soluzione rispettivamente alla bocca di Malamocco e alla bocca di Chioggia.

     

    FIGURA 26
    Ipotesi di soluzione viaria alla Bocca di Malamocco. A indica le strade di accesso (doppia corsia) e le sistemazioni viarie complementari; B le zone di ingresso ai ponti mobili (con parcheggi e biglietteria); C indica i manufatti esterni (stazioni di gestione del ponte mobile); D indica il sedime dei tunnels coperti (interrati) che permettono lo stallo dei ponti quando non operativi; F indica il sedime a mare occupato dai ponti quando operativi; E indica i manufatti di controllo delle operazioni.
    FIGURA 27
    Ipotesi di soluzione viaria alla Bocca di Malamocco; la figura 27 è uguale alla figura 26 ma non vengono evidenziati i manufatti interrati e viene rappresentata la situazione di ponte non operativo. A indica le strade di accesso e le sistemazioni viarie complementari; B le zone di ingresso al ponte mobile (con parcheggi e biglietteria); C indica i manufatti esterni per la gestione del ponte mobile; E i manufatti di controllo delle operazioni.
    FIGURA 28
    Ipotesi di soluzione viaria alla Bocca di Chioggia. A indica le strade di accesso (doppia corsia); B indica i manufatti esterni (stazioni di gestione del ponte mobile); C indica il sedime del tunnel coperto (interrato) che permette lo stallo del ponte quando non operativo; F indica il sedime a mare occupato dal ponte quando operativo; D i manufatti di controllo delle operazioni.
    FIGURA 29
    Ipotesi di soluzione viaria alla Bocca di Chioggia; viene riproposta la figura 28 ma senza evidenziare i manufatti interrati e nell’ipotesi di ponte non operativo. A indica le strade di accesso; B indica i manufatti esterni (stazioni di gestione del ponte mobile); D i manufatti di controllo delle operazioni.

     

    E’ stata eseguita una piccola valutazione economica di massima per definire gli oneri economici necessari ad attuare l’intervento di protezione di Venezia dall’acqua alta col sistema dei ponti mobili; la valutazione economica è afferente alla ipotesi di soluzione proposta nelle figure 24, 26 e 28:

    1] esecuzione delle strade di accesso, di  avvicinamento, delle aree di scambio e di sosta: sono stimati 2,5 milioni di euro per la bocca di Lido, 2 milioni per Malamocco e 1,6 milioni per Chioggia;

    2] scogliere ed opere marine correlate: sono stimati 5 milioni di euro per Lido, 0,5 milioni per Malamocco e 0,5 milioni di euro per Chioggia;

    3] opere civili relative all’esecuzione dei tunnels di stallo: 55 milioni di euro per Lido, 33 milioni per Malamocco e 22 milioni per Chioggia;

    4] opere di carpenteria metallica e finiture per i “ponti mobili”: 50 milioni di euro per il Lido, 31,5 milioni di euro per Malamocco e 26,5 milioni di euro per Chioggia;

    5] opere elettriche e meccaniche: 10 milioni di euro per il Lido e 9 milioni di euro rispettivamente per Malamocco e Chioggia;

    6] opere civili di servizio (controllo, guardiania, manutenzione): 10 milioni di euro per Lido e 9 milioni di euro rispettivamente per Malamocco e Chioggia;

    7] opere civili relative ai ponti mobili in assetto operativo: 140 milioni di euro per Lido, 84 milioni per Malamocco e 72 milioni per Chioggia;

    8] sistemazione viabilità a Pellestrina e Lido: 60 milioni di euro;

    9] sistemazione viabilità a Chioggia e Cavallino: 10 milioni di euro;

    10] sistema di allertamento ed intervento: 15 milioni di euro;

    11] lavori integrativi e vari: 60 milioni di euro.

    Abbiamo quindi un totale complessivo per lavori pari a circa 727 milioni di euro. A questa cifra vanno sommati oneri per rilievi ed indagini, acquisizioni aree, accantonamenti di legge, spese tecniche, spese di pubblicità, spese per attività di supporto, imposte, imprevisti e altro, valutabili in 223 milioni di euro. Il totale complessivo ammonta quindi a circa 950 milioni di euro.

    Vediamo alcuni lati positivi della soluzione proposta:

    1) si ottiene una chiusura ermetica, fra mare e laguna, in situazione di acqua alta eccezionale. E’ quindi eliminato il problema dell’apporto residuo di portata in laguna legato alla conformazione del sistema delle paratoie mobili previsto dal progetto MO.S.E. La chiusura ermetica allunga l’intervallo temporale entro cui fronteggiare l’acqua alta entro la gronda lagunare durante eventi meteorologici avversi;

    2) il sistema è bidirezionale, quindi sono efficacemente fronteggiabili le sollecitazioni legate ai sovralzi di marea che si sviluppano a mare e le sollecitazioni legate a repentine variazioni di flusso alle bocche all’instaurarsi di particolari campi di vento (sovralzi differenziali con bora e scirocco);

    3) il sistema ha un impatto sociale immediato, durevole, ben accettato, da subito e nel tempo, in quanto rende possibile un sistema di mobilità impensabile per gli abitanti di Lido e Pellestrina. In condizioni ordinarie la viabilità può essere garantita per 5-6 ore ogni giorno; in via eccezionale (compatibilmente con il tipo di marea astronomica e con le esigenze portuali) il sistema può permettere la chiusura delle bocche di porto anche per periodi di 1 o più giorni;

    4) l’instaurazione di un sistema di pedaggi, a pagamento per i visitatori e ridotto o nullo per i residenti, permette un ritorno economico non di eccezionale rilevanza ma comunque in grado di abbattere buona parte delle spese annuali necessarie alla manutenzione ordinaria dell’opera;

    5) il sistema presenta un impatto paesaggistico trascurabile in quanto, nelle situazioni di stallo, i ponti mobili sono completamente interrati e nascosti al campo visivo;

    6) le tecnologie per realizzare l’opera nei suoi varia aspetti sono mature e relativamente affidabili. Una buona progettazione può annullare buona parte delle perplessità che possono sorgere da una iniziale presa di visione della proposta;

    7) il sistema a ponti mobili costa leggermente meno del sistema MO.S.E. e comporta ricadute sociali e ricavi annuali di gestione di ben altra valenza;

    8) il sistema dei ponti mobili permette di operare scelte progettuali che aumentano la sicurezza della soluzione e tiene adeguatamente conto dell’impossibilità di valutare con precisione sufficiente la variabilità dei parametri meteo-marini di riferimento per i dimensionamenti e le verifiche.

    Ovviamente esistono alcuni lati negativi:

    1) viene modificato il fondale in corrispondenza alle linea di scorrimento dei ponti mobili. La necessaria modificazione morfologica al fondale (del resto abbondantemente presente anche nel progetto MO.S.E.) può tuttavia essere mitigata operando opportune scelte tecniche sul dimensionamento delle piastre di supporto;

    2) se non è accettato dalla popolazione l’abbandono per Lido e Pellestrina della condizione di isole, il sistema non è da prendere in considerazione;

    3) pur se in misura inferiore rispetto al sistema MO.S.E., gli oneri economici preventivabili non sono comunque trascurabili.

    —- o —-

    Padova, 20 ottobre 2005

    ing. Giuliano Zen

    Posizione A1070 dal 1986, Ordine di Treviso.

  • PUNTO DI RUGIADA

    Il punto di rugiada (in inglese dew point) è un preciso stato di temperatura e pressione nel quale una miscela liquido-vapore diviene satura di vapore (cioè non ne può contenere di più). Sopra il punto di rugiada (cioè a temperatura maggiore e/o a pressione minore) si ha la presenza solo di vapore, mentre sotto il punto di rugiada (cioè a temperatura minore e/o a pressione maggiore) il sistema costituito da un liquido è in equilibrio con il suo vapore (sistema bifase). Se il punto di rugiada avviene ad una temperatura sotto zero abbiamo il punto di brina (congelamento).

    In climatologia la temperatura di rugiada  è quella temperatura, a pressione costante, alla quale la miscela aria-vapore diventa satura di vapore acqueo. Quindi la temperatura di rugiada è la temperatura a cui deve essere portata l’aria affinchè condensi (ad es. in rugiada) il vapore d’acqua in essa presente, senza alcun cambiamento di pressione. In queste condizioni qualsiasi eccedenza di vapore acqueo passerà allo stato liquido. In modo diverso possiamo scrivere che il punto di rugiada è quella temperatura a cui una massa d’aria deve essere raffreddata, a pressione costante, affinché diventi satura. Quando la percentuale di vapore raggiunge il 100% della quantità possibile nell’aria a quella temperatura comincia a condensare (perdendo calore) portando alla formazione di brina o rugiada o nebbia a causa della presenza di minuscole goccioline di acqua in sospensione.

    Per data pressione, e indipendentemente dalla temperatura, il punto di rugiada indica l’umidità specifica dell’aria. Se la pressione dell’aria aumenta senza cambiare l’umidità specifica aumenterà anche il punto di rugiada. Una riduzione di umidità specifica causa il ritorno del punto di rugiada allo stato iniziale. Uno stesso punto di rugiada in pianura e in montagna sottintende che in montagna (pressione più bassa) c’è più vapore acqueo che in pianura (pressione più alta). Di converso per data temperatura, e indipendentemente dalla pressione, il valore del punto di rugiada indica l’umidità assoluta dell’aria. In questo caso se aumenta la temperatura l’umidità assoluta aumenterà anche il punto di rugiada e una riduzione di umidità assoluta farà regredire il punto di rugiada al suo valore iniziale. Nello stesso modo incrementare l’umidità assoluta dopo un calo della temperatura porta il punto di rugiada al livello iniziale. Lo stesso punto di rugiada in pianura (temperatura normalmente maggiore) e in montagna (temperatura normalmente inferiore) sottintende che in un metro cubo di aria il peso del vapore è lo stesso.

    La quantità di vapore acqueo che può essere contenuta in aria dipende da temperatura e pressione. Se aumenta la temperatura l’aria contiene più vapore acqueo, se diminuisce la temperatura si riduce il quantitativo sino a raggiungere il punto di rugiada in quanto il punto di rugiada rappresenta la condizione alla quale il vapore si condensa e si separa sotto forma di acqua. Come già scritto il punto di rugiada è associato all’umidità relativa;  umidità relativa molto alta  indica una temperatura prossima al punto di rugiada; al 100% di umidità relativa il punto di rugiada coincide con la temperatura. Partendo da un punto di rugiada costante un successivo incremento della temperatura non può che portare ad una diminuzione dell’umidità relativa (per questo un clima equatoriale può essere percepito come molto umido anche se a bassa umidità relativa).

    Di notte a seguito irragiamento termico la temperatura può diminuire fino a raggiungere il punto di rugiada; a questo punto la temperatura tende sempre più a decellerare nell’abbassamento in conseguenza della liberazione del calore latente di condensazione (sopra lo zero termico) o del calore latente di sbrinamento (al di sotto dello zero termico). Questi “calori” vengono comunque dissipati, ma più lentamente, sempre per irragiamento. Ma tanto più basso è tale valore di saturazione tanto meno vapore è presente in atmosfera, tanto meno vapore sarà disponibile alla condensazione/brinamento e minore sarà la liberazione del calore latente da dissipare per irragiamento. In tal caso la temperatura continuerà a scendere a un tasso più basso (anche in modo costante nel caso di bassissime temperature). Allo stesso modo tanto più alto è tale valore tanto più il tasso di riduzione si smorzerà fino al caso limite della stazionarietà.

    Punto di rugiada e l’umidità relativa sono quindi strettamente correlati: quando la temperatura si avvicina al punto di rugiada l’umidità relativa aumenta (ad esempio nelle ore notturne); viceversa quando la temperatura si allontana dal punto di rugiada l’umidità relativa non può che diminuire (ad esempio nelle ore diurne).

    Il punto di rugiada del resto non è altro che una misura della presenza di acqua nell’aria essendo il punto di rugiada una misura della pressione parziale del vapore acqueo. Quando le temperature notturne scendono al punto di rugiada si forma la rugiada e c’è un rallentamento della caduta di temperatura. L’umidità relativa è la pressione parziale ambientale dell’acqua divisa per la pressione del vapore di saturazione dell’acqua per la temperatura ambiente. In genere a differenze di 15-20°C fra temperatura dell’aria e il punto di rugiada corrisponde una umidità relativa intorno al 50%.

    In condizioni desertificate l’umidità relativa sarà generalmente molto inferiore al 100% (se non nel momento in cui i venti trasportano vapore acqueo da altra parte). Se l’aria in aree desertificate viene riscaldata (ad es. al sorgere del sole) aumenta di temperatura ma essendo caratterizzata da bassa umidità relativa avrà anche maggior capacità di trattenere più molecole di acqua senza arrivare a condensare.

  • Convezione

    La convezione è un tipo di trasporto di materia e di energia causato da un gradiente di pressione e dalla forza di gravità. La convezione è caratterizzabile da moti di circolazione interni ad un fluido.

    Se il moto convettivo è associato ad uno scambio di calore si parla di convezione termica. La convezione termica è di fatto uno dei 3 modi in cui si trasmette il calore (convezione, conduzione e irragiamento). Il calore che un dato sistema può cedere (ad altri sistemi, al suo interno o all’ambiente circostante) non può che essere uguale a quello che l’altro sistema riceve e per il secondo principio della termodinamica spontaneamente il calore viene ceduto dal sistema a maggior temperatura verso quello a minore temperatura. Il fenomeno della convezione termica si ottiene quando un fluido (può essere l’acqua o l’aria) entra in contatto con un corpo la cui temperatura è maggiore di quella del fluido stesso. Aumentando di temperatura per conduzione, il fluido a contatto con l’oggetto si espande e diminuisce di densità e a causa della spinta di Archimede sale essendo meno denso del del fluido che lo circonda che è più freddo (generando moti convettivi in cui il fluido caldo sale verso l’alto e quello freddo scende verso il basso).

    In atmosfera una temperatura più elevata determina maggiore convezione. La Terra ospita contemporaneamente qualche centinaio di tempeste tropicali. La fenomenologia di queste tempeste dipende sostanzialmente dal contenuto di vapore acqueo e dalla temperatura). Queste tempeste possono trasferire enormi quantità di energia dalla superficie allo spazio. Senza questo trasferimento di energia la superficie terrestre sarebbe significativamente più calda.  La convezione mantiene ai tropici una temperatura realtivamente stabile, anche con l’aumento in atto delle temperature medie causato dai cambiamenti climatici; infatti un maggior riscaldamento aumenta di intensità la convezione al punto da compensare l’aumento delle stesse temperature connesse all’aumento della concentrazione di CO2.

  • Temperatura

    La temperatura di un corpo è la misura dello stato di agitazione delle entità molecolari dalle quali è costituito il corpo stesso. In meteorologia la temperatura dell’aria è la temperatura che caratterizza l’atmosfera terrestre.

    La temperatura può essere utilizzata per prevedere la direzione verso la quale avviene lo scambio termico fra due corpi. La differenza di temperatura tra due corpi in contatto termico determina un flusso di calore in direzione del corpo meno caldo finché il sistema dei due corpi non raggiunge uno stato di equilibrio termico.

    Esistono i termometri di misurazione della temperatura dell’aria in atmosfera nelle capannine meteorologiche con circolazione naturale dell’aria. Si tratta normalmente di termometri a liquido o a resistenza destinati a descrivere la temperatura dell’aria in atmosfera. In realtà i termometri a liquido evidenziano la temperatura che lo stesso liquido ha acquisito mentre i termometri a resistenza mostrano la temperatura che la stessa resistenza ha acquisito. In senso stretto non quantificano quindi la temperatura dell’aria. Inoltre l’incidenza della radiazione infrarossa delle pareti che costituiscono una capannina meteorologica è difficilmente valutabile e il trasferimento del calore nell’ambito del volume della capannina, correlato al movimento naturale circolatorio dell’aria, è più lento rispetto al calore trasmesso dalle radiazioni infrarosse.

    La curva della temperatura è un segnale a forma sinusoidale correlato principalmente all’andamento a forma sinusoidale della irradiazione solare. La curva della temperatura diurna normalmente procede con decadimento esponenziale al progredire della notte in conseguenza soprattutto dalla emissione di calore dalla superficie secondo la legge di Planck. La radiazione termica proveniente dalla superficie aumenta durante il giorno man mano che il Sole riscalda ma quando l’apporto del Sole inizia a diminuire l’attività di radiazione dalla superficie diventa dominante.

    La misurazione della temperatura a fini meteorologici e climatici dovrebbe tener conto di valori integrati caratteristici della curva della temperatura giornaliera (grado-giorno). Utilizzare il valore di grado-giorno eliminerebbe anche la ricerca di un valore mediano della temperatura. Ancora adesso prevale il calcolo “temperatura massima” più “temperatura minima” diviso per 2; ma tale calcolo non è una media. E’ un valore mediano non di grande utilità per descrivere, pur se riassuntivamente, la distribuzione delle temperature.

    In realtà la temperatura dell’aria è comunque un indicatore distorto del contenuto di calore che qualifica maggiormente il clima. Sarebbe meglio stimare l’entalpia al posto della temperatura ovvero tener conto contemporaneamente sia di temperatura che di umidità dell’aria. La sola temperatura mediana, o anche media, può avere lo stesso valore per climi molto diversi ma permane un indicatore inadeguato (pensiamo ai climi “diversi” fra zone con “calore secco” e zone con “calore umido” pur avendo analoghi valori di temperatura mediana o media). L’entalpia sarebbe una misura del contenuto di calore e la semplice somma dei corrispondenti valori porterebbe a risultanze omogenee in termini di tendenza climatica.

  • Sensibilità Climatica

    La sensibilità climatica è un metro per quantificare gli effetti dei cambiamenti climatici. Si esprime normalmente come incremento della temperatura media globale al raddoppio della concentrazione di anidride carbonica. Il valore della sensibilità climatica non è noto e varia soprattutto a seconda dello studio preso in considerazione (valori correnti variano da 1,5 a 6°C di aumento in presenza di una concentrazione di anidride carbonica doppia rispetto a quella dei secoli passati).  La variabilità dipende dalla varietà di modelli climatici, dalla capacità del modello di valutare l’effetto serra e soprattutto dal fatto che si tenga conto o non si tenga conto dei vari fattori climatici (vapore acqueo, nuvole, concentrazioni di gas serra, ecc…)

  • Mauna Loa

    Mauna Loa è una stazione di rilevamento di dati meteo-climatici localizzata presso il vulcano di Mauna Loa nelle isole Hawaii. La stazione in particolare monitorizza e registra la concentrazione di anidride carbonica. L’anidride carbonica è uno dei principali gas serra. La stazione di Mauna Loa ha cominciato le sue rilevazioni nel 1958. All’epoca la prima misurazione mostrò una concentrazione di anidride carbonica di 315 parti per milione in volume (ppmv). La misura parti per milione in volume significa che, per ogni milione di molecole d’aria, 315 sono di anidride carbonica. Dal 1958 la concentrazione di anidride carbonica è aumentata in maniera costante secondo la curva di Keeling.

  • Invarianza termoclimatica

    Con invarianza termoclimatica si intende l’attuazione di modalità costruttive fra una situazione edilizio-urbanistica precedente ed una successiva finalizzate ad azzerare gli squilibri indotti dagli apporti energetici integrativi di natura antropica e gli squilibri energetici indotti dall’aumento del locale tasso di impermeabilizzazione.

    Vedi qui per visionare alcuni esempi applicativi.

  • Rapporto di Bowen

    Indicato normalmente con β. Il rapporto di Bowen è il rapporto fra  calore sensibile QE e il calore latente QL. Quindi

    β=QE/QL .

    Dopo Stull (1988) abbiamo i seguenti valori tipici del rapporto di Bowen in funzione del tipo di copertura del terreno:

    regioni semi-aride: 5

    terreni erbosi: 0,5

    foreste: 0,5

    terreni erbosi irrigati: 0,2

    mare: 0,1

    I massimi giornalieri tipici del rapporto di Bowen in città secondo Piringer e altri (2002) sono:

    aree residenziali: 1,2-2 ,

    aree industriali: circa 4,4 ,

    aree centro città: circa 9,8 .

    Il rapporto di Bowen è in ogni caso molto variabile e dipende in particolare dalle precipitazioni.

    Nelle aree urbane è più alto rispetto alle aree rurali. Infatti l’impermeabilità delle superfici nelle città riduce nel suolo l’umidità disponibile per l’evaporazione a discapito del flusso di calore latente QL; perciò dopo qualche giorno senza pioggia β arriva a valori piuttosto elevati.

    Tuttavia, se l’atmosfera è satura QL non può aumentare ulteriormente e β raggiunge un valore limite: il rapporto di Bowen di equilibrio βE (sopra i mari e gli oceani l’evaporazione è limitata dall’umidità dell’aria).  βE  diminuisce esponenzialmente con la temperatura quindi l’importanza di QL è maggiore sopra gli oceani equatoriali che nei mari polari.

  • Densità apparente

    E’ la massa per unità di volume.

    Torba: vale 800 kg*m-3

    Sabbia compatta: vale 1.800 kg*m-3

  • Calore specifico

    In termini di peso quantità di energia da fornire ad un corpo per innalzare di 1 grado 1 kg di sostanza (J*kg-1*K-1).

    Normalmente si indica con Cs.

    Valore per suolo argilloso con poca acqua: 840 J*kg-1*K-1

    Calore specifico a pressione costante dell’aria secca: 1.005 J*kg-1*K-1 .

    In termini di volume quantità di energia da fornire ad un corpo per innalzare di 1 grado 1 volume unitario di sostanza (J*m-3*K-1).

    Normalmente si indica con Cv.

  • Capacità Termica

    Quantità di energia da fornire ad un corpo per innalzare di 1 grado la sua temperatura (J*K-1)

  • Unità di misura

    Forza: Newton (1N=1kg*m*s-2)

    Pressione: Pascal (1Pa=1N/m2)

    Energia: Joule (1J=1 N * m)

    Flusso di energia: F=1J/s=1 W

    Densità di flusso: D=1J*s-1*m-2=1W*m-2

  • Inerzia termica

    L’inerzia termica (o ammettenza termica), usualmente indicata con μ, è la misura della risposta termica di una superficie ad un flusso di calore (combina conduttività e capacità termica). Essa dipende dai materiali che compongono le superfici, ma nelle città un fattore determinante è anche la struttura cava degli edifici. La struttura cava degli edifici riduce i valori μ (Oke, 1981).

    L’inerzia termica è leggermente più alta nelle aree urbane rispetto alle aree rurali: 1800 J/(m2s1/2K) contro 1500 J/(m2s1/2K) secondo Baklanov et al. (2004).

    A seguire valori tipici di inerzia termica per alcune superfici rurali e urbane (Oke, 1981).

    Materiale / ammettenza termica (J*m-2*s-1/2*K-1)

    suolo torboso / 300 – 1300

    suolo limoso / 600 – 1500

    suolo sabbioso / 620 – 2550

    suolo argilloso / 600 – 2210

    neve  / 240

    acqua (a 20°C) / 1580

    roccia  / 1700 – 3400

    legno  / 200 – 540

    mattoni / 1070

    vetro  / 1110

    calcestruzzo / 150 – 2370

    asfalto / 1230 – 1680

    pietra / 2220

    campagna / 1000 – 2000

    terreno misto (bosco, palude, coltivato) / 1600 – 3000

    aree suburbane / 800 – 1700

    canyon urbano   / 1730

    aree urbane  / 1200 – 2100

  • Aerosol

    AEROSOL

    Le maggiori concentrazioni di aerosol nelle aree urbane riducono leggermente la radiazione solare entrante, ma aumentano leggermente la radiazione infrarossa entrante.

    D’altra parte l’albedo delle aree urbane è generalmente leggermente più bassa (per effetto delle superfici più scure e delle riflessioni multiple all’interno dei canyon urbani) e questo riduce la radiazione solare uscente .

    Al contrario, sebbene l’emissività delle aree urbane sia leggermente più bassa di quella delle aree rurali (0.85-0.95 contro 0.98), la temperatura più elevata (a causa delle isole di calore) aumenta la radiazione infrarossa uscente.

    Queste variazioni delle quattro componenti del bilancio radiativo tendono a compensarsi fra loro, e alla fine la radiazione netta non varia significativamente.

  • Watt

    Il watt (W) è una unità di potenza e misura la velocità con cui l’energia viene utilizzata.

    Un watt è definito come un joule di energia al secondo.

    Quindi 1 kWh equivale al consumo di 1000 joule ogni secondo per  1 ora. Essendo composta 1 ora da 3600 secondi vale 1 kWh = 1000 x 3600 joule o 3,6 milioni di joule o 3,6 megajoule (3,6 MJ).

    Volendo ragionare sul consumo di varie forme di energia per un periodo di un giorno intero si dovrà utilizzare unità di kWh/giorno.

    Volendo ragionare sui valori energetici afferenti una superficie unitaria di 1 metro quadrato i valori energetici saranno in unità di kWh/(giorno*m2) o MJ/(giorno*m2).

  • Radiazione netta RN

    La Radiazione netta (usualmente indicata con RN o Q*) indica l’energia disponibile in superficie (in genere ripartita fra Calore sensibile QE, Calore latente QL, Calore del suolo QS e processi metabolici).

  • Calore latente QL

    Calore conseguente a evaporazione dell’acqua o alla condensazione del vapore d’acqua.

    E’ normalmente indicato con QL (ma anche con LE o λE).

    Il flusso di calore latente QL è correlato al cambiamento di stato; non c’è aumento di temperatura ma una trasformazione dello stato fisico della materia.

    Correlato al flusso di calore latente QL abbiamo i fenomeni di traspirazione delle piante, di evaporazione d’acqua dal suolo e l’eventuale condensazione sulle superfici interne di un volume coperto.

    In ambito urbano la mancanza di vegetazione e la copertura del terreno con edifici e asfalti impedisce all’energia solare di indurre evaporazione o, più in particolare, evapotraspirazione nelle piante. In particolare con l’evapotraspirazione il calore latente QL viene “esportato” dal terreno riducendo la temperatura. Se manca “vegetazione” o anche solo “terreno scoperto” la parte di energia solare dedicata al processo evaporativo o evapotraspirativo passa invece ad alzare la temperatura delle superfici e quindi dell’aria.

    Il calore latente di vaporizzazione varia con la temperatura secondo la relazione (Harrison, 1963)

    λE=2,501-(2,361*10-5)*T dove

    T e’ la temperatura in °C mentre

    λE è il calore latente espresso in MJ/Kg .

    Volendo conoscere la quantita’ di energia utilizzata per far evaporare una certa quantita’ di acqua è sufficiente moltiplicare quest’ultima quantità per λE.

    Negli ambiti antropizzati tipici delle città americane i massimi giornalieri tipici di calore latente QL variano da 10 a 235 W/m2 (Piringer e altri, 2002).

    Il calore latente QL è quindi il calore richiesto nella vaporizzazione dell’acqua. In ambito rurale il processo è chiamato “evapotraspirazione” perché è la combinazione di due processi: 1) l’evaporazione diretta dell’acqua e 2) la traspirazione ovvero il movimento dell’acqua dal suolo, attraverso le piante, verso l’atmosfera. L’energia da fornire necessaria per entrambi i processi è la medesima. Poiché l’energia viene utilizzata per evaporare l’acqua da una superficie, il calore viene “ritirato” con il vapore acqueo e la superficie si raffredda. Il fenomeno si può constatare osservando il raffreddamento del corpo umano quando evapora il sudore e allo stesso modo è constatabile per la Terra quando il vapore acqueo si forma e viene trasportato verso l’atmosfera.

    Il calore latente di vaporizzazione dell’acqua a temperatura ambiente è circa 2,46 milioni di joule per kg di acqua. Essendo 1 kWh è pari a 3,6 milioni di joule 1 kWh di energia evaporerà 3,6 diviso per 2,46 ovvero 1,46 kg di acqua.

    Consideriamo 1 kWh/(m2*giorno). Distribuito su 1 metro quadrato 1,46 kg di acqua (che 1 kWh di energia è in grado di far evaporare) avrebbe una profondità di 0,146 cm. Se in una superficie permeabile vengono spesi 2 kWh/(m2*giorno) di energia per far evaporare l’acqua, verrano quindi “eliminati” l’equivalente di 0,292 cm di acqua al giorno. In 365 giorni (1 anno) ciò equivarrebbe a circa 107 cm di acqua. 107 cm di acqua sono essenzialmente pari a circa un decimo circa delle precipitazioni annuali che normalmente accadono in gran parte del territorio della pianura veneta. Su una superfice permeabile la perdita di calore latente QL comporta una evapotraspirazione annuale pari a circa la metà della precipitazione annuale e QL è stimabile in 1 kWh/(m2*giorno). Infatti  se 1 kWh comporta l’evaporazione di 0,146 cm di acqua al giorno ne consegue che in un anno con 1 kWh/(m2*giorno) di calore vengono “eliminati” 0,146*365=53,29 cm di acqua. In una superficie completamente impermeabilizzata l’acqua di pioggia viene fatta defluire al sistema fognario e non è più disponibile per l’evaporazione.

    Il calore latente di vaporizzazione dell’aria umida (espresso in J/kg) dipende dalla temperatura T secondo la relazione seguente: λE = 2.50 *106 – 2250 * (T – 273,15).

    Il calore latente quindi “porta via” dalla superficie una certa aliquota di energia termica. Il calore latente viene trasferito dalla superficie all’atmosfera superiore quando l’acqua viene vaporizzata in superficie per semplice evaporazione o per traspirazione attraverso le piante. Una superficie completamente impermeabile non può far evaporare l’acqua e un terreno privo di alberi e altre piante non può traspirare. In genere aumentare il numero e la densità di alberi e piante promuove una maggiore evapotraspirazione aumentando di conseguenza l’energia termica latente QL persa dalla superficie; a seguire la temperatura della superficie diminuisce. Di converso se di calore latente diminuisce la superficie tende ad immagazzinare energia sotto forma di calore e la temperatura aumenta. L’aria in movimento (vento) aumenta generalmente la quantità di produzione di energia latente, abbassando l’accumulo di calore e abbassando la temperatura.

    Gli input energetici di energia radiante e calore antropogenico sono bilanciati da termini energetici quali calore latente, calore sensibile e accumulo di calore nel terreno e altri materiali.

  • Calore accumulato QS

    Con calore accumulato QS si intende l’energia assorbita dai materiali in superficie: edifici, pavimentazione, suolo, ecc…

    Durante il giorno il sole riscalda a diversi gradi. Notoriamente stare seduti sotto un albero è notevolmente più fresco rispetto a stare seduti in pieno sole; l’ambiente esposto al sole assorbe più calore di accumulo.

    Il calore di accumulo QS in parte viene trasferito all’atmosfera (ad es. la superficie sotto l’albero si raffredderà la sera dopo il tramonto) e in parte rimane negli oggetti anche per diversi giorni per essere completamente rilasciato al verificarsi di una giornata più fresca.

    In genere l’apporto di energia solare inizia a diminuire durante il normale ciclo annuale circa un mese prima che la temperatura media mensile di una data zona inizi effettivamente a scendere. Questo “ritardo” nel cambiamento di temperatura indica che il calore viene immagazzinato mentre la città si riscalda e poi viene rilasciato lentamente in seguito, arrivando a riscaldare l’atmosfera anche se il contestuale apporto di energia è in diminuzione. L’accumulo termico nelle masse edilizie comporta un effetto di sfasamento temporale, in quanto gli edifici accumulano calore di giorno e lo restituiscono durante la notte. Quindi di notte l’aria continua ad essere riscaldata dalle pareti degli edifici.

    Il calore G nel terreno può essere stimato dalla relazione

    G=KRN

    essendo

    K una costante compresa fra 0,1 e 0,4 e

    RN la radiazione netta pervenuta al suolo.

    La relazione precedente non vale di notte (volendo tener conto anche del periodo notturno si pone normalmente K=0,5).

    Per quanto riguarda l’ambiente non antropizzato il calore accumulato QS è normalmente trascurato quando si trattano situazioni caratterizzate da suoli non coperti da alberi; QS diventa invece in qualche modo significativo in presenza di vegetazione ad alto fusto, specialmente attorno all’alba ed al tramonto, quando tale termine risulta essere dello stesso ordine di grandezza della radiazione netta in arrivo. Quando la superficie è interessata da neve o ghiaccio il termine diventa inoltre più importante in quanto include l’energia utilizzata per la fusione.

    Secondo Piringer a altri (2002) i massimi giornalieri tipici di flusso di calore QS immagazzinato in città variano fra 150 a 280 W/m2.

    In genere nelle aree non antropizzate QS non compare nel bilancio energetico in quanto assume valori relativamente trascurabili. Nelle aree antropizzate QS dipende dai materiali, dalla geometria della struttura urbana e dalla densità degli edifici.

  • Calore sensibile QE

    In riferimento all’atmosfera a quota terreno con calore sensibile, qui indicato con QE, si indica il riscaldamento o il raffreddamento dell’aria (conduzione, convenzione, avvezione). I massimi giornalieri tipici di flusso di calore sensibile in città varia da 120 a 310 W/m2 (Piringer e altri, 2002).

    Il calore sensibile QE è quindi il calore percepibile. Il calore sensibile si riferisce al trasferimento di calore (avanti e indietro) tra atmosfera e varie superfici. È il calore trasferito per conduzione all’interno di vari materiali superficiali e per convezione (verticale) o avvezione (orizzontale) mentre l’aria si sposta da un luogo all’altro. Il valore QE di calore sensibile dipende da tantissime variabili.

    L’atmosfera a contatto con la superficie terrestre è generalmente più calda dell’aria sovrastante perché riceve calore dalla superficie calda; il movimento verticale dell’aria si verifica quando l’aria calda superficiale viene sollevata nell’atmosfera da un’aria più pesante e più fredda che scende.

    Il calore sensibile QE associato al trasferimento di vento orizzontale dipende dalla velocità, direzione, temperatura e umidità dell’aria in movimento. Gli edifici possono raffreddarsi leggermente a causa del trasferimento di calore. Questo è il modo in cui il calore immagazzinato in strutture come edifici riscaldare l’aria ambiente. Proprio come nel caso di un termosifone, dove l’aria riscaldata sale, si mescola e trasporta il calore dalla sorgente e lo diffonde nell’ambiente, l’aria sopra la città sposta il calore dalla sorgente degli edifici e del pavimento.

    Su QE in un dato ambiente incide il vento. L’aria in arrivo può diminuire o aumentare la temperatura di un dato territorio, in funzione anche del contenuto di umidità trasportata (una aria più umida inibisce l’evaporazione locale dell’acqua e riduce qualsiasi possibile raffreddamento a seguito di trasferimento di calore latente).

    Il flusso di QE viene anche perso nell’atmosfera superiore mediante trasferimento di calore sensibile verticale quando l’aria dello strato limite viene miscelata verticalmente. Il calore sensibile laterale è normalmente associato ai venti. I venti possono riscaldare o raffreddare una regione sostituendo l’aria nella regione con aria nuova proveniente da una regione più calda o più fredda. Maggiore è il calore sensibile, maggiore è il raffreddamento della superficie a causa della perdita di energia.

    In qualsiasi territorio gli input di energia radiante e calore antropogenico sono bilanciati da altri termini energetici quali calore latente, calore sensibile e accumulo di calore nel terreno e altri materiali. Secondo Piringer (2002) valori tipi di QE nelle citta americane variano fra 120 e 310 W/m2.

    Vediamo il calore nel suolo. Il riscaldamento o raffreddamento del suolo (inteso come strato di materia) è in genere indicato con G. La densità del flusso di calore nel suolo è determinato dal gradiente di temperatura e dalla conduttività termica K attraverso la relazione G=-K(dT/dz). K è la quantità di calore che passa nell’unità di tempo attraverso una sezione unitaria di suolo in risposta ad uno specifico gradiente di temperatura. K indica in tal modo l’attitudine del suolo a favorire la propagazione di calore.

    La quantità di flusso di calore scambiato per conduzione Qcond può calcolarsi con la relazione

    Qcond = (AC/AG)(TI–TE)h essendo

    AC = area copertura [m2] ,

    AG= area di impronta dell’edificio [m2] ,

    TI = temperatura aria interna [K] ,

    TE = temperatura aria esterna [K] ,

    h = coefficiente di scambio termico della copertura [W/m2K] .

  • Calore antropico QT

    Con calore antropico QT si indica il calore legato all’uso di fonti energetiche per il trasporto, il riscaldamento, la generazione di energia elettrica, ecc.

    In generale QT diminuisce all’aumentare della densità di popolazione.

    L’Uomo genera e consuma tantissima energia. Ad esempio consuma energia per avere l’aria condizionata o consumo energia per autotrazione.

    Il consumo medio pro-capite di energia di una persona può essere un buon indicatore  della quantità media pro-capite di energia aggiunta all’ambiente. Un valore possibile per una grande  città può essere circa 400 KWh/(giorno*persona). Volendo convertire questa unità in KWh/(giorno*m2) è necessario conoscere quante persone occupano un metro quadrato nella medesima città. Se ad esempio la densità di popolazione fosse 0,00115 persone/m2 e nel caso una persona producesse 400 KWh/(giorno*persona) un metro quadrato di persone produrrebbe 400×0,00115=0,46 KWh/(giorno*m2) ovvero 0,46×1000/24 = 19,17 W/m2.

    Su un bilancio energetico di un’area rurale non si tiene conto in genere di alcuna produzione di calore antropico QT in quanto la densità di persone in un ambiente rurale è così bassa che la produzione di energia di queste persone si può considerare trascurabile.

    Oke stabilisce per città a latitudini temperate una media annua di calore antropico QT variabile tra 15 e 50 W/m2. Deriva la seguente tabella dallo studio di Miller del 1971:

    riscaldamento ed illuminazione: 25 Kcal/(cm2*giorno)

    circolazione urbana: 0,9 Kcal/(cm2*giorno)

    industria: 0,8 Kcal/(cm2*giorno)

    metabolismo umano: 0,1 Kcal/(cm2*giorno)

    La produzione di calore antropica  è completamente controllata dall’attività umana e con la produzione di calore antropica l’Uomo influenza anche pesantemente il clima locale. La produzione di calore antropico (mediamente 0,4 kWh/m2*giorno) è difficile da stimare e varia nel corso dell’anno al variare del fabbisogno energetico. Varia anche da una parte all’altra della stessa città, con valori maggiori dove c’è un’alta densità di utenti energetici, come nel centro delle città (molti edifici che richiedono illuminazione, riscaldamento e aria condizionata). La produzione di calore antropico è allo stesso modo elevata nelle aree di industria pesante.

    Anche se ogni persona ha esigenze “energetiche” diverse, un consumo medio pro capite di energia è un modo valido per valutare la produzione di calore antropico in una città. La densità della popolazione è un fattore da considerare; si può presumere in una città il valore di consumo energetico medio pro capite nazionale (11,23 kW).

    In certe grandi città la produzione di calore antropico QT è paragonabile a quella del sole. Allo stesso in un territorio con bassissima densità di popolazione questo input energetico può considerarsi essenzialmente trascurabile.

    Il calore di produzione antropica è correlato al calore generato dagli impianti di riscaldamento e al consumo elettrico. Ricordiamo che a seguito del D.P.R. 412/1993 ogni Comune italiano rientra in una determinata zona climatica (A, B, C, D, E ed F). Nel 2010 in media, in relazione al consumo elettrico, abbiamo i seguenti valori (tra parentesi il dato relativo al consumo di gas, eventualmente da sommare):

    zona B:  378,4 (47,7) kWh/m2

    zona C:  277,9 (35,4) kWh/m2

    zona D:  290,6 (28) kWh/m2

    zona E:  341,6 (57,4) kWh/m2

    I valori precedenti, sempre suddivisi per zona climatica e relativamente alle sole attività che producono sia caldo che freddo con climatizzatori elettrici, diventano

    zona C:  331,8 kWh/m2

    zona D:  497,0 kWh/m2

    zona E:  392,9 kWh/m2

    Con riferimento al calore generato per produrre acqua sanitaria sono utilizzabili i seguenti valori

    Abitazione: 3 W/m2 ,

    Casa unifamiliare: 2 W/m2 ,

    Uffici: 1 W/m2 .

    Con riferimento a potenze preventivabili per ottenere il riscaldamento degli ambienti abbiamo i seguenti valori medi:

    edifici esistenti non isolati: 50-79 W/m2 ,

    edifici esistenti ben isolati; 40-50 W/m2 ,

    nuove unità immobiliari: 25-40 W/m2 ,

    edifici amministrativi: 60-80 W/m2 .

    I consumi di energia correlati all’illuminazione ambientale sono stimabili nel valore

    6 KWh/(m2*anno) .

    Una unità immobiliare con 3 residenti consuma annualmente l’equivalente di energia per 3.500 KWh/anno. Più in particolare possiamo avere i segunti valori indicativi:

    edificio direzionale/commerciale: 90 KWh/(m2*anno) ,

    edificio albergo/ristoro: 120 KWh/(m2*anno) ,

    edificio ricreativo/sportivo: 270 KWh/(m2*anno) ,

    edificio con attività sportiva e piscina: 380 KWh/(m2*anno) .

    Altri valori di potenza tipici per le attività terziarie (3 valori, crescenti a seconda della qualità) sono

    Scuole: 15/20/25 W/m2 ,

    Uffici: 15/20/25 W/m2 ,

    Ospedali: 15/25/35 W/m2 .

    In un bilancio energetivo QT è in definitiva un flusso di calore antropogenico, da considerare “sorgente” aggiuntiva di calore causata dalle attività umane e dai consumi energetici che esse comportano (quindi traffico, scarichi industriali, condizionamento degli edifici, produzione e consumo di energia elettrica, ecc…).

    Il valore QT varia considerevolmente all’interno di una area urbana e al variare della dimensione del nucleo urbano.

    In un centro finanziario di una grande area metropolitana americana QT può raggiungere anche valori di 1.500 W/m2 nel periodo invernale.

    Nei climi miti, in cui riscaldamento e impianto di condizionamento rappresentano una quota minoritaria del consumo di energia, QT può oscillare dai 5 W/m2 di un’area periurbana ai 25 W/m2 di una area urbana.

  • Radiazione a onde lunghe

    Sia l’energia che arriva dal Sole che l’energia che dalla Terra viene trasferita allo spazio è radiazione del corpo nero  (un corpo nero è un oggetto che emette la massima radiazione possibile compatibile con la propria temperatura). È una proprietà di tutta la materia emettere energia radiante.

    In generale, i corpi più caldi emettono più energia radiante a lunghezze d’onda più corte. Il sole è molto caldo, quindi non solo emette grandi quantità di energia radiante, ma emette anche gran parte di questa energia nella parte ultravioletta e visibile dello spettro energetico. Non solo ci riscaldiamo da questa energia, ma illumina anche il mondo per noi.

    Ma anche la Terra e tutto ciò che contiene emette energia radiante. Poiché la Terra è più fredda del Sole, la sua radiazione caratteristica non è visibile, ma si trova piuttosto nella porzione infrarossa a bassa energia dello spettro. Questa energia è indicata come radiazione a onde lunghe.

    Ogni sostanza emana energia radiante caratteristica della temperatura di quella sostanza.

    La radiazione verso l’alto a onde lunghe, da ambienti sia rurali che urbani, dipenderà dalla temperatura media effettiva delle rispettive superfici. Se la temperatura della superficie rurale vale ad una data ora di un dato mese vale 30°C con temperatura minima notturna relativamente fresca (es. di 22°C) le temperature superficiali in ambito urbano possono raggiungere valori ben oltre i 50°C con un raffreddamento notturno posizionato a valori maggiori (es. 24 ° C).

    La radiazione ROL ad onda lunga dipende dall’emissione del suolo (in particolare dipendendo dall’emissività e dello stesso suolo) e dalla radiazione verso il suolo dovuta all’atmosfera.

    Secondo Swinbank (1963) in assenza di nuvole

    ROL= sigma x To4 x (e – a3 x To2)

    essendo

    sigma = 5,6710-8 [Wm-2K-4],

    a3=0,9410-5 [K-2],

    To = temperatura al suolo dell’atmosfera,

    e = emissività.

    L’emissività e in genere varia fra 0,95 e 0,98 con valori prossimi a 0,9 per suolo sabbioso secco e neve vecchia.

  • Radiazione a onde corte

    Sia l’energia che arriva dal Sole sia l’energia che dalla Terra viene trasferita allo spazio è radiazione del corpo nero  (un corpo nero è un oggetto che emette la massima radiazione possibile compatibile con la propria temperatura).

    È una proprietà di tutta la materia emettere energia radiante. In generale, i corpi più caldi emettono più energia radiante a lunghezze d’onda più corte. Il sole è molto caldo, quindi non solo emette grandi quantità di energia radiante, ma emette anche gran parte di questa energia nella parte ultravioletta e visibile dello spettro energetico. Questa energia è indicata come radiazione a onde corte.

    La radiazione ad onda corta ROC (radiazione solare incidente meno quella riflessa) secondo VanUlden e Holtslag (1985) in assenza di copertura di nuvole si ottiene dalla relazione

    ROC=(1-a)(a1sinFi+a2)  (con ROC>=0)

    essendo

    a=albedo del suolo,

    Fi=altezza del sole sull’orizzonte,

    a1=990 W/m2,

    a2=-30 W/m2.

    Si può quindi scrivere

    ROC=[1-a][990(sinFi)-30] W/m2.

  • Idrogeno

    L’idrogeno a pressione atmosferica e temperatura ambiente (298°K) si trova sotto forma di gas biatomico con formula H2. E’ incolore, inodore, insapore e fortemente infiammabile. Più correttamente dovremo parlare di diidrogeno essendo le sue molecole costituite da due atomi di idrogeno. L’idrogeno forma circa il 75% della materia in termini di massa e più del 90% in base al numero di atomi. L’idrogeno è però raro in atmosfera (circa 1 ppm) e quasi assente sulla superficie e nel sottosuolo.

    Pensare di usare l’idrogeno come combustibile presenta alcuni vantaggi. Brucia all’aria con concentrazioni fra il 4 e il 75% del suo volume (nel gas naturale concentrazioni tra il 5,4 e il 15%). La combustione è spontanea a 585°C (per il gas naturale 540°C). Il gas naturale esplode a concentrazioni fra il 6,3 e il 14%, l’idrogeno a concentrazioni fra il 13 e il 64%.

    Ma la densità di energia dell’idrogeno liquido o gassoso (a valori di pressione correlati alla sua usufruibilità) è di molto inferiore rispetto ai tradizionali combustibili e quindi deve essere compresso a elevatissime pressioni per conseguire trasportabilità e stoccaggio. Inoltre l’idrogeno non è fonte primaria di energia come il petrolio in quanto deve essere prodotto artificialmente. Il ciclo di produzione è inefficiente poiché è sempre necessaria una energia maggiore di quella che poi si renderebbe disponibile attraverso la sua combustione. La produzione di idrogeno attraverso il metodo più semplice, ovvero l’elettrolisi dell’acqua, e il successivo utilizzo sotto forma di diidrogeno, nella reazione inversa con O2 nelle pile a combustibile, non porta ad alcun guadagno energetico (il guadagno netto energetico è negativo per le perdite legate alle dissipazioni in calore). Una maggior efficienza nella produzione potrebbe essere ricavare bioidrogeno a spese di alghe e batteri. In ogni caso l’idrogeno ottenuto da fonti solari, biologiche o elettriche, ha costi di produzione, in termini energetici, molto più elevati in rapporto alle rese ottenibili dalla sua combustione. L’idrogeno può essere ottenuto con un guadagno netto di energia, a partire da fonti fossili (es. metano), ma si tratta di fonti energetiche non rinnovabili cioè destinate comunque a esaurirsi nel tempo e in più con emissioni dirette di CO2.

    Altri problemi rilevanti sono lo stoccaggio e il trasporto dell’idrogeno. Il trasporto può avvenire in bombole di gas compresso, liquefatto, oppure attraverso reti dedicate (idrogenodotti). Si può acquisire lo stoccaggio sotto pressione in bombole da 200 bar a 700 bar e in forma liquida con temperatura di −253 °C ma in bombole perfettamente isolate. Un’altra forma possibile di stoccaggio consisterebbe nella reazione chimica reversibile con diverse sostanze formando idruri metallici, oppure allo stato liquido sotto forma di ammoniaca NH3 alla temperatura di −33,4°C.

    Il diidrogeno è pericoloso. Una semplice fuga di H2 a contatto con O2 può innescare una violenta esplosione oppure una fiamma invisibile e pericolosa che produce acqua in gas. All’aria il diidrogeno arde violentemente e le fiamme di ossigeno e diidrogeno puro sono invisibili all’occhio umano (è difficile identificare visivamente se una fuoriuscita di diidrogeno sta bruciando). Inoltre nei fuochi alimentati dal diidrogeno le fiamme tendono a salire rapidamente con il gas attraverso l’aria causando danni paradossalmente minori rispetto ai danni provocati da fuochi alimentati, ad esempio, da idrocarburi.

    L’idrogeno ha un potere calorifico di 142 MJ/kg (il metano 55 MJ/kg). Il potere calorifico volumetrico dell’idrogeno è 11,7 kJ/litro (il metano 36,5 kJ/litro). L’idrogeno può essere prodotto mediante elettrolisi dell’acqua con una efficienza del 75%; può essere prodotto anche mediante steam reforming del gas naturale, con un’efficienza del 90%. La produzione di 1 kg di idrogeno (energia specifica di 143 MJ/kg o circa 40 kWh/kg) richiede 50-55 kWh di elettricità. Per comprimere l’idrogeno è necessaria una elevata quantità di energia (per comprimere una tonnellata all’ora a 200 bar è necessario il 7,2% del suo potere calorifico). La liquefazione dell’idrogeno richiede un’elevata intensità energetica (per ottenere 100 kg di idrogeno liquido all’ora sono necessari circa 60 MJ di energia elettrica per kg di idrogeno). Anche la conservazione dell’idrogeno sotto forma di idruro metallico di metalli alcalini è paragonabile alla compressione in termini di consumo energetico.

    La distribuzione dell’idrogeno tramite tubazioni (idrogenodotti) richiede in genere nuove strutture. Le tubazioni esistenti (gasdotti) non possono essere utilizzate per l’idrogeno, a causa di rischio di perdite per diffusione, per fragilità dei materiali e delle guarnizioni, per incompatibilità nella lubrificazione delle pompe. Inoltre, essendo bassa la densità di energia volumetrica dell’idrogeno, la velocità di flusso negli idrogenodotti deve essere aumentata di oltre tre volte rispetto ai gasdotti. Nei metanodotti, rispetto agli idrogenodotti, il 20% dell’energia contenuta del gas trasportato viene utilizzata per far funzionare i compressori (0,3% nel caso del metano rispetto a 1,4% ogni centinaio di km circa nel caso dell’idrogeno).

    Anche il trasporto su strada dell’idrogeno è problematico. Un camion da 40 tonnellate trasporta circa 25 tonnellate di benzina o 3,2 tonnellate di metano ma solo 320 kg di idrogeno (essendo bassa la densità energetica dell’idrogeno e tenendo conto dell’incidenza del peso dei recipienti a pressione). Se consideriamo una stazione di distribuzione di benzina e gasolio che vende 25 tonnellate di carburante al giorno il conferimento del carburante può avvenire con un camion da 40 tonnellate al giorno; nel caso dell’idrogeno sarebbero necessari 21 camion per fornire una similare quantità di energia al distributore. In realtà sarebbe possibile pensare a distributori dove l’idrogeno viene generato in loco mediante elettrolisi e poi compresso a 200 o più bar. Ma è stato stimato che in un distributore che serve 1.000 veicoli al giorno l’efficienza di conversione della potenza elettrica richiesta sarebbe di circa il 50%, richiedendo a sua volta di triplicare la capacità di generazione di energia.

    L’ammoniaca viene spesso pubblicizzata come il “nuovo” modo di immagazzinare e trasportare l’idrogeno. Occorre però ricordare il costo elevato della produzione di ammoniaca e la quantità di idrogeno ottenibile dalla NH3.

    Gran parte delle informazioni esposte in questo AIUTO sono state ricavate qui.

    — O —

    INTEGRAZIONE 18/10/2020

    Si allega un interessante commento del Dipartimento del lavoro, della sicurezza e della salute sul lavoro degli Stati Uniti in riferimento all’idrogeno:

    L’idrogeno utilizzato nelle celle a combustibile è un gas molto infiammabile e può provocare incendi ed esplosioni se non viene gestito correttamente. L’idrogeno è un gas incolore, inodore e insapore. Anche il gas naturale e il propano sono inodori, ma a questi gas viene aggiunto un odorizzante contenente zolfo (mercaptano) in modo che sia possibile rilevare una perdita. Allo stato attuale è difficile dire se c’è una perdita di idrogeno perché l’idrogeno non ha odore. Inoltre l’idrogeno è un gas molto leggero. Non sono noti odori che possono essere aggiunti all’idrogeno che siano abbastanza leggeri da diffondersi alla stessa velocità dell’idrogeno. In altre parole, nel momento in cui un lavoratore sente l’odore di un odorizzante, le concentrazioni di idrogeno potrebbero aver già superato il limite inferiore di infiammabilità. Gli incendi di idrogeno sono invisibili e se un lavoratore crede che ci sia una perdita di idrogeno, si dovrebbe sempre presumere che sia presente una fiamma. Quando i lavoratori sono tenuti a combattere gli incendi legati all’idrogeno, i datori di lavoro devono fornire ai lavoratori l’equipaggiamento protettivo necessario per proteggerli da tali fiamme invisibili e da potenziali rischi di esplosione. Esistono diversi standard OSHA che possono essere applicati ai datori di lavoro che producono o utilizzano idrogeno.

  • Ciclo del carbonio nel suolo naturale

    La sostanza organica nel suolo contiene circa il 60% di carbonio, ed è un fattore cruciale per l’influenza che il suolo ha sul ciclo globale del carbonio.

    Con circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio (Gt) presenti come materia organica nel suolo a livello globale, i terreni sono il secondo più grande serbatoio attivo di carbonio dopo gli oceani (circa 40.000 Gt). C’è più carbonio immagazzinato nel suolo che nell’atmosfera (760 Gt) e nella vegetazione (560 Gt) combinate.

    Attraverso il processo di fotosintesi le piante assorbono CO2 dall’atmosfera e la usano per far crescere radici, steli o foglie. Il carbonio è trasferito nel suolo attraverso il rilascio di composti organici dalle radici delle piante o attraverso la decomposizione del materiale vegetale da parte degli organismi del suolo.

    La decomposizione microbica della sostanza organica rilascia i nutrienti che le piante utilizzano per la crescita. Durante la decomposizione una parte del carbonio è rilasciato nell’atmosfera come anidride carbonica, attraverso il processo di respirazione del suolo, mentre il restante carbonio viene convertito in composti organici che possono rimanere nel terreno per un periodo di tempo che varia fra pochi anni fino a millenni. La rapidità di decomposizione dipende anche da temperatura, precipitazione e la composizione del materiale organico. Diverse fonti di sostanza organica si decompongono con velocità diverse.

    Se la quantità di materia organica che arriva al suolo è inferiore al tasso di decomposizione, la sostanza organica, e quindi il carbonio, diminuisce. Viceversa se la velocità di decomposizione è minore degli ingressi di materia organica la sostanza organica del suolo aumenta.

    In generale, il processo che porta a perdite di carbonio dal suolo avviene più rapidamente e con più facilità rispetto al processo che porta ad un accumulo di carbonio nel suolo.

    La biomassa è composta sia dalle piante in vita e sia dai materiali vegetali morti. Le piante in vita sono responsabili della fotosintesi, cioè il processo naturale attraverso il quale viene rimossa la CO2 dall’atmosfera. La respirazione delle piante e il decadimento dei materiali vegetali morti sono responsabili per le emissioni di CO2. A differenza delle foreste, le quantità di biomassa nelle aree agricole sono di solito molto basse, in quanto crescita e raccolto avvengono entro periodi di tempo molto brevi.

    La gestione del territorio rappresenta la seconda fonte di emissioni di CO2 negli ecosistemi terrestri. L’agricoltura è l’unico settore che ha la capacità di trasformarsi da ecosistema che emette CO2 ad un ecosistema che assorbe CO2. Le pratiche agricole comuni e l’utilizzo di fertilizzanti basati su combustibili fossili, pesticidi ed erbicidi comportano un significativo rilascio di CO2. In alternativa, potrebbe esse attivato un processo chiamato “sequestro del carbonio nel suolo” per conseguire l’immagazzinamento del carbonio e la relativa conservazione per lunghi periodi all’interno dello stesso suolo.

    L’agricoltura moderna favorisce l’utilizzo di pratiche che migliorano la velocità con cui la CO2 viene rimossa dall’atmosfera e convertita in materiale vegetale, per essere definitivamente sequestrata come sostanza organica all’interno del suolo.

    Esistono diverse strategie per massimizzare il sequestro del carbonio per diversi usi del suolo. Nei terreni agricoli la quantità di carbonio presente nel suolo può essere aumentata attraverso:

    • ritorno dei residui della biomassa al suolo;
    • lavorazione del terreno e gestione dei residui;
    • eliminare o ridurre l’intensità delle lavorazioni;
    • oculata gestione delle risorse idriche;
    • pratiche agro-forestali.